Viaggio nel cinema iugoslavo: intervista a Svetlana e Zoran Popovic

Il Serbian Monitor propone un’intervista esclusiva a Svetlana e Zoran Popovic, la coppia di registi e produttori cinematografici che ha ideato il festival del documentario 7 velicanstvenih (“I magnifici 7”).

Intervista realizzata da Matteo Marazzi

svetlana e zoran

Svetlana e Zoran Popovic hanno alle spalle una lunga carriera, dapprima come registi di varie trasmissioni culturali sulla televisione pubblica serba (quando ancora si chiamava Tv Beograd), poi nel campo del documentario. Attualmente, i due dirigono una scuola privata di regia e montaggio, chiamata Kvadrat, oltre a collaborare a vari progetti, tra cui la realizzazione del festival. Abbiamo incontrato la coppia nella loro casa di Vracar, a Belgrado. Seduti di fronte a una tazza di caffè turco, in compagnia di Tackica e Borka, i due cani che assistono moglie e marito nel loro lavoro, abbiamo avuto il piacere di una conversazione lunga e articolata che, partendo dalla storia del cinema iugoslavo, è giunta all’attuale situazione socio-politica. Conversando, il discorso è caduto subito sul cinema italiano.

ZP: Il cinema italiano, quello del periodo neorealista, ha avuto una grande influenza sui registi iugoslavi. Alcune delle prime coproduzioni fatte in Iugoslavia, poi, sono state realizzate proprio con l’Italia: un film di Antonioni è stato uno di questi. Non ricordo quale, dovrei controllare; ma so che durante le riprese ad Antonioni ha preso fuoco la giacca [risate, ndr.]. Un altro film italo-iugoslavo è Il maestro e Margherita (1972) di Sasa Petrovic – uno dei nostri registi più influenti degli anni Sessanta – con Ugo Tognazzi.

A proposito di Petrovic, ci viene in mente il suo Ho incontrato anche zingari felici (1967), che mostrò forse per la prima volta la cultura rom in modo non stereotipato. Potete delineare una breve storia della cinematografia iugoslava e serba, che aiuti i nostri lettori a capire come si è evoluta anche la società del vostro Paese?

ZP: La produzione cinematografica in Iugoslavia era molto sviluppata. Forse non si produceva lo stesso numero di film come in Italia o altri Paesi, ma quelli che si realizzavano avevano un grande successo di pubblico. La nostra cinematografia si può dividere in due correnti principali. Innanzitutto i film sulla Seconda Guerra Mondiale: le pellicole sulla lotta partigiana hanno costituito un genere molto influente, molto sviluppato e molto popolare fino agli inizi degli anni Settanta. L’altra corrente è quella dei film che si occupano della vita contemporanea nei suoi vari aspetti. Per quanto riguarda i film partigiani, subito dopo la fine della guerra è arrivata in Iugoslavia una squadra cinematografica russa che ha girato Sulle montagne della Iugoslavia, che però era così artificioso che non è stato accettato dal pubblico. E’ stato però importante perché è da esso che i nostri registi hanno imparato come non si fa un film sulla guerra. I film iugoslavi avevano invece grande successo perché erano autentici, narravano ciò che la gente aveva vissuto durante il conflitto ed erano girati da persone che avevano partecipato alla guerra. Uno dei registi più famosi del genere è stato Rados Novakovic, che ha combattuto dal 1941 al 1945.

E’ interessante quello che dice, perché quando noi pensiamo a quel genere di film pensiamo a pellicole di regime, fatte per celebrare acriticamente l’epopea partigiana.

SP: In realtà le esperienze narrate in questi film sono quelle che hanno vissuto milioni di persone di questo Paese; e una tale esperienza non poteva venire solo da dettami dall’alto come nel caso del film russo. Novakovic è stato davvero un partigiano; così come lo è stato Veljko Bulajic.

ZP: Sì, Veljko Bulajic è quello che per primo ha creato dei legami tra la nostra cinematografia e quella italiana. I suoi primi film (e, in generale, tutti i film che si occupavano della vita quotidiana) sono stati girati sotto la diretta influenza del Neorealismo. Uno dei più importanti è stato Uzavreli grad (“Città bollente”, 1961), che tratta del periodo del boom dell’industrializzazione iugoslava. Un altro è Vlak bez voznog reda (“Il treno senza orario”, 1959), che parla dello spostamento forzato della popolazione avvenuto dopo la guerra per ragioni economiche.

