Ventresca (direttore ICE): “Raccontare l’eccellenza italiana per renderla riconoscibile ed accessibile a tutti”

Si deve per lo più agli italiani se nel mondo cibo e cucina non sono più visti come una mera necessità vitale, bensì considerati cultura e convivialità, piacere e sostenibilità, scoperta e identità, salute ed equità, consapevolezza e qualità. Questo perché altri popoli, pur con straordinarie tradizioni gastronomiche (basti ricordare cinesi e indiani e, ovviamente, i francesi) non hanno altrettanto promosso questa idea olistica dell’alimentazione, che resta una specificità italiana. Eppure, proprio questa ricchezza di attributi si presta a essere declinata in maniera triviale, travisata, manipolata per fini di mera speculazione commerciale. Sovente nei supermercati si trovano prodotti che di italiano non hanno nemmeno la giusta ortografia del marchio (la piaga dell’”Italian sounding”), mentre alimenti davvero “Made in Italy” arrivano sugli scaffali con tali ricarichi da allontanare anche il più danaroso dei ben intenzionati. Non va meglio in tanti ristoranti e pizzerie, dove è capitato di vederci proporre la pizza “alla caccatora” (privi del necessario ardimento, abbiamo declinato), oppure formaggi e salumi originali che appaiono miracolosamente a tavola grazie a soluzioni logistiche flessibili quanto antiche: il contrabbando, ovviamente senza alcun controllo delle condizioni di trasporto e stoccaggio.

La settima edizione della Settimana della cucina italiana nel mondo appena conclusa anche a Belgrado, è stata l’occasione per ribadire la ricchezza di esperienze e di idee che offre l’agroalimentare italiano, come anche per lanciare stimoli di confronto e riflessione sulle opportunità che un dialogo costante a tutti i livelli tra i due paesi può aprire, dalle filiere agroindustriali alla promozione delle reciproche tradizioni gastronomiche, fino al cibo come fattore di inclusione sociale. Ne parliamo con Antonio Ventresca, direttore dell’Agenzia ICE di Belgrado.

La Settimana della cucina italiana nel mondo è un evento globale di promozione integrata del Sistema Paese e ogni anno la Farnesina sceglie dei temi chiave a cui ispirarsi per un’azione di promozione integrata efficace. Poi, in ogni mercato si differenzia l’azione in base alle esigenze del mercato locale. 

Quest’anno il tema era  “Convivialità, sostenibilità e innovazione: gli ingredienti della cucina italiana per la salute delle persone e la tutela del pianeta”. Da parte nostra abbiamo davvero cercato di aderire al massimo, ciascuno attraverso gli strumenti che gli sono propri. Naturalmente, una settimana così intensa di eventi tanto diversi per pubblici e finalità non avrebbe potuto concretizzarsi senza la cooperazione tra tante componenti della presenza italiana nel paese: Istituto italiano di cultura, Agenzia ICE, Confindustria Serbia fino alla Camera di Commercio italo-serba, con il costante coordinamento e supporto dell’Ambasciata.

Lunedì 14 novembre presso il KC Grad gli ospiti della serata hanno potuto degustare varie specialità italiane preparate dallo chef Francesco Niccolai con l’aiuto di migranti e richiedenti asilo.

Degno di nota l’iniziativa dell’Ambasciata con UNHCR (Agenzia ONU per i rifugiati), in cui la convivialità è stata coniugata mirabilmente con la solidarietà. Ma sono stati effettuati interventi molto diversificati, dal canale e-commerce ad un intervento nella GDO, come anche la promozione della pizza, attraverso alcuni ristoranti aderenti all’associazione di pizzaiuoli napoletani.

Quali erano gli obiettivi e quali sono stati i risultati più rilevanti di questa edizione?

