I funerali di Stato concessi a Ratko Mladić hanno riaperto il dibattito sul rapporto irrisolto tra la Serbia attuale, il nazionalismo e le guerre degli anni Novanta. Il passato non viene rielaborato: diventa colpa collettiva.
Il murale dedicato a Mladić nella centralissima via Njegoševa di Belgrado, più volte imbrattato dagli attivisti.In un giorno di settembre 2026 Belgrado tornerà a sprofondare negli anni Novanta. Sarà il giorno dei funerali di Stato del generale Ratko Mladić, il boia di Srebrenica. Di solito i funerali sono un momento di rappacificazione e rielaborazione, non sarà questo il caso.
Nel 1972, ventisette anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, torme di tedeschi di tutte le età sciamavano in riviera romagnola, migliaia di relazioni estive nascevano tra ragazzi locali e le ospiti teutoniche, migliaia di coppie attempate, i cui mariti avevano già conosciuto l’Italia circa 30 anni prima in circostanze meno rilassate, ballavano il liscio nelle balere con tante altre coppie della loro età che trent’anni prima non li avrebbero trattati con la rinomata affabilità romagnola. E questo avveniva non solo tra Rimini e Riccione, ma anche sul Lago di Garda, in Riviera ligure, lungo la costa veneta da Grado a Cavallino. Già dagli anni Cinquanta, a Prato arrivavano decine di imprenditori tedeschi per acquistare i tessuti prodotti nella Manchester toscana, mentre le aziende meccaniche e siderurgiche tra Brescia, Bergamo e Verona instradavano via Brennero migliaia di camion di forniture all’industria tedesca.
In quegli stessi anni anche dall’altra parte dell’Adriatico accadeva qualcosa di simile. Non solo ungheresi e rumeni che avevano pure collaborato con gli invasori nazisti, ma anche tanti tedeschi dell’Est e dell’Ovest si godevano le coste dalmate e montenegrine, oramai sempre più attrezzate ad accogliere anche il turismo estero, con i camerieri jugoslavi felici per le mance che potevano intascare.
I Balcani occidentali e lo specchio di Srebrenica
Provate invece oggi ad andare a Zagabria, o peggio ancora a Spalato, a parlare in ekavica, ovvero la pronuncia jugoslava serba: appena dieci anni fa a Zagabria ricevemmo uno sputo all’uscita dal parcheggio solo perché, in tre italiani, giravamo con un’auto con targa serba. Marko Perković Thompson, il cantante croato che urla insieme al suo pubblico “uccidi i serbi”, registrò 500.000 partecipanti al suo concerto all’Ippodromo di Zagabria il 5 luglio 2025. Sì, l’anno scorso, non vent’anni fa. Il nazionalismo nei Balcani occidentali non accenna a calare, cambia però da paese a paese in base a come i politici si rapportano ad esso, e quanto spazio gli danno. Tra i croati, il conflitto istituzionalizzato tra Plenković e Milanović pone in secondo piano i rigurgiti ustascia. E tra i serbi?
La sterminata folla al concerto di Marko Perković: il 5 luglio 2025: un croato su otto era all’evento.Milorad Dodik, dominus della Repubblica serba di Bosnia dal 1998, è un termometro ideale dell’atteggiamento prevalente tra i serbo-bosniaci: nei primi anni del suo potere si dichiarava disponibile a collaborare con il Tribunale dell’Aja e definiva Mladić e Karadžić dei “malfattori” quando si trovava fuori dal governo. Nel 2007, in un’intervista televisiva al canale bosgnacco NTV Hayat si spinse a dichiarare che a Srebrenica era avvenuto un genocidio, ma ecco che, ritornato al potere, a partire dal 2008 la sua posizione cambia fino a far annullare dall’Assemblea della Republika Srpska, nel 2018, le conclusioni della Commissione d’inchiesta su Srebrenica del 2004, sostenendo poi che si tratta di un mito e che il numero delle vittime era stato ampiamente gonfiato.
Perché Srebrenica è tanto importante? Srebrenica non è solo un memoriale fatto di pilastrini bianchi per dare sepoltura a oltre 8.000 ragazzi e uomini uccisi in dieci giorni, ma l’epitome del rapporto irrisolto che la classe politica serba ha con le guerre degli anni Novanta.
La Germania postbellica: un confronto con la storia contraddittorio eppure riuscito
Come hanno gestito l’eredità del proprio passato due classi dirigenti separate da due generazioni?