SP: Il film narra delle povere persone che sono state portate dalla Dalmazia in Vojvodina, dove c’erano enormi terreni coltivabili, ma anche un ambiente completamente diverso da quello in cui queste persone erano nate. Per questo il film ha un eccezionale significato sociologico.

labattagliadellaneretvaZP: Il culmine del genere partigiano Bulajic l’ha raggiunto con La battaglia della Neretva (1969), un film spettacolare girato secondo i canoni del genere del film di guerra come si faceva in tutto il mondo in quel periodo. Questo implicava la presenza di grandi stelle del cinema; qui c’erano Yul Brinner, Franco Nero e Sylva Koscina. Negli anni Sessanta sono comunque stati realizzati altri film partigiani molto importanti, poetici e decisamente critici. Uno dei migliori è stato Tri (“Tre”, 1965) di Sasa Petrovic, che è stato candidato all’Oscar, così come La battaglia della Neretva. Un altro regista del periodo è Purisa Djordjevic, che è stato influenzato dal Fellini degli anni Sessanta, pur mantenendo una sua originale poetica; Djordjevic, tra l’altro, ha collaborato con Tonino Guerra per il film Biciklisti (“Ciclisti”, 1970).

Per tornare ai film che si occupavano della vita cittadina e dell’industrializzazione, ci sono Cudna devojka (“Una strana ragazza”, 1962) di Jovan Zivanovic e – parliamo ancora di Sasa Petrovic – Dvoje (“Due”, 1961) e Dani (“Giorni”, 1963). Budjenje pacova (“I ratti si svegliano”, 1967) di Zivojn Pavlovic ha ricevuto l’Orso d’argento per la regia al festival di Berlino: Gunter Grass, che faceva parte della giuria, si è talmente entusiasmato che quando ha soggiornato a Belgrado ha voluto visitare i posti mostrati nel film. Le pellicole che hanno narrato la vita contemporanea hanno poi dominato dagli anni Settanta in avanti. Sono i film della cosiddetta “scuola ceca”, realizzati da registi usciti dalla famosa accademia FAMU di Praga, come Srdjan Karanovic, Goran Markovic e Goran Paskaljevic. Di Paskaljevic si può ricordare Pas koji je voleo vozove (“Il cane che amava i treni”, 1977) e Cuvar plaze u zimskom periodu (“Il bagnino d’inverno”, 1976), che sono dei grandi studi sociali e che hanno fatto da ponte tra gli anni Sessanta, gli anni Settanta e i primi Ottanta.

SP: I film di Goran Markovic, invece, hanno un carattere sociale critico; non sono così drastici come i precedenti film degli anni Sessanta, che erano molto più radicali su temi come lo spirito dei tempi e il sistema in cui si viveva, ma c’è comunque quest’attenzione alla vita sociale.

ko to tamo peva

ZP: Negli anni Ottanta, poi, entra in scena Slobodan Sijan: i suoi film sono riflessioni sulla storia, riletta alla luce di fatti contemporanei. Ko to tamo peva (“Chi è che canta laggiù”, 1980) e Maratonci trce pocasni krug (“I maratoneti corrono il giro d’onore”, 1982) sono ambientati rispettivamente all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e nel Primo Dopoguerra, ma vi si possono trovare allusioni alla situazione presente. Sijan si occupa sempre di metanarrazione, le sue opere sono studi sul cinema, in particolare sui film del movimento Crni talas (“Onda nera”) degli anni Sessanta.

A proposito dell’Onda nera, un film di quel periodo è Vrane.

ZP: Sì. quello è l’unico film a colori prodotto da quel movimento, tutti gli altri sono in bianco e nero. E’ stato girato nel 1968 e ritrae personaggi ai margini della società.crni film

SP: Uno dei più importanti registi dell’Onda nera è Zelimir Zilnik, che si è occupato anche di documentari, come Crni film (“Film nero”, 1971), un breve documentario sulle proteste studentesche del ’68.

