Un treno come prova di forza per Belgrado e Pristina

Il 15 gennaio il Primo Ministro serbo Aleksandar Vucic è apparso come un leader il cui paese aveva appena scongiurato un pericolo mortale: “se non avessi chiesto ai serbi di fermare il treno, avremmo avuto la guerra”. Queste le parole che Vucic ha pronunciato comparendo in una trasmissione di Pink Tv.

Il 14 gennaio un treno proveniente dalla capitale serba e diretto a Mitrovica, città etnicamente divisa, ma in prevalenza serba, nel Kosovo settentrionale, è stato fermato poco prima di raggiungere il confine tra Serbia e Kosovo, ed è rientrato a Belgrado un paio d’ore più tardi. L’episodio ha scatenato un’ondata di rabbia nazionalista, costringendo la diplomazia allo sforzo di evitare conflitti tra serbi e albanesi, che rappresentano la maggioranza in Kosovo.

Perché tutto questo trambusto?

Vucic sostiene di non aver visto il treno prima della sua partenza. Il suo interno è decorato con immagini di icone da monasteri serbi medievali (molti di loro situati in Kosovo), mentre l’esterno è stato dipinto in rosso, bianco e blu, i colori della bandiera serba e riporta lo slogan “Kosovo è Serbia” in 21 lingue. Molti lo hanno definito un “treno promozionale”, altri un “treno russo”, poichè realmente fabbricato in Russia, paese fermamente schierato con la Serbia nella disputa sull’indipendenza kosovara.

Simboli etnici

Tale marcata esposizione del patrimonio serbo con parole che mettono in discussione l’integrità territoriale del Kosovo è risultata sgradita agli occhi delle autorità kosovare.

Il Presidente del Kosovo, Hashim Thaci, ha ordinato ad una unità speciale di polizia di bloccare il treno alla frontiera, inducendo gli abitanti serbi di Mitrovica ad uscire per protestare contro questa mossa.

Esiste già un treno che percorre quotidianamente la tratta tra Kraljevo, in Serbia, e Mitrovica: appare quindi poco probabile che il treno in questione sia stato inteso come collegamento tra i due paesi. Ma qualunque sia stata l’intenzione, il risultato è stato un esacerbarsi delle tensioni.

Il Presidente serbo Tomislav Nikolic, durante una riunione del Consiglio per la sicurezza nazionale, il 15 gennaio, ha affermato: “Noi non vogliamo la guerra, ma se è necessario per proteggere la vita dei serbi, invieremo un esercito in Kosovo. Invieremo soldati, e andrò anche io. Non sarà la prima volta che difendo i serbi. La Serbia agirà in linea con la sua Costituzione”.

Nikolic ha criticato l’amministrazione uscente degli Stati Uniti per il sostegno accordato all’indipendenza del Kosovo, riconosciuta da Washington e da molte altre capitali occidentali poco dopo il febbraio 2008 e attualmente sostenuta da oltre 100 Stati membri dell’ONU.

Di male in peggio

Le relazioni tra Kosovo e Serbia sembrano essere in via di deterioramento dal momento dell’arresto dell’ex Primo Ministro del Kosovo Ramush Haradinaj in Francia, sulla base di un mandato d’arresto emesso Serbia per le accuse di illeciti nella guerra 1998-1999. Il Tribunale per i crimini di guerra del’Aia ha assolto l’ex ufficiale dell’Esercito di Liberazione del Kosovo due volte, ma Belgrado insiste sulla sua estradizione e ha protestato per il suo rilascio disposto da una corte d’appello francese.

Borko Stefanovic, ex capo della squadra di negoziato della Serbia per i colloqui tra Belgrado e Pristina mediati da Bruxelles, ha interpretato i commenti di Nikolic nel quadro delle elezioni presidenziali serbe, previste per questa primavera: “per quanto riguarda l’affermazione di Nikolic secondo cui il blocco di questo treno sarebbe l’ultimo sussulto dell’amministrazione statunitense uscente, non riesco a sfuggire alla conclusione che si tratta in realtà dell’ultimo spasmo della sua carriera politica”.

Dusan Janjic, autore di una storia dei Balcani e coordinatore del Forum di Belgrado per le relazioni etniche, ha avvertito circa rischio di evocare i fantasmi degli anni 1990: “la si smetta di giocare con i treni, come bambini piccoli. Ci si può chiedere se coloro che hanno organizzato la partenza di questo treno abbiano avuto l’obiettivo di rafforzare la propria posizione negoziale o di interrompere le trattative con Bruxelles per l’adesione all’EU”.

In un’intervista a RFE / RL, Vesna Pesic ha anche messo in dubbio le motivazioni degli sponsor del treno: “Credo che tutto si riduce al fatto che il Partito progressista serbo non ha attualmente un valido candidato per le elezioni presidenziali”.

Alla fine, entrambe le parti possono avere ottenuto ciò che volevano dagli scontri che hanno accompagnato il viaggio del treno. Vucic e Nikolic hanno rispolverato le loro credenziali nazionaliste come protettori dei serbi, mentre Pristina ha ribadito la sua sovranità su tutto il Kosovo, quindi anche sulle province settentrionali a prevalenza serbe.

Gordana Knezevic

(Rferl, 16.01.2017)

http://www.rferl.org/a/balkans-withou-borders-serbia-kosovo-train-crisis-mitrovica/28237545.html

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