Ci siamo posti principalmente l’obiettivo di promuovere alcuni prodotti di qualità del nostro sistema agrialimentare, espressi da sistemi di produzione sostenibili e innovativi, poiche’ siamo consapevoli che le nuove tecnologie, unite a processi produttivi rispettosi dell’ambiente possano perpetuare la migliore tradizione dell’agroalimentare italiano.
Questo e’ uno dei leitmotiv del lavoro che stiamo facendo assieme all’Ambasciata d’Italia a Belgrado e che si lega anche alla nostra tradizionale e importante presenza alla fiera internazionale dell’agricola di Novi Sad, dove nel 2023 saremo, tra l’altro, il paese partner dell’edizione del centenario della Fiera.

Mercoledì 16 novembre si è tenuta la masterclass a cura di Slow Wine dove un pubblico di sommelier e operatori del settore serbi ha potuto degustare vini italiani di alta qualità, per quanto non sempre ancora presenti in Serbia.

Abbiamo scelto il format delle masterclass, che consente di formare gli addetti ai lavori e metterli in condizione di approfondire la conoscenza dei prodotti e del loro utilizzo e di poterli, cosi’, utilizzare al meglio e raccontarli per una progressiva diffusione, che accompagni anche gli sforzi delle aziende produttrici per penetrare in questo mercato.
Quest’anno abbiamo organizzato, oltre al Salone del food e del vino, cui hanno partecipato trenta aziende, anche quattro masterclass dedicate a numerose etichette vinicole innovative dalla guida Slow Wine 2023, alla Mozzarella di Bufala Campana, al Parmigiano Reggiano, con il consorzio delle Vacche Rosse e all’olio extravergine di oliva, grazie al consorzio Unaprol, che rappresenta oltre centomila produttori olivicoli. 
L’interesse degli operatori specializzati, dei media e dei singoli partecipanti è stato entusiasta, e ciò significa che siamo sulla strada giusta. 

Quanto è ricettivo il mercato serbo e quali sono le differenze rispetto ad altri paesi dove ha operato?

Le mie precedenti esperienze sono state in Germania ed in Austria, mercati vicini e maturi, dove il lavoro consisteva in un tuning dei flussi distributivi e l’apertura di canali distributivi multichannel.
La Serbia presenta difficoltà maggiori, rappresentate sia da un sistema distributivo ancora in fase di crescita e da un sistema doganale e di controlli tecnici che costituiscono, a tutti gli effetti, una barriera commerciale importante e che comportano anche un aumento di costi per gli operatori del settore. 
Nel settore vinicolo regnano ancora limiti alle quantita’ che e’ possibile importare, per un sistema di quote concordate con l’Unione. Il lavoro da fare è, così, da una parte lavorare per limare, per quanto possibile, le asperita’ di ingresso, dialogando con le istituzioni da una parte e informando al meglio le nostre aziende. 
Dall’altra occorre far conoscere sempre di più la particolare varietà della nostra offerta e fare in modo che aumenti la domanda e cresca l’abitudine al consumo di prodotti italiani, al fine di evitare che solo pochi operatori locali offrano prodotti mainstream e a prezzi di prodotti di lusso fenomeno che, si capisce da sé, ne frena lo sviluppo qualitativo e quantitativo. 

Quale è la strategia futura della promozione dell’agroalimentare italiano in Serbia?

Da parte nostra, proprio per realizzare quanto dicevo prima, oltre al continuo e capillare lavoro di informazione e promozione e di assistenza alle nostre aziende di qualita’, cercheremo di portare i prodotti anche su canali differenziati come l’e-commerce e la GDO. Continueremo a raccontare e proporre i prodotti di qualita’ con l’aiuto di degustazioni specializzate e organizzeremo anche l’anno prossimo un Salone del food e del vino, con un numero ancora maggiore di aziende partecipanti. 

La cena di gala di martedì 15 novembre in Residenza a cura dello chef Daniele Moretti ha visto la partecipazione di esponenti del mondo politico, imprenditoriale e culturale serbo, Nella foto l’Ambasciatore Luca Gori con la ministra dell’integrazione europea Tanja Miscevic.