Torniamo indietro di ottanta anni. Nel 1945 la Germania non era solo un paese sconfitto, ma un paese ridotto territorialmente di un quarto (da circa 470.000 chilometri quadrati a circa 357.000), con 14 milioni di profughi provenienti dalle regioni da sempre di cultura tedesca irrimediabilmente perdute, di cui almeno mezzo milione persero la vita durante i trasferimenti a causa di malattie o di violenze da parte delle popolazioni locali: condizioni ideali per spinte revansciste.
La distinzione tra nazisti e tedeschi (ampiamente forzata, come ha argomentato il classico e controverso testo di Goldhagen “I volenterosi carnefici di Hitler”), consentì al popolo tedesco di accettare la colpa storica dell’Olocausto condannando un’ideologia e non condannandosi come popolo. I gerarchi nazisti furono processati e condannati da un tribunale sito a Norimberga, ma con giudici alleati, non tedeschi. Il male più evidente fu soppresso fisicamente, con 10 impiccagioni e il suicidio di Göring.
Fonte: Limes, 6/24: https://www.limesonline.com/rivista/anteprima/la-germania-senza-qualita-il-numero-624-di-limes-16333100/Molto più lentamente, subentrò l’elaborazione della colpa collettiva attraverso le arti, i percorsi didattici, attraverso ideologie politiche che dai liberali ad ovest ai comunisti ad est (basti pensare a Brecht) non esoneravano il popolo tedesco dal riflettere sulle sue colpe. Ancora nel 1949, la maggioranza dei tedeschi riteneva il nazismo “un’idea buona ma realizzata male”, con addirittura il 68% degli elettori liberali di questo avviso. A pochi anni dalla catastrofe, la nostalgia del nazismo era ancora forte, la denazificazione appena iniziata. Ma gli istinti nostalgici non trovavano rappresentanza in leader politici già perseguitati dal regime; semmai, il loro pragmatismo consentì a decine di migliaia di aderenti al partito nazista di fruire di amnistie e di rientrare nell’apparato statale di entrambe le Germanie, non solo per essere funzionali alle necessità della ricostruzione, ma anche, come dichiarò Adenauer, perché in questo modo si anestetizzava “un nazionalismo crescente e sempre più estremista”, che stava riemergendo.
Il recupero di fasce della popolazione che avevano attivamente sostenuto il nazismo non cambiò gli indirizzi di base, anche educativi, che ammettevano le colpe della Germania nello scatenamento della guerra e nella messa in pratica dell’Olocausto. Analisi critica del passato, riconoscimento delle colpe, rielaborazione dei propri valori nazionali, azioni e comportamenti risarcitori a livello individuale e di politica interna ed estera: il percorso tedesco (oggi rimesso in discussione dall’avanzata dell’AfD) è, con tutti i suoi limiti e contraddizioni, il massimo risultato raggiunto da un popolo europeo nell’accettare le conseguenze delle sue colpe e nel rielaborare i suoi principi e i suoi valori.
Un rapporto irrisolto con gli anni Novanta
A distanza di 81 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e di 31 anni dagli accordi di Dayton possiamo dire che nei Balcani, in particolare in Serbia, in Croazia e in Bosnia, sia avvenuto un processo sociale, politico e culturale simile a quello delle Germanie postbelliche? Sicuramente no.
Dopo una breve parentesi a inizio degli anni 2000 che fece sperare in un superamento delle contrapposizioni, le leadership di questi paesi hanno rinfocolato il nazionalismo e lo hanno utilizzato come un’assicurazione sulla loro vita politica.
Nell’incontro con il Rappresentante Ue in Serbia Andreas von Bekerat del 31 ottobre scorso il Presidente Vučić ha confermato che “l’integrazione europea e l’adesione all’Ue è un obiettivo strategico della Serbia perché non è solo un avanzamento geostrategico ma un percorso verso uno sviluppo più veloce del paese”.A partire dal 2008, il Partito Progressivo Serbo (SNS) ha giocato su un duplice livello di comunicazione. Nelle interlocuzioni ufficiali con i paesi europei, come anche nelle prime campagne elettorali, l’accento veniva posto sull’integrazione europea come via maestra per il miglioramento degli standard di vita del paese. Nei confronti di Bruxelles e Berlino, era la forza politica capace di portare l’elettorato più nazionalista ad accettare la “normalizzazione” dei rapporti con il Kosovo, condizione essenziale per l’adesione all’Unione europea. Ad un livello di comunicazione più interno, nel contesto comunicativo nazionale sviluppato dai tabloid e dai media vicini al governo, l’azione di orientamento del senso comune era e resta basata su messaggi fortemente sciovinisti e revanscisti in merito al Kosovo e alle guerre degli anni Novanta e fortemente nazionalisti nei rapporti con gli altri paesi della regione.
