Il vaccino del consenso

Il vaccino del consenso in Serbia ha un nome difficile: tecnicamente si chiama ChAdOxl nCoV-19 recombinant vaccine, più comunemente detto Covidshield e viene dall’India.

Si tratta della versione indiana del vaccino Astra Zeneca, prodotta dalla Serum Institute of India, il più grande produttore al mondo di vaccini, con sede nella città di Pune.

Grazie al vaccino “indiano” questo fine settimana la Serbia è stata la destinazione di una specie di esodo biblico alla ricerca del santo graal dell’immunizzazione che ha paralizzato i valichi autostradali da Nord Macedonia, Bosnia, Croazia e finanche Ungheria.

Domenica, 28 marzo: file per i vaccini a Nis (senza rispetto delle distanze di sicurezza)

L’afflusso ha creato notevoli problemi a Nis, dove centinaia di cittadini nord macedoni si sono accalcati davanti al punto di vaccinazioni “Cair” senza essersi precedentemente prenotati. Migliaia anche le persone che si sono messe in auto dalla Bosnia dalla prima mattina di sabato senza essersi prenotati al portale e così alla fiera di Belgrado si sono viste file lunghissime, con il traffico cittadino a tratti congestionato.

Mai queste file e questo caos sono stati più gradite alla leadership politica del paese. Nella serata di ieri, domenica, è stato trionfalmente comunicato che 22.000 stranieri hanno ricevuto il vaccino, una generosità che nessuno stato europeo può oggi vantare. E poco importa che questa sovrabbondanza di Astra Zeneca “indiani” sia stata dovuta ai tanti serbi i cui timori non li hanno spinti a non fidarsi della casa farmaceutica anglo-svedese: al rischio di doverli buttare perché non più ulteriormente conservabili si è risposto proponendosi ai media internazionali come un paese generoso e accogliente.

Mai una campagna di comunicazione, anzi di soft power, è costata meno a un paese: al costo medio di un vaccino Astra Zeneca indiano di 3,40 dollari, 22.000 vaccinazioni sono costate meno di 100,000 dollari (esclusi i costi fissi del personale medico impiegato) per guadagnarsi la riconoscenza e l’ammirazione di molte più migliaia di persone in tutta la regione e oltre, poiché sono migliaia i manager e gli imprenditori stranieri in Serbia vaccinati nelle settimane precedenti con il vaccino Pfizer.BioNTech grazie a vari canali più o meno privilegiati.

Un paese stupidamente nazionalista avrebbe tenuto per sé i vaccini anche con il rischio di farli scadere (“sono soldi delle tasse dei nostri concittadini e vanno spesi per noi: frase che noi italiani conosciamo bene), al contrario un paese intelligentemente nazionalista ha usato il rischio come un’opportunità per guadagnare consenso nelle opinioni pubbliche dei paesi vicini. Di questo va dato atto a chi sta gestendo la campagna vaccinale e di comunicazione: mentre si sono superati i 7.000 ricoverati negli ospedali Covid, il numero dei malati in terapia intensiva è quasi raddoppiato in meno di un mese, appena venerdì si è registrato il record di 5.224 positivi su appena 17.436 persone testate, in tutta Europa si parla dei successi nel processo di vaccinazione e della corsa degli stranieri a farsi vaccinare in Serbia e non di un’emergenza sanitaria che sta ancora montando.

Il consenso si costruisce 

Secondo Joseph S. Nye Jr il soft power di un paese si basa su tre aspetti: la cultura popolare (mass media, sport, gastronomia, ad esempio), i valori politici (quando il paese si dimostra all’altezza di quelli che sbandiera) e le politiche interne ed estere del paese. La politica dei vaccini ricade nel terzo caso. Donazioni ai vari paesi dell’area, vaccinazioni gratuite, messaggi di apertura e accoglienza, prossimo export diretto del preparato Sputnik V: sono tutti tasselli di una grande campagna di comunicazione che sta sviluppando il consenso internazionale attorno ad Aleksandar Vucic e, di riflesso, consentendogli di gestire da una posizione di forza gli scandali e le accuse delle ultime settimane. Per quanto siano piani radicalmente diversi, quanto un’Unione europea mortificata dalla pessima gestione della campagna vaccinale può criticare un autocrate che ha dimostrato sui vaccini fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione (per citare, con un po’ di necessaria ironia, il mitico Amici Miei). Ecco che si costruisce un consenso focalizzando l’attenzione domestica e internazionale sugli elementi positivi e mettendo in ombra criticità, incongruenze e abusi.

Eppure, il paese punta a proiettarsi verso il futuro. Da maggio l’istituto Torlak di Belgrado inizierà la produzione dello Sputnik V e al contempo si fa circolare la notizia che già da maggio i serbi vaccinati potrebbero andare in vacanza in Grecia, ovvero ritorno alla normalità e predominio regionale, almeno nella geopolitica dei vaccini.

La sfida dei vaccini è geopolitica non solo per gli interessi economici e politici che stanno dietro le varie cordate internazionali. Si tratta di una sfida che tocca la futura reputazione dei soggetti di questa sfida. Mentre americani e inglesi hanno spinto sull’accelleratore con risultati eccellenti, mentre i cinesi devono compensare il danno di immagine di aver creato la catastrofe epidemica, i russi, nonostante la ridotta capacità produttiva, stanno usando il vaccino per costringere l’Unione europea ad approvarlo e così smentirsi rispetto alle sanzioni ancora in essere. La partita della Serbia si gioca allora su due piani: da una parte la predominanza regionale, questa volta grazie alla reputazione che sta acquisendo in questo frangente che fa cambiare anche i rapporti di forza politici con i vari paesi; dall’altra la relazione con la Ue, che si trova indebolita internamente dalla gestione affannosa della crisi pandemica e più flebile nella sua capacità di negoziare e imporre le sue posizioni a un leader serbo che oggi può vantare non solo un potere strabordante in patria, ma anche un rafforzamento della sua immagine nell’intera regione e oltre.

La pandemia si sta rivelando non solo una crisi sanitaria globale, ma anche una sfida politica in cui principi di stato di diritto, libertà di espressione, rispetto delle opposizioni rischiano di essere sacrificati sull’altare della governamentalità dell’emergenza. 

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