ZP: Un altro film di Zilnik è Rani radovi (“I primi lavori”, 1969): anche questo parla delle proteste sessantottine, ma è anche una trasposizione cinematografica dei primi lavori di Marx ed Engels. Ha vinto l’Orso d’oro nel 1970.

Tornando agli anni Ottanta, essi sono stati dominati dalla scuola di Praga che abbiamo nominato. A metà del decennio Kusturica ha vinto il Leone d’oro con Ti ricordi di Dolly Bell? (1981) – che come titolo originale aveva 24.000 baci, che il protagonista canta ripetutamente – e ha girato Papà è in viaggio d’affari (1985). I suoi film sublimano la lezione del Neorealismo e dell’Onda nera, ma trovano anche una propria nuova poetica.

Negli anni Novanta c’è stata una rottura: sono stati girati film molto più vicini all’estetica americana che alla nostra. E’ il caso di due film di Srdjan Dragojevic, Mi nismo andjeli (“Non siamo angeli”, 1991), una commedia leggera molto popolare ancora oggi, e Lepa sela lepo gore (“I bei villaggi bruciano bene”, 1996), che parla delle guerre degli anni Novanta ed è molto più vicino ai film d’azione come Die hard. Questa rottura ha purtroppo significato la perdita di un legame di lungo termine con la nostra tradizione cinematografica, tant’è che molti giovani non conoscono le nostre vecchie produzioni.

Le tendenze attuali sono due. Da un lato giovani registi che cercano di riprendere i legami con la nostra tradizione narrativa; dall’altro, film che non si occupano più delle guerre degli anni Novanta, ma riprendono la Seconda Guerra mondiale, purtroppo senza legami con la nostra ricca tradizione cinematografica.

SP: Il legame è così spezzato, che un autore profondamente iugoslavo come Bulajic ora è considerato croato. La caduta della Iugoslavia ha portato a questa artificiale separazione su base nazionale.

Visto che lei ha già introdotto l’argomento, potete indicare ai nostri lettori qualche giovane autore serbo da seguire?

amore e altri criminiZP: Dal 2000 in avanti si sono affacciati sulla scena giovani che hanno ripreso i legami con il nostro cinema, trattando temi sociali. Uno di questi è Stefan Arsenijevic, che ha vinto l’Orso d’argento con il cortometraggio (A)torsion, il quale ha anche ottenuto la nomination all’Oscar, e ha girato il lungometraggio Amore e altri crimini (2008), che tratta della vita negli anni Novanta. Il film di maggior successo di questi anni è probabilmente Clip (2012) di Maja Milos, che mostra la vita negli ultimi dieci anni. Un altro film per noi interessante e ironico è Praktican vodic kroz Beograd sa pevanjem i plakanjem (“Guida pratica attraverso Belgrado con canti e pianti”, 2011), in cui i personaggi sono coppie create in modo provocante (serba/americano, croata/ serbo, ecc.).

Tornando alla Iugoslavia, in quei tempi era Belgrado l’unico centro di produzione cinematografica?

ZP: No, ogni Repubblica della Federazione aveva un centro di produzione, che di solito era nella capitale, e un svetlanabudget previsto per il cinema.

SP: Non c’era alcuna forma di centralizzazione. Ogni centro decideva cosa produrre, ed era tutto molto più mescolato, non c’erano confini o barriere. Si facevano coproduzioni a seconda dei temi e delle affinità; poi c’erano sì divisioni su base nazionale (i film bosniaci perché erano girati in Bosnia, i film croati perché erano prodotti a Zagabria, ecc.), ma erano divisioni del tutto formali.

Si può dire che quelli erano altri tempi, in cui la cultura era trattata in modo diverso? Se pensiamo – per fare un esempio – al museo di arte contemporanea di Belgrado, un’istituzione una volta molto importante e un edificio pregevole, chiuso da anni, ci viene da pensare che ora la cultura non sia più così importante com’era allora. E’ così? Cos’è cambiato in tutto questo tempo? E’ stato il collasso economico a portare a questo?