Il Presidente Vučić con il figlio che indossa una maglietta “nema predaje” sopra la sagoma del Kosovo,Prendiamo ad esempio uno slogan tipico di questi anni. “Nema predaje”, (traducibile come “nessun cedimento o nessuna resa”) è la parola d’ordine in merito al rifiuto di ogni accordo sul Kosovo, uno slogan ampiamente usato nei convegni dell’SNS. Poco importa che nei fatti la Serbia abbia ceduto praticamente su tutto in merito all’indipendenza del Kosovo e ai diritti dei serbi lì ancora residenti: quello che conta è alimentare e motivare una base elettorale e sociale nazionalista, soffiare sul fuoco del revanscismo, alimentare in una parte dei giovani un sentimento di spossessamento e ingiustizia subita, non trovare una soluzione diplomatica capace di portare a un compromesso onorevole. Una retorica irrealistica e fondata sulla rivalsa non serve a cambiare lo stato dei fatti, ma sicuramente ad altri due obiettivi: alimentare un’emotività nazionalistica e revanscista che vede nel capo l’unico capace di tutelare la nazione e, peggio, intrappolare un’intera nazione nel suo passato.
In questa strategia di orientamento di una parte dell’elettorato, il concerto di Thompson a Vukovar del 28 agosto ha offerto alla leadership serba un’occasione irrinunciabile per ravvivare tale strategia: allarmare la popolazione sulla minaccia del ritorno del nazismo nel paese vicino, soffiare sul fuoco del nazionalismo, ma al contempo mostrarsi distaccati rispetto all’Unione europea di cui la Croazia fa parte, “nemmeno una nota di protesta” ha rimarcato Vučić.
Perché la grande differenza tra la Germania post-seconda guerra mondiale e la Serbia post-guerre balcaniche è questa: la classe dirigente tedesca ha lavorato sulla consapevolezza collettiva delle colpe e al contempo sulla coesione sociale, sulla capacità di distanziare le nuove generazioni dal militarismo e dal suprematismo (Deutschland über alles) che avevano portato a due sconfitte catastrofiche, così da non associare un intero popolo alle scelte catastrofiche della classe dirigente nazista.
Al contrario, in Serbia il lavoro sul senso comune che è stato portato avanti in oltre tre lustri è stato quello di associare il popolo agli errori degli anni Novanta, in una visione della storia quasi mistica, in cui élites e popolo devono essere condannati a un medesimo destino (ovviamente deciso dalle élites).
La rivendicazione collettiva di responsabilità politiche e penali individuali
Alla base di questi indirizzi ci sono motivazioni molto più terra terra: l’attuale leadership politica serba è stata pienamente coinvolta nelle scelte di Milošević degli anni Novanta e, a parte qualche timido tentativo, non ha mai messo in discussione quella parte della loro biografia.
Durante tutti gli anni Novanta si successero proteste in Serbia contro la leadership politica. La foto è delle proteste studentesche del 1996 sotto lo slogan “Belgrado è il mondo”.Nessuna disamina critica del loro passato; nessuna ammissione che le centinaia di migliaia di serbi che protestavano nelle strade di Belgrado mentre il regime di Milošević aiutava Karadžić e Mladić avevano ragione; nessuna rottura del legame politico e culturale con gli anni Novanta; nessuna volontà di ripensare uno stato e una società civile sui valori di pacificazione e riconoscimento di certe responsabilità storiche. Si è preferito semmai operare affinché gli errori e gli orrori degli anni Novanta diventassero un patrimonio collettivo, deresponsabilizzando la cittadinanza ed esonerando le élites da qualsiasi responsabilità politica e storica.
