Ben tre risoluzioni straordinarie del Parlamento europeo su un singolo Paese candidato! L’Europa sta davvero dedicando un’attenzione del tutto particolare alla Serbia. Che la colpa sia della Bruxelles ufficiale o della Belgrado ufficiale è un’altra questione – anche se la risposta è chiara.
È decisamente responsabilità delle autorità serbe, che hanno accolto l’inizio di luglio con profonda delusione dopo un nuovo rinvio dell’apertura del Cluster 3 (Competitività e crescita inclusiva), nonostante la raccomandazione della Commissione europea. Ma andiamo con ordine.
Nella risoluzione del PE si prende atto di progressi limitati o nulli nella maggior parte dei capitoli negoziali, oltre a un arretramento nell’ambito dello Stato di diritto e della libertà dei media. Si tratta della risoluzione più critica mai adottata finora sul percorso di integrazione europea della Serbia, benché – come tutti, e in primo luogo la Belgrado ufficiale, ci terranno a ricordare – il documento non sia giuridicamente vincolante. Ciò nonostante, possiede una rilevanza pratica non trascurabile: non verrebbe certo approvato invano.
Tanto per cominciare, ogni relazione del PE costituisce un nuovo punto di partenza per i successivi dibattiti parlamentari sullo status del Paese candidato. Ciò significa che la prossima serie di deliberazioni su Belgrado a Strasburgo e Bruxelles prenderà le mosse dalle recenti e dure critiche del relatore permanente del PE per la Serbia, Tonino Picula, il quale è arrivato a proporre persino la sospensione dei finanziamenti destinati alla Serbia nell’ambito del Piano di crescita per i Balcani occidentali. Il documento sarà trasmesso al Consiglio europeo e ai presidenti, primi ministri e ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’UE ivi rappresentati. Infine, finirà anche sul tavolo di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e plasmerà in modo significativo il rapporto di avanzamento della Commissione stessa sulla Serbia, che viene tradizionalmente presentato verso la fine dell’anno. Nemmeno quel documento è vincolante, ma il suo contenuto esercita un’influenza innegabile sulle decisioni dell’UE sul destino dei Paesi candidati.
«L’odiatore della Serbia Picula ha ribadito una serie di critiche all’indirizzo della Serbia e delle sue autorità», è stato annunciato durante un servizio d’occasione trasmesso dall’emittente televisiva Informer. L’eurodeputato croato dei Socialisti e Democratici è ormai abituato alla fango-terapia dei tabloid – non è certo la sua prima volta. Questa volta, tuttavia, sono stati compiuti sforzi maggiori per far comprendere al pubblico serbo le dinamiche di stesura e approvazione del rapporto.
In qualità di autore della bozza, il relatore permanente effettua sopralluoghi sul campo e si confronta con rappresentanti di governo, opposizione, media e società civile. La bozza passa poi al vaglio della Commissione per gli affari esteri del PE, dove vengono apportate correzioni e integrazioni. Secondo Picula, un record del 70% degli eurodeputati ha sostenuto la versione finale del testo, cosa che si è poi riflessa nel voto in aula.
A favore dell’adozione si sono espressi 468 deputati, 116 sono stati i contrari e 79 gli astenuti. Non si tratta dunque del “rapporto di Picula”, bensì di un documento recepito e fatto proprio dall’intero Parlamento europeo.
Toni dissonanti
D’altra parte, quasi contemporaneamente, la Commissione europea ha proposto che la Serbia apra comunque il Cluster 3 (otto capitoli negoziali dedicati alla competitività e alla crescita inclusiva), per il quale i requisiti tecnici risultano soddisfatti da diversi anni. La Belgrado ufficiale si sarebbe così trovata, per la prima volta dalla fine del 2021, in una condizione in cui il processo di integrazione europea non è in fase di stallo. Una delle motivazioni adotte era che l’apertura di un nuovo cluster avrebbe fornito un impulso positivo alle autorità serbe per proseguire con le riforme. Picula ha espresso scetticismo su questo esito, sottolineando che in questo modo un trend pluriennale di erosione della certezza del diritto e della democrazia verrebbe premiato anziché ostacolato.