ZP: Il problema non è l’economia, ma il fatto che allora la cultura era considerata molto importante. la Iugoslavia non è mai stata molto ricca, esistevano numerosi problemi di natura economica. Ma la cultura e l’educazione erano considerate fondamentali nello sviluppo del Paese, per questo venivano fatti notevoli investimenti in questi settori. Parlando di cinema, abbiamo ereditato dalla cultura russa l’idea che i film siano molto importanti perché parlano in modo diretto al popolo, Per questo, subito dopo la guerra, sono stati subito prodotti molti documentari, che sono diventati importanti documenti storici. Rados Novakovic, che abbiamo già nominato, ha girato nel 1945/1946 Nasa Zemlja (“La nostra terra”), sulla ricostruzione post-guerra. Qui c’era una grande tradizione documentaristica, soprattutto di film brevi: fino agli anni Duemila, sono davvero delle eccezioni i lungometraggi in questo genere. i tanti documentari brevi, invece, mostravano la vita quotidiana, i problemi delle persone e del’economia, ed ora sono un vero e proprio tesoro che testimonia ciò che c’era ed è successo. Un esempio della trasversalità della cultura di allora è incarnato – torniamo a lui – da Rados Novakovic: ha fondato la cattedra di cinema all’Università di Belgrado, poi l’Accademia di Arte Drammatica; ha avviato, sempre a Belgrado, l’Atelier 212, il primo teatro d’avanguardia del Paese. E’ stato colui che ha dato impulso alle prime coproduzioni con l’estero. E’ interessante sapere che quando ha girato il film Operacija Ticijan (“Operazione Tiziano”, 1963), il suo assistente era Francis Ford Coppola. Quel periodo, gli anni Sessanta, è stato l’apice del cinema iugoslavo: le collaborazioni internazionali erano numerose e – come nel caso di Coppola – tanti autori arrivavano qui. Ma sulla nostra scena culturale non era importante solo il cinema: al teatro è stato dato un notevole impulso con la fondazione del teatro iugoslavo di arte drammatica a Belgrado; grande attenzione veniva riservata alla pittura, alla scultura e all’architettura. Il museo di arte contemporanea ne è un esempio. Purtroppo ora le cose sono cambiate: gli unici settori che sonoattualmente considerati fondamentali sono la finanza il mercato e l’economia.

SP: Educazione e cultura non sono più considerate un investimento, ma una spesa.

Potete parlarci del perché avete deciso di occuparvi di documentari e di come è nato il festival I magnifici 7?

zoranZP: Sono passati vent’anni da quando abbiamo deciso di realizzare fuori Belgrado i primi laboratori sul film documentario. I giovani avevano poche possibilità di imparare a fare cinema; dall’inizio degli anni Novanta non sono più esistite opportunità alternative a quella ufficiale dell’Accademia. Prima c’erano i “cineclub”, spesso legati a case di produzione, ma in questi anni hanno tutti chiuso. Quando noi abbiamo avviato il nostro progetto, non esisteva nulla di simile. Questo è particolarmente vero per il documentario: mentre prima era possibile assistere a produzioni internazionali nei festival e nei cinema, in quel momento non c’erano invece che rarissime possibilità di vedere tali film. Abbiamo avviato i nostri laboratori proprio per dare la possibilità ai giovani di riprendere il filo con la nostra grande tradizione documentaristica. Piano piano il genere ha ripreso piede fino a che, nel 2000, abbiamo realizzato un grande laboratorio da cui è uscito il lungometraggio Beogradski zvuk (“I suoni di Belgrado”), che tratta del ruolo della musica nelle proteste anti-Milosevic. Nello stesso periodo abbiamo collaborato con un’autrice portoghese, che ha qui girato Oktobar (“Ottobre”), che termina il 5 ottobre, il giorno della caduta di Milosevic. Negli anni seguenti abbiamo iniziato collaborazioni a livello europeo e da qui è nata l’idea di realizzare un evento sul documentario, che all’interno della scena culturale era ancora trattato come un parente povero di cui ci vergogniamo [risate, ndr.].

Parlando invece di documentari, quest’anno Sacro G.R.A. di Gianfranco Rosi ha ottenuto il leone d’oro a Venezia. Ci sembra un momento importante, che forse cambierà la nostra idea di che cos’è un documentario e che cos’è un film di fiction. Cosa ne pensate?