Fu dunque genocidio a Srebrenica? La sentenza della Corte internazionale di giustizia, Bosnia-Erzegovina c. Serbia e Montenegro del 26 febbraio 2007 ha ritenuto genocidio i fatti di Srebrenica, ma non ha ritenuto la Serbia responsabile di averlo commesso né di complicità, quanto di non averlo prevenuto e di aver protetto il genocida Mladić. E allora perché attribuire questo stigma ai serbi come popolo? Quale pregiudizio si cela dietro questo atteggiamento? Dal ragionamento fin qui esposto, la risposta si dipana chiara: un popolo la cui leadership attuale rifiuta di riconoscere gli errori del proprio passato e cerca di esonerarsi da ogni responsabilità è un popolo che più facilmente di altri può cadere negli stessi errori. La definizione di genocidio per Srebrenica è uno stigma non per il popolo serbo, ma per l’immaturità della sua classe dirigente, incapace di affrontare il proprio passato senza trascinare nei suoi buchi neri l’intera popolazione.
Ecco perché i funerali di Stato concessi a un criminale di guerra come Ratko Mladić sono l’indizio più evidente non di un avvicinamento a Mosca o a Pechino (come scrivono i commentatori con la testa piena di geopolitica spicciola) ma di altro e forse peggio: il rifiuto di mettere in discussione la storia nazionale, una deresponsabilizzazione di massa che finisce per diventare una chiamata di correo di massa, il che è peggio di un’amnistia, perché l’amnistia parte da una condanna delle colpe del passato dei singoli.
Attraverso i funerali di Stato a Mladić la Serbia ufficiale vuole celebrare la sua sopravvivenza attraverso gli ultimi decenni, anche a scapito delle future generazioni.
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Scrivo e dico spesso — e sono sempre più convinto di non esagerare quando lo scrivo o lo dico — che ai criminali di guerra dei Balcani occidentali, e in particolare a quelli serbi, siano di grande vantaggio il colore bianco della pelle, l’appartenenza nominale al mondo cristiano e la relativa vicinanza geografica dei loro Paesi al cuore dell’Europa.
Avrete certamente avuto modo di vedere, nei film d’azione americani di serie B, scene che talvolta si possono vedere anche in tempo reale sulla CNN, nelle quali droni guidati dall’Arizona lanciano un missile letale contro qualche sceicco, leader di questa o quella formazione paramilitare islamista che avrebbe «minacciato gli interessi americani».
La «minaccia agli interessi americani» sul territorio dell’Europa meridionale viene sanzionata in maniera molto più blanda — e molto più lentamente. Talvolta non viene sanzionata affatto.
Se, per esempio, Vojislav Koštunica — per ordine esplicito del quale l’Ambasciata americana a Belgrado fu devastata e incendiata — fosse stato, per qualche caso, un arabo, sarebbe stato probabilmente eliminato da un missile guidato. Poiché, invece, era bianco ed europeo, la vicenda si concluse con un richiamo e con il discreto suggerimento che fosse preferibile presentare le dimissioni.
Cosa che Koštunica fece, entro un lasso di tempo ragionevole. Il famigerato raduno «Il Kosovo è Serbia» — di fatto un atto di terrorismo di Stato, non soltanto contro le ambasciate straniere, ma anche contro la stessa capitale della Serbia — si tenne il 21 febbraio 2008. Koštunica si dimise già l’8 marzo dello stesso anno, motivando la propria decisione con «l’assenza di una politica unitaria all’interno della coalizione di governo sulla questione della difesa del Kosovo e della Metohija».
I lati oscuri della natura umana non possono essere completamente estirpati. Al di sotto delle narrazioni ufficiali e dei comportamenti politicamente corretti covano sempre — e di tanto in tanto erompono in superficie — residui di eurocentrismo, razzismo, fascismo e, cosa più importante per la nostra storia, islamofobia.
Se il protagonista della nostra storia, Ratko Mladić, avesse provato a fare in Croazia ciò che fece in Bosnia, non avrebbe potuto farlo a lungo. Sarebbe stato rapidamente eliminato da un missile da crociera.
E questo apre una domanda scomoda, che non è mai stata posta: perché, allora, gli fu tollerato di fare ciò che fece in Bosnia e di coronare la sua opera con il genocidio di Srebrenica?
La risposta a questa domanda — mai posta — è semplice. L’Occidente collettivo — per usare, in questo caso, un’espressione tipica della propaganda russa — semplicemente non riusciva a rassegnarsi all’esistenza di uno Stato a maggioranza musulmana nelle immediate vicinanze del cuore dell’Europa.
È questo il motivo per cui l’Occidente collettivo tollerò le scorribande belliche di Mladić, i sequestri e le umiliazioni inflitte ai membri delle forze di pace presenti in Bosnia ed Erzegovina. È questo il motivo per cui, all’ultimo momento, fu fermato il previsto attacco aereo contro le forze della VRS, un attacco che avrebbe potuto impedire il massacro di Srebrenica.