Tra i sostenitori dell’apertura vi era anche la Commissaria per l’Allargamento Marta Kos, la quale ha riscontrato alcuni sviluppi positivi nelle riforme rispetto alla fine del 2025, specialmente nella riforma della legislazione giudiziaria e nell’attuazione delle raccomandazioni dell’ODIHR per il miglioramento delle condizioni elettorali.
Contro l’apertura del Cluster 3 si sono espressi in modo esplicito i rappresentanti di otto Paesi (Belgio, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Lituania ed Estonia), mentre i colleghi di Lussemburgo, Danimarca e Lettonia si sono detti non convinti dell’opportunità di procedere. Le loro motivazioni hanno coinciso in modo impressionante con le conclusioni del rapporto del PE sulla Serbia: l’integrazione europea della Serbia è stagnante, le capacità democratiche sono inferiori al passato e, oltre al mancato allineamento con le sanzioni contro la Russia per l’aggressione all’Ucraina, la Serbia ha iniziato a fare comunella con il concorrente geostrategico dell’UE, il Partito Comunista Cinese.
Se le autorità mentono, i dati del Ministero non mentono
Secondo Vladimir Međak, vicepresidente del Movimento Europeo in Serbia, la divergenza tra PE e CE è pura geopolitica in atto – una dinamica che, afferma, non condivide ma analizza e comprende.
«Solo due giorni fa il Montenegro ha chiuso due capitoli, l’Albania i primi tre, mentre Moldavia e Ucraina hanno aperto il Cluster 6, che è il secondo da loro interamente aperto. Da un punto di vista geopolitico ed europeo, sarebbe stato saggio infilare in qualche modo anche la Serbia in quel gruppo, perché ci si sarebbe trovati con cinque candidati che bussano alle porte dell’UE. Realisticamente parlando ciò è impossibile, poiché il regime di Aleksandar Vučić si sta allontanando sempre più da essi. La Francia e la Germania hanno chiesto alla CE, in occasione dell’ultimo vertice UE-Balcani occidentali a Tivat, di aprire il Cluster 3, prevedendo però la possibilità di reversibilità dell’integrazione. L’ormai famoso non-paper contiene ritagli di realtà che presentano la posizione della Serbia in chiave positiva, mentre la realtà nel suo complesso è estremamente negativa ed è contenuta nella risoluzione del PE. È come se da una torta tiraste fuori la fetta che vi piace sostenendo che l’intera torta sia così, quando è evidente che non lo è», spiega Međak a Radar.
Sebbene le autorità in Serbia continuino a proclamare il proprio impegno sul cammino europeo, persino i dati del competente Ministero per l’Integrazione Europea dicono il contrario. Dei sessanta regolamenti che il Governo della Serbia avrebbe dovuto adottare nei primi tre mesi dell’anno in corso, ne sono stati adottati appena dieci; di nove leggi ne è stata approvata soltanto una, e di cinque atti secondari ne è stato recepito parimenti uno solo.
Se finora c’erano dubbi sull’utilità dell’«unità operativa per l’adesione all’UE» istituita a gennaio – il cui compito sulla carta era il «coordinamento per l’attuazione accelerata di tutti gli obblighi sul cammino europeo della Serbia» -, ora sembrano essere svaniti del tutto. In caso contrario, il semestre trascorso sarebbe stato impiegato diversamente, la risoluzione del PE sarebbe stata più favorevole e nessun Paese membro avrebbe votato contro l’apertura del Cluster 3. O quantomeno ce ne sarebbero stati meno di otto.
«L’apertura del Cluster 3 sarebbe stata presentata in Serbia come un sostegno al regime, il che a medio e lungo termine avrebbe avuto un impatto estremamente negativo sul sentimento pro-europeo nella stessa Serbia», aggiunge l’intervistato.
Negoziati a vuoto
Eppure i segnali che qualcosa non andasse non mancavano. Come quando la Svezia, nel novembre 2025, ha sospeso l’erogazione degli aiuti finanziari alle istituzioni statali serbe a causa dell’allontanamento del Paese dall’UE. Anche in altri Paesi membri dell’Unione ci si chiede da tempo perché il denaro dei contribuenti debba servire ad aiutare uno Stato che non compie alcun passo avanti verso l’adesione.