ZP: Il genere documentaristico non ha ancora i riconoscimenti del film di fiction. Rosi è un’eccezione. Lui è letteralmente un “uomo con la cinepresa”: prende la sua videocamera e scende in strada a filmare. Il suo primo film è stato girato in India, mentre il secondo in California, poi in Messico.

Abbiamo notato che in Italia non esiste un significativo festival del documentario.

ZP: In effetti in Italia non ci sono grandi rappresentanti del genere, fatta eccezione per il produttore Stefano Tealdi [cofondatore di Stefilm International, ndr.], con cui abbiamo collaborato. Ma penso che lui abbia lavorato in Svezia, che è uno dei Paesi (assieme alle altre nazioni dell’Europa Settentrionale) in cui esiste una tradizione documentaristica.

Sta cambiando anche la narrazione e la poetica del documentario?

SP: Sì, rispetto al passato si stanno sperimentando nuove forme narrative, sembra esserci una sorta di necessità di trovare nuove strade. Sono stati prodotti perfino film “ibridi”, che combinano elementi documentaristici e del film d’animazione. Hanno però fatto sorgere alcuni dubbi, visto che le persone sembrano ancora avere la necessità di distinguere tra il documentario, con l’idea che sia legato alla realtà, dalla fiction, che viene ritenuta un prodotto di pura fantasia. Quando si creano gli ibridi che dicevamo, gli spettatori non sono più sicuri di cosa sia reale e cosa sia invece inventato. Questi film sono dunque a volte dei grandi successi, mentre altre volte generano grandi polemiche. Del resto, chi si occupa di film sa fin dall’inizio che nel momento in cui si posiziona la cinepresa finisce la verità assoluta; la ripresa è una rappresentazione parziale della realtà, fatta di scelte.

ZP: Uno dei primi documentari qui è stato girato in occasione della proclamazione della Federazione iugoslava. la proclamazione è stata fatta dal Presidente del Parlamento, ma i tecnici non sono riusciti a filmare il cerimoniale, così gli hanno chiesto di ripetere il tutto. Qui dov’è il confine tra autentico e inautentico? Il film mostra solo una ripetizione, non la prima cerimonia, ma questa è stata eseguita seguendo tutte le regole.

Com’è nato il festival “I magnifici 7”?

Siamo giunti al decimo anno. Quando abbiamo iniziato, avevamo solo due o tre proiezioni nella sala grande del Sava Centar, mentre le altre erano nella sala piccola. Più tardi si è reso necessario dare delle repliche, il che ha mostrato un interesse che andava crescendo. Da tre anni abbiamo scelto di proiettare ogni film solo una volta, cosa che prima non eravamo sicuri di poterci permettere. Abbiamo iniziato con un budget molto risicato; i documentari non godono poi della pubblicità dei film di fiction, non ci sono stelle in questo genere e anche gli autori più famosi sono sconosciuti al grande pubblico. il film che nelel edizioni del festival ha avuto più successo è stato Citizen Berlusconi di Stefano Tealdi, ma la gente è arrivata a vederlo in gran numero per vedere Berlusconi! Era dunque molto difficile, ma piano piano l’interesse del pubblico è cresciuto, tant’è che ora abbiamo una media di spettatori per proiezione superiore a quella del Fest. In questi anni siamo riusciti a portare a Belgrado alcuni degli autori pi+ù famosi di questo genere, come l’inglese Kim Longinotto. Collaboriamo con gli istituti culturali di viari Paesi, come quello francese e quello austriaco. Purtroppo qui non c’è ancora consapevolezza del valore del documentario, che invece è sempre più avvertito nel resto del mondo. D’altra parte, il nostro festival ha avuto un grande impatto sulla scena culturale, incoraggiando il pubblico, gli altri festival e gli autori ad avvicinarsi al genere. Quest’anno penso che abbiamo avuto l’edizione più ricca per quanto riguarda il programma che affianca le proiezioni, con dieci importanti laboratori, a cui hanno partecipato studenti, autori che già lavorano e anche un professore di Antropologia dell’Università di Belgrado.

