Il successo di un governo può essere misurato dal progresso economico che porta ai suoi cittadini, indipendentemente dal sistema politico in cui opera?
Justin Yifu Lin, ex capoeconomista della Banca Mondiale e creatore della teoria della “Nuova Economia Strutturale”, risponde positivamente. Oggi guida l’Institute for New Structural Economics presso l’Università di Pechino e di recente ha preso parte a un dibattito sul nuovo ordine economico globale al Congresso Mondiale degli Economisti a Belgrado, organizzato dall’Associazione degli Economisti della Serbia.
La teoria di Lin offre ai Paesi sottosviluppati una via di mezzo tra il strutturalismo del dopoguerra -che consigliava agli Stati di sviluppare industrie per le quali non erano ancora pronti -e il neoliberismo, che gestiva la popolazione attraverso il mercato. La sua formula collega un mercato efficiente a uno “Stato facilitatore”: il governo dovrebbe rimuovere i colli di bottiglia infrastrutturali e istituzionali, sostenere i primi investitori (first movers) e aiutare il settore privato nelle attività basate sui vantaggi comparati esistenti.
Questa formula, tuttavia, solleva questioni che non sono puramente economiche. Che cosa succede quando la politica industriale si trasforma in clientelismo politico, la crescita economica si fonda sullo sfruttamento delle persone e della natura, e tutti coloro che la contestano vengono etichettati come nemici dello Stato?
Secondo Lin, non esistono ricette politiche universali: sistemi diversi, sostiene, possono avere successo se aumentano il tenore di vita, l’occupazione e le esportazioni. Per Radar, parla dell’esperienza di sviluppo della Cina, della crescita verde, degli investimenti esteri e delle istituzioni del Sud del mondo, ma spiega anche perché non equipara necessariamente la democrazia alla sua forma liberale occidentale.
La Nuova Economia Strutturale da lei sostenuta rappresenta una terza generazione di politiche di sviluppo, dopo le teorie strutturaliste del dopoguerra e il Washington Consensus neoliberista. Lei sostiene la necessità di mercati efficienti e di uno Stato facilitatore. Questo Stato dovrebbe essere semplicemente capace o anche democratico e responsabile?
Sono possibili diverse istituzioni politiche. Nell’Asia orientale c’è la Cina, un Paese socialista guidato da un unico partito, ma ci sono anche la Corea e Singapore con sistemi diversi, eppure hanno applicato politiche di sviluppo simili. Al congresso ho menzionato anche Mauritius, una piccola nazione insulare che ha attuato con successo la modernizzazione. Ciò che conta di più è il concetto di sviluppo e la strategia utilizzata per raggiungerlo.
Se si vuole sviluppare un Paese, bisogna essere competitivi: produrre al minor costo possibile e con un’elevata qualità. In questo modo si sarà più competitivi rispetto alle importazioni e in grado di competere sui mercati internazionali. Questo si ottiene concentrandosi sui settori in cui il Paese gode di un vantaggio comparato e rimuovendo i colli di bottiglia nelle infrastrutture, nella finanza e nell’istruzione. Il mercato non può farlo da solo; lo Stato crea le condizioni e il settore privato coglie le opportunità.
Qualsiasi governo può farlo se comprende che questa è la strada verso il successo. Ogni Stato, indipendentemente dal suo sistema politico, vuole avere successo. I leader politici vogliono rimanere al potere, ma vogliono anche essere ricordati con affetto. Il modo migliore per ottenerlo è portare prosperità ai cittadini in modo inclusivo e sostenibile; solo così ne riotterranno il sostegno. Lo strutturalismo sbagliava nel consigliare agli Stati di sostituire le importazioni e sviluppare settori nei quali non avevano vantaggi comparati. Il neoliberismo, al contrario, consigliava allo Stato di farsi da parte. Ma senza una politica di sviluppo non si possono né aumentare i redditi né creare posti di lavoro. Quali istituzioni politiche siano più adatte dipende dalla cultura, dalla struttura sociale e dalle circostanze di ciascun Paese. Con buone idee e una buona strategia, sistemi diversi possono avere successo.