Periodi come questo sono terreno fertile per le teorie del complotto, così è venuto spontaneo chiedersi perché la Francia e la Germania abbiano avanzato tramite la CE la proposta di aprire il Cluster 3 pur sapendo che sarebbe stata respinta dagli stessi Paesi che l’avevano bocciata in precedenza.
Ancora una volta, per l’intervistato, si tratta semplicemente del riflesso delle dinamiche interne europee.
«Un conto sono le illazioni, un altro sono i negoziati, e l’Europa funziona sulla base di una trattativa continua che a volte ha successo e a volte no. Per fare un esempio, fino a un anno fa anche la Germania era contraria all’apertura del Cluster 3, mentre nel frattempo ha cambiato idea. Anche Tito era comunista e gestiva il lager di Goli Otok, ma quando si è avvicinato alla NATO ha ottenuto gli aiuti finanziari degli Stati Uniti. La geopolitica può fare molto, ma non può integrare con la forza uno Stato nell’UE. Molto semplicemente, la Serbia non può essere così corrotta; deve garantire un livello minimo di Stato di diritto e di indipendenza delle istituzioni anche solo per potersi avvicinare all’UE», afferma Međak.
Come c’era da aspettarsi, il Presidente della Serbia non si è dilungato troppo nello studio della TV pubblica sulle debolezze e sulla vulnerabilità della democrazia serba, affrettandosi invece a dichiarare che è ormai evidente come l’UE non decida l’apertura dei cluster in base ai meriti del Paese candidato. Ha inoltre constatato che «dai vicini croati» non ha visto «nulla di nuovo né di inaspettato», dato che «amano vedere la Serbia in ginocchio, una Serbia debole, povera, umiliata». Rimane aperto il quesito sul perché non abbia riservato le stesse parole a qualcuna delle altre nazioni che hanno bloccato l’apertura del Cluster 3 – ad esempio ai Paesi Bassi o alla Finlandia -, sebbene va detto che i tabloid sotto il suo controllo la settimana scorsa abbiano sfoggiato, seppur brevemente, titoli istintivi che evocavano presunti tradimenti bulgari, coltelli nascosti e la schiena dritta della Serbia.
Chi protegge le spalle al regime?
Purtroppo, qualsiasi analisi delle relazioni tra la Serbia e l’UE deve tenere conto anche della specificità del rapporto tra la Commissione europea e il suo perno, il Partito Popolare Europeo (PPE) – di cui fa parte la stessa Von der Leyen -, nonché tra Vučić e il PPE, di cui il suo Partito Progressivo Serbo (SNS) è membro associato. Se da un lato il PPE non vuole ripetere gli errori commessi con Viktor Orbán, dall’altro sembra non volersi lavare del tutto le mani della Serbia progressiva, considerata una propria creatura politica…
È interessante notare come i dibattiti al PE sulle bozze di relazione per i Paesi candidati abbiano avuto durate differenti. Se per la Moldavia e l’Ucraina è stata riservata un’ora ciascuna, per la Serbia sono stati concessi appena trenta minuti. Secondo quanto dichiarato in precedenza dal direttore del portale European Western Balkans, Nemanja Todorović Štiplija, il PPE ha cercato di ridurre al minimo le possibilità di un esame minuzioso, dopo aver persino tentato in precedenza di impedire del tutto la discussione e di mettere direttamente ai voti la bozza…
«È chiaro da tempo che il PPE manca di una bussola morale definita per quanto riguarda lo Stato di diritto. Coltivano, si potrebbe dire, un approccio laissez-faire su questioni come la lotta alla corruzione, come abbiamo avuto modo di ascoltare anche durante l’intervento dell’onorevole Davor Ivo Stier al PE. Dunque, non condividono l’evoluzione della situazione in Serbia, ma non hanno neppure una gran voglia di occuparsene. In generale, votano sempre più spesso al fianco della destra o dei conservatori piuttosto che con i blocchi centristi come socialdemocratici e liberali. Tuttavia, così come senza il loro peso non vi sarebbe stato alcun periodo di grazia nei rapporti dell’Europa con le autorità serbe, allo stesso modo l’apertura del Cluster 3 non sarebbe motivo di scontro nell’UE se la dirigenza serba volesse davvero entrare nell’Unione», conclude Međak.
(Radar, 22.07.2026)
https://radar.nova.rs/politika/rezolucija-ep-o-srbiji-ek-srbija-vucic/