7 velicanstvenih

Tra quanti film scegliete i sette da proiettare? E perché proprio  sette?

SP: Il gruppo più ristretto conta una cinquantina di film. Il selettore con cui collaboriamo, il danese ben Stuart Muller, viaggia molto e quando trova qualcosa che gli piace ce lo propone. Ogni scelta viene comunque fatta collegialmente, con il gruppo di organizzatori.

ZP: Cerchiamo di valutare la qualità dei film, non scegliamo in base ai premi che hanno ottenuto. La bontà delle scelte è confermata dal fatto che vari film da noi scelti, in seguito hanno ricevuto premi a livello internazionale, come l’austriaco Everyday Rebellion (“Ribellione quotidiana”). Perché proprio sette? Abbiamo notato che quando in un festival ci sono tanti film, per lo spettatore è difficile organizzarsi in base alle proiezioni e, alla fine, se va bene ci si ricordano al massimo quattro o cinque film. Volevamo qualcosa di semplice e che gli spettatori potessero ricordare, senza che si creasse confusione per i troppi film scelti. Abbiamo scelto il numero sette per i suoi significati simbolici e per i legami con il cinema (da I sette samurai di Kurosawa a I magnifici sette di John Sturges) e perché ci sembrava una quantità di film ideale per le ragioni che abbiamo detto.

SP: Nel film di Kurosawa ogni samurai è diverso dagli altri e ha delle qualità specifiche; solo però quando sono tutti insieme riescono a creare qualcosa di speciale. Questo ci è sembrato adatto per quello che volevamo comunicare con il nostro festival.

ZP: In ogni edizione portiamo film molto diversi gli uni dagli altri, sia per forma che tematiche. Non aumenteremo mai significativamente il numero di film proiettati, perché ci consideriamo “minimalisti”, nel senso che pensiamo che solo i piccoli numeri possano garantire qualità. Può succedere che avremo un’edizione con un solo film, come che presentiamo una cinquantina, ma ciò dipenderà solo dalla qualità delle opere che visioneremo.

Lei, Zoran, ha nominato il film Everyday Rebellion, a cui abbiamo assistito durante il festival. Presentandolo al pubblico la sera della proiezione, lei ha detto che i serbi hanno molti motivi per essere delusi dei mancati cambiamenti dopo la rivolta dell’ottobre 2000. Come sono stati traditi gli ideali delle persone che sono allora scese in piazza?

ZP: Le persone hanno sostenuto i cambiamenti con grandi speranze, ma sono stati traditi. Traditi dai partiti politici che hanno guidato la protesta, che promettono ciò che non possono realizzare, e cioè la società della ricchezza e del benessere. Il sogno di diventare ricchi è il più essenziale per fare politica in tutto il mondo.

Anche considerando quello che è successo in Bosnia nei giorni scorsi, pensate che qui in Serbia siano possibili proteste per la situazione che le persone stanno vivendo?

ZP: A differenza del film di cui abbiamo parlato, in cui le persone scoprono la possibilità di ribellarsi, qui le persone hanno addirittura realizzato qualcosa attraverso le proteste, ma ciò non ha portato a niente. La necessità di cambiamento è enorme, ma le possibilità che esso si realizzi sono minime.

SP: Qui c’è sempre paura delle manipolazioni. Dopo la proiezione di Everyday Rebellion, le persone chiedevano “Chi l’ha finanziato?” o “Chi c’è dietro?”. Sembra la paranoia di un ambiente che ha imparato a non fidarsi. Ma il film mostra che invece le proteste possono portare a qualcosa, perché le persone mostrate nel film hanno ottenuto dei risultati, anche molto grandi.

SP: Qui c’è la consapevolezza che partecipare a proteste non dia garanzie su ciò che succederà. L’incertezza sul futuro non è misurabile, non nel senso che non si sa se si vincerà o no, ma che non si sa cosa accadrà dopo.

ZP: Qui i cittadini hanno formalmente vinto nel 2000, ma poi i partiti hanno preso il controllo della società. E questo ha messo in discussione la vittoria, ponendo la questione se essa possa essere pericolosa.

Matteo Marazzi

(ha collaborato Biagio Carrano)

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