Il concetto di “civiltà ecologica” del Partito Comunista Cinese viene presentato come un tentativo di conciliare sviluppo, modernizzazione e tutela dell’ambiente. Può questo tentativo avere successo se la crescita richiede ancora enormi quantità di energia, minerali, terra e infrastrutture, comprese risorse al di fuori della Cina?
Abbiamo bisogno di una crescita inclusiva, ma anche sostenibile. Dobbiamo abbandonare il percorso di sviluppo che, dalla Rivoluzione Industriale, è stato accompagnato da un elevato inquinamento, alte emissioni di carbonio e riscaldamento globale. La nuova strada è la crescita verde. Essa richiede nuove tecnologie e fonti di energia pulita, oltre alla riduzione dei loro costi affinché diventino accessibili.
Quando parliamo di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, dobbiamo rispettare il principio delle responsabilità comuni ma differenziate. I Paesi che si sono industrializzati per primi hanno storicamente accumulato la stragrande maggioranza delle emissioni, ed è per questo che devono aiutare i Paesi in via di sviluppo ad adottare tecnologie verdi. Se ciò accade, possiamo avere una crescita verde, sostenibile e inclusiva, e i Paesi in via di sviluppo possono recuperare terreno in modo dinamico rispetto a quelli sviluppati e sedersi allo stesso tavolo da pari a pari.
Alcuni governi si presentano come orientati allo sviluppo, eppure centralizzano il potere, indeboliscono le istituzioni, controllano i media e trattano gli oppositori dei grandi progetti come nemici. Come si distingue un vero Stato facilitatore da un’autocrazia che usa lo sviluppo come ideologia?
Non uso il termine “Stato sviluppista” (developmental state), bensì “Stato facilitatore”. Sia la pianificazione socialista sia il vecchio strutturalismo avevano intenzioni di sviluppo, ma le loro strategie non hanno funzionato. Ecco perché preferisco parlare di uno Stato che facilita lo sviluppo.
Se si vuole che la crescita sia inclusiva e sostenibile, occorre contemporaneamente alzare il tenore di vita, creare posti di lavoro, aumentare le esportazioni e rimanere competitivi. Ciò si ottiene orientandosi verso i settori in cui il Paese gode di vantaggi comparati. Se si seguono i propri vantaggi comparati, si possono avere i costi di produzione più bassi possibili.
Tuttavia, la competitività non dipende solo dai costi di produzione, ma dai costi totali, che si dividono in due parti: costi di produzione e costi di transazione. I costi di transazione dipendono dalla qualità delle infrastrutture, dalla fornitura di energia elettrica, dalle strade, dalle istituzioni finanziarie e da altre strutture in grado di mobilitare risorse per gli investimenti. Nel miglioramento delle infrastrutture e delle istituzioni ci sono numerosi fallimenti del mercato, ed è per questo che è necessario un governo. Ma esso dovrebbe facilitare lo sviluppo dei settori in cui il Paese ha vantaggi comparati. Se non li si seguono, l’obiettivo può anche essere lo sviluppo, ma il risultato sarà la stagnazione o persino il crollo dell’economia.
Lei parla di “infrastrutture morbide” (soft infrastructure) -istituzioni, regolamentazioni, sistemi finanziari e giuridici, capitale sociale e valori. I media liberi, i tribunali indipendenti, il dibattito democratico e il diritto delle comunità locali di contestare i progetti statali ne sono a loro volta una parte essenziale?
Le istituzioni sono molto importanti: plasmano gli incentivi e possono ridurre i costi di transazione. Tuttavia, dovrebbero corrispondere al livello di sviluppo e alle attività economiche a cui servono. In passato si pensava spesso che le istituzioni delle nazioni sviluppate, come il Regno Unito o gli Stati Uniti, fossero le migliori e che gli altri Paesi dovessero semplicemente adottarle. Penso che questo sia sbagliato. Ogni Paese dovrebbe costruire istituzioni adatte alle proprie condizioni.
Secondo la Nuova Economia Strutturale, i Paesi dovrebbero svilupparsi in linea con i loro vantaggi comparati latenti. Che cosa succede se il palese vantaggio di un Paese è la manodopera a basso costo, l’estrazione mineraria o un settore a rischio ambientale? Bisogna sfruttare ogni vantaggio o la società può rifiutare un determinato percorso di sviluppo?