Tutto ciò faceva parte di una strategia più ampia che, al termine della guerra, portò alla costruzione dell’impossibile e insostenibile Repubblica di Bosnia ed Erzegovina, uno Stato che non rappresenta un pericolo per nessuno se non per se stesso, nel cui sistema politico è stato incorporato un meccanismo di autodistruzione che, prima o poi, provocherà una nuova guerra.
Questa è stata un’introduzione forse un po’ troppo lunga alla storia di Ratko Mladić, ma le introduzioni brevi semplificano eccessivamente le cose e lasciano molte questioni non dette.
All’inizio devo dire che, nel mio modo di vedere le cose, Ratko Mladić non era altro che uno Zvezdan Jovanović, soltanto su una scala molto più grande: in altre parole, un semplice esecutore materiale, un uomo che preme il grilletto.
Radovan Karadžić era una sorta di Legija, cioè un organizzatore. E, come nel caso dell’assassinio di Zoran Đinđić, i mandanti e gli uomini politici dietro le quinte — alcuni dei quali erano coinvolti anche nella preparazione politica dell’attentato a Đinđić — sono rimasti impuniti.
A coloro che obiettano che Milošević, formalmente il principale responsabile politico della guerra in Jugoslavia, finì comunque all’Aia — da dove non tornò — vorrei ricordare che la politica di guerra attuata da Milošević non fu una sua creazione personale e che l’elenco completo degli istigatori dell’odio interetnico e dei pianificatori della guerra nell’ex Jugoslavia è disponibile nelle memorie di Milovan Đilas.
Tutti riuscirono a sottrarsi alla punizione — anche se vi furono alcuni segnali secondo cui Ćosić avrebbe potuto comparire davanti al Tribunale dell’Aia — perché erano bianchi.
I loro colleghi del medesimo mestiere in Ruanda non ebbero la stessa fortuna. Tutti, nessuno escluso, furono condannati a lunghe pene detentive, molti all’ergastolo.
Sono infinitamente lontano dal sostenere che gli esecutori delle sporche imprese nazionaliste non dovessero essere puniti. Al contrario, ritengo che avrebbero dovuto essere puniti ancora più severamente.
Ma ritengo anche che quella sia stata la punizione della sola punta dell’iceberg, mentre il mancato perseguimento degli istigatori dell’odio, degli etnocartografi e degli ideologi delle «ricollocazioni umanitarie» ha lasciato intatte le radici del male e, anzi, ha contribuito alla loro proliferazione.
Chi era, dunque, Ratko Mladić?
Se la guerra non fosse scoppiata, ben pochi avrebbero mai saputo chi fosse, e ancora meno persone si sarebbero interessate alla storia di vita di un colonnello medio della JNA, che forse sarebbe arrivato al grado di generale maggiore e avrebbe concluso la propria carriera nell’anonimato di un pensionato.
L’ascesa di Ratko Mladić, il suo cammino verso una fama oscura e, infine, la sua morte ingloriosa in una cella di prigione, cominciarono con il calpestare il giuramento prestato da ufficiale e con la scelta di mettersi al servizio dei capi tribali nazionalisti.
Secondo la classificazione del generale tedesco Kurt von Hammerstein-Equord, Mladić apparteneva alla categoria degli ufficiali stupidi e ambiziosi — non necessariamente militarmente incapaci — «che devono essere allontanati dalle posizioni di responsabilità perché producono danni».
L’ambizione, alla quale si aggiunsero in seguito la brama di gloria — forse anche di denaro — e la vanità, spinsero Mladić ad accettare il comando delle forze della VRS, una decisione che gli consentì una fulminea ascesa nella gerarchia militare.
La stupidità di Mladić si manifestava nella sua eterna e dilettantesca confusione tra mobilitazione e vittoria.
All’inizio Mladić inanellò una serie di trionfi tattici contro le forze scarsamente addestrate della neonata Armata della Bosnia ed Erzegovina.
Ma, osservata da una prospettiva geostrategica — una prospettiva che né Mladić né i suoi comandanti a Pale e a Belgrado erano in grado di adottare — la sua guerra era perduta fin dal primo giorno.
Il fatto che quella sconfitta non si sia trasformata in un completo disastro deve essere attribuito esclusivamente alla strategia occidentale volta a impedire la formazione di una Bosnia ed Erzegovina funzionale