A differenza di altre tradizioni gastronomiche, il cibo italiano è tale quando accoppia originalità delle materie prime con la correttezza dei processi di preparazione e cottura. Mangiare  “all’italiana” a casa non è insomma così semplice e non tutti possono andare al ristorante. Ha delle idee o delle proposte in merito?

E’ vero che ci sono piatti che hanno bisogno di processi di preparazione particolari, ma è pur vero che da una parte esistono pietanze semplici e genuini. come ad esempio la Caprese, che chiunque e’ in grado di preparare e dall’altra una diffusione dei basilari processi di preparazione, sia attraverso campagne informative che attraverso il lavoro che si sta facendo con le scuole di Cucina, il processo stesso può diventare veicolo di curiosità e di promozione degli ingredienti. L’anno scorso, in una scuola di cucina abbiamo mostrato alcuni brevi filmati sulla preparazione di piatti della nostra tradizione, come ad esempio la carbonara, e l’iniziativa è stata accolta con molto piacere ed ha avuto un effetto didattico superiore al previsto, introducendo, al contempo, ingredienti basilari della nostra cucina. 

Se Serbian Monitor fosse interessato, potremmo comunque aprire una piccola rubrica sui piatti semplici della tradizione italiana.

Lei è arrivato da pochi mesi in Serbia. Al di là degli aspetti legati al suo lavoro, quali sono le impressioni di questi mesi?

La Serbia è un Paese interessante, stratificato, ricco di tracce di ogni genere, con una storia ed un’attualità  complesse e spesso mistificate. Capire la realtà che ci circonda è per noi essenziale per fare bene il nostro lavoro e cerchiamo di essere costantemente in ascolto. Siamo facilitati dal fatto che in Serbia c’è una notevole apertura di credito nei nostri confronti e che ci sono dei punti di contatto culturali che pochi conoscono. E approfondirli è uno dei nostri compiti. Durante uno dei primi incontri con esponenti serbi, mi venne da citare Italo Calvino e la sua Eufemia, una delle città’ degli scambi delle Città invisibili. Adesso, a distanza di un anno dal mio arrivo, vorrei tornare a citare quei passi, che, soprattutto per il mio stare in Serbia ritengo ancora importanti:

Non solo a vendere e a comprare si viene a Eufemia, ma anche perché la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili, o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice – come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti” – gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restare sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.”

Italo Calvino, Le Città Invisibili, Einaudi, 1972


Che ne pensate?

Venerdì 18 si è tenuta una tavola rotonda a Palazzo Italia che ha visto confrontarsi sui temi dello sviluppo rurale scienziati serbi e italiani.

Come vorrebbe che venissero riconosciuti e approcciati gli uffici ICE di Belgrado e di Podgorica che lei dirige?

Tornado al prosaico, vorremmo essere una sorta di luogo di confronto e di scambio. Siamo pronti ad ascoltare le esperienze gia’ fatte, vincenti o sbagliate, e a mettere a disposizione il nostro bagaglio di esperienza per costruire una strategia che tenga conto di tutti gli aspetti che occorrono per affrontare un mercato complesso come quello serbo e, visto che lo cita, quello montenegrino. 
Abbiamo l’esperienza della nostra vasta rete di uffici, il sapere delle mie preziose collaboratrici e preziosi collaboratori, che sono veri esperti del mercato oltre che mediatrici e mediatori tra due culture, non solo degli aspetti commerciali e offriamo il punto di vista di un’agenzia che da quasi cento anni fa egregiamente questo lavoro in tutto il mondo e con molti riconoscimenti. Insomma, siamo a vostra disposizione. 

Laureato in lettere, appassionato di letteratura e musica, Antonio Ventresca è direttore delle sedi dell’Agenzia ICE di Belgrado e Podgorica dal 2021.

Precedentemente direttore a Vienna e vicedirettore a Düsseldor

Parla correntemente tedesco e inglese.

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