Se i costi del lavoro sono bassi, significa che il Paese dispone di un’abbondante forza lavoro. Se non sviluppa settori che la utilizzino, genererà disoccupazione -e il lavoro è molto importante per le persone. In quella fase di sviluppo, il vantaggio comparato risiederà nelle industrie ad alta intensità di lavoro. Esse creano posti di lavoro, esportazioni e un surplus economico da cui si accumulano capitale finanziario e umano. Man mano che il capitale diventa meno scarso e il lavoro relativamente più scarso, i salari aumentano e il Paese può spostarsi verso settori a più alta intensità di capitale e tecnologia.
Si guardi alla Cina: il settore automobilistico oggi è molto competitivo, ma trent’ani fa non lo era. Allora la Cina era competitiva nell’industria leggera, nel tessile, nell’abbigliamento, negli elettrodomestici e in prodotti simili. Quelle industrie ad alta intensità di lavoro hanno creato molti posti di lavoro e consentito le esportazioni. Grazie a ciò si sono accumulati capitale finanziario e umano. Con l’aumento dei salari, la Cina è stata in grado di salire lungo la catena del valore industriale. Se si scelgono tecnologie o settori non in linea con i propri vantaggi comparati, si dovrà ricorrere alla loro protezione. E se devono essere protetti, significa che non sono né competitivi né sostenibili.
In Serbia lo sviluppo viene spesso promesso attraverso investimenti esteri, sussidi, progetti infrastrutturali, manodopera a basso costo e risorse naturali. Quando una simile strategia porta a una trasformazione strutturale e quando invece diventa una trappola di dipendenza e basso valore aggiunto?
All’inizio è talvolta necessario offrire incentivi agli investitori, ma questi dovrebbero essere a breve termine e compensare le esternalità positive generate dai primi investitori (first movers). Essi portano tecnologia, capitale, competenze gestionali e accesso ai mercati di esportazione, il che può aumentare l’occupazione e le esportazioni. Con il tempo, il Paese adotta queste tecnologie, sviluppa catene di fornitura e consente alle imprese domestiche di entrare negli stessi settori. Man mano che il Paese si avvicina alla piena occupazione, i salari aumentano e l’economia può transitare verso industrie più complesse.
È come nella vita: quando siamo giovani facciamo cose adatte alla giovinezza, e quando cresciamo facciamo cose più complesse, con più tecnologia, capitale e salari più alti. Bisogna procedere passo dopo passo. Se si cerca di saltare i passaggi, può sembrare un’ambizione grandiosa, ma spesso si fallisce. Se si progredisce gradualmente, ogni passo può sembrare piccolo, ma è stabile, e cumulativamente si può avanzare rapidamente.
Lei ha menzionato i primi investitori. All’interno di istituzioni deboli o catturate, il sostegno alle imprese può trasformarsi in clientelismo e corruzione. Come si impedisce alla politica industriale di diventare estrattiva?
Bisogna seguire i vantaggi comparati. In questo modo il governo non deve sovvenzionare continuamente le imprese, ma solo offrire una compensazione limitata per le esternalità dei primi investitori. Ad esempio, può offrire sgravi fiscali sulle società per tre, al massimo cinque anni.
L’altro compito dello Stato non è sovvenzionare, ma facilitare. Dovrebbe modernizzare le infrastrutture. Idealmente, lo Stato dovrebbe costruire buone infrastrutture per l’intero Paese, ma le sue risorse sono limitate. Pertanto, può pragmaticamente costruire una zona economica speciale o una zona franca per l’esportazione con infrastrutture e servizi alle imprese adeguati.
Questo non è un sussidio, ma una parte della responsabilità dello Stato che viene attuata gradualmente e pragmaticamente, in un’area limitata, per avviare rapidamente il processo di sviluppo. Ecco perché la cattura dello Stato non si verifica necessariamente con un simile approccio. Il problema sorge quando lo Stato cerca di sviluppare settori contrari ai vantaggi comparati: in quel caso le aziende non sono redditizie e richiedono sussidi continui e sempre maggiori. È così che si creano “industrie nascenti” che non diventano mai adulte.
La Cina viene spesso presentata come la prova che uno sviluppo rapido è possibile senza una democrazia liberale di stampo nord-occidentale. L’esperienza cinese è un modello generale o un caso storicamente specifico che non può essere esportato?
I principi fondamentali dello sviluppo sono universali: un Paese deve essere competitivo, seguire i propri vantaggi comparati, ridurre i costi di transazione e fornire un sostegno limitato ai primi investitori. Ma le istituzioni politiche non sono universali. Ogni Paese ha la propria storia, cultura e struttura sociale, e la sua autonomia nel scegliere le proprie istituzioni dovrebbe essere rispettata.
Ogni governo ha l’incentivo a portare prosperità al proprio popolo. Se ci riesce, le persone saranno soddisfatte e tali istituzioni possono essere adatte a quel Paese. È sbagliato affermare che la democrazia occidentale sia il sistema migliore che tutti debbano adottare. La Cina non ha intenzione di imporre il proprio ordine politico ad altri Paesi; il principio di non ingerenza dovrebbe essere rispettato.
Il panel a cui ha partecipato era dedicato al nuovo ordine economico globale. Che cosa renderebbe questo ordine migliore per i Paesi in via di sviluppo -più spazio per le proprie politiche, la riforma della Banca Mondiale e del FMI, la cooperazione all’interno del Sud del mondo, la cancellazione del debito o un cambiamento strutturale più profondo?
Quando parliamo di riformare le istituzioni multilaterali di sviluppo, dovremmo tenere presente che in passato sono state talvolta utilizzate come strumento per attuare politiche a vantaggio dei Paesi potenti, il tutto in nome dell’aiuto alle nazioni in via di sviluppo. Le intenzioni potevano essere presentate come sostegno allo sviluppo, ma nella pratica sono spesso servite a preservare l’ordine globale esistente e gli interessi dei Paesi potenti.
Ciononostante, queste istituzioni hanno una funzione importante. Dovrebbero genuinamente aiutare i Paesi in via di sviluppo a sfruttare il proprio potenziale, in un modo che si adatti a tali Paesi. In passato, il punto di partenza è stato perlopiù un apprendimento unidirezionale: dal Nord globale al Sud globale. Si guardava a ciò che i Paesi sviluppati avevano e che ai Paesi in via di sviluppo mancava, e si consigliava a questi ultimi di copiare le istituzioni e le politiche dei primi. I risultati sono stati spesso deludenti.
È meglio partire da ciò che i Paesi in via di sviluppo già possiedono, determinare che cosa possono fare bene su quella base e come possono espanderlo. Questo è il modo per aiutarli a raggiungere uno sviluppo inclusivo e sostenibile. Nel Sud globale c’è una ricchezza di esperienze da cui imparare, quindi la condivisione delle conoscenze tra i suoi Paesi dovrebbe essere incoraggiata, anziché limitarsi a un semplice trasferimento da Nord a Sud.
Un sistema capitalistico basato sulla crescita costante può essere conciliato con la democrazia intesa come benessere della maggioranza? È possibile avere una crescita capitalistica di successo e valori democratici?
Molto dipende da come si definisce la democrazia. In alcuni Paesi il sistema viene definito democratico, ma è catturato dagli interessi di gruppi ricchi e potenti. Non penso che questa sia vera democrazia.
Esistono diversi tipi di democrazia. Alcuni sistemi oggi portano quel nome, ma le loro politiche non sono dirette al benessere della gente comune, bensì agli interessi di un piccolo numero di gruppi potenti che proteggono i propri privilegi. Si dovrebbero rispettare le persone e dare a ogni individuo l’opportunità di svilupparsi, di esprimere i propri talenti, desideri e capacità. Le politiche dovrebbero essere concepite a beneficio del popolo nel suo insieme, non di un piccolo numero di gruppi potenti. La società dovrebbe consentire alle persone di crescere, di raggiungere il proprio potenziale e di realizzare i propri sogni. Un sistema che consente questo è il sistema migliore. Dovrebbe essere considerato una democrazia, perché riflette i desideri e la visione delle persone e crea l’opportunità per tutti di progredire.
(Radar, 24.08.2026)
https://radar.nova.rs/ekonomija/dzastin-jifu-lin-prof-ekonomije/
