Dal tramonto dell’investimento Fiat un’opportunità per il rilancio dell’Italia in Serbia

L’ingloriosa conclusione del progetto d’investimento Fiat-FCA in Serbia è un’opportunità per ripensare profondamente la presenza italiana nel paese balcanico. 

Quando, tra grandi entusiasmi, il 16 aprile 2012 Sergio Marchionne inaugurò a Kragujevac il più moderno impianto industriale mai realizzato da un investitore straniero, la Serbia era un paese con un Prodotto Interno Lordo pari a 43,3 miliardi di dollari (-0,7% rispetto all’anno precedente), con un PIL pro capite di 6.000 dollari (-11,3% sull’anno precedente), con una disoccupazione ufficiale al 25,9%. 

Il blocco del ponte Gazela di Belgrado da parte dei lavoratori FCA-Stellantis

Quando, il 22 giugno scorso, gli operai FCA- Stellantis, sopravvissuti già a vari cicli di tagli del personale, hanno bloccato il ponte Gazela a Belgrado (fatto che per una vertenza industriale non si verificava dai tempi delle privatizzazioni più spregiudicate) il loro paese aveva registrato un PIL di 63 miliardi (+7,4%), un PIL pro capite di oltre 9.000 dollari e una disoccupazione al 10%. 

Non che il paese balcanico si sia trasformato in un novello Lichtenstein, eppure nel corso di un decennio PIL e reddito pro capite sono cresciuti di circa il 50%, mentre la disoccupazione si riduceva di quasi due terzi: un risultato di tutto rispetto e di certo insperato al momento dell’inaugurazione della fabbrica Fiat. Nello stesso periodo l’Italia è rimasta stagnante (da 2.088 a 2.099 miliardi di euro il PIL, da 34.744 a 35.449 dollari pro capite), eccetto per la disoccupazione, cresciuta dal 6,9 all’8,3% di marzo 2022. 

La distanza economica tra i due paesi resta abissale, ma nel decennio si è considerevolmente ridotta: nel 2012 l’economia Italiana era 48 volte più grande di quella serba, nel 2021 il rapporto era sceso a 33. Non parliamo di numeri astratti, perché i rapporti economici impattano anche nei rapporti politici. 

L’accordo siglato tra Fiat e governo serbo nel 2008 non era di natura solo industriale, ma anche politica: la prima azienda industriale italiana scommetteva sulla Serbia e in questo modo l’Italia si faceva garante di un percorso di reinserimento del paese balcanico nelle grandi filiere dell’economia globale così come della sua progressiva integrazione nell’Unione europea. Si trattava di aprire definitivamente il paese a determinati valori europei e di contribuire anche alla costruzione di una nuova classe dirigente. Ad esempio, i corsi sulla metodologia “World Class Manufacturing” della FCA hanno formato centinaia di ingegneri e tecnici serbi, creando, per la prima volta dai tempi della Jugoslavia, una nuova leva di dirigenti industriali che ora opera ai vertici di centinaia di imprese. 

Il modello di sviluppo economico e integrazione europea ipotizzato per il paese era, molto grosso modo, il seguente: investimenti industriali ad alta intensità di lavoro e progetti finanziati dalla Ue e da altri donatori internazionali avrebbero abbattuto la disoccupazione, ridotto le tensioni sociali, migliorato gli standard di vita, sviluppando una società civile capace di mettersi alle spalle lo sciovinismo degli anni Novanta, accettare l’indipendenza del Kosovo, sostenere la successiva adesione alla Ue e integrare il paese nella NATO. 

In questa visione l’Italia giocava un ruolo di primo piano. Nel 2004 Intesa San Paolo aveva acquisito Delta Banka, la prima del paese; nel 2006 le Assicurazioni Generali erano entrate in partnership con la Delta Osiguranje, primo gruppo privato del paese. Nel 2007 la Fondiaria-SAI, aveva rilevato per 264 milioni di euro la DDOR, terza assicurazione del paese. Se ci aggiungiamo gli investimenti nel tessile e nelle calzature, assieme a tutti gli altri investimenti piccoli e medi avvenuti all’indomani della caduta di Milosevic, quando Marchionne inaugurò la nuova fabbrica a Kragujevac nel 2012 non vi era altro paese rilevante in Serbia, in termini finanziari e industriali, come l’Italia. La Serbia sembrava l’approdo ideale per le micro e piccole imprese italiane in cerca di una soluzione per conservare la loro competitività basata sul basso costo del lavoro, ancor di più dopo la crisi del 2008-2009. Attratte dai bassi salari e dagli incentivi statali, decine di imprese e imprenditori italiani hanno così tentato la strada serba. Ma dopo l’operazione di FIAT, l’Italia non ha più registrato in Serbia alcun investimento di natura strategica, lasciando spesso il campo a uno sciamare di imprenditori senza capitali, consulenti del generico, intermediari per sentito dire, millantatori di varia natura e variegate esperienze.  In molti casi venivano spacciati a municipalità povere progetti industriali fondati essenzialmente sulla ricerca di manodopera a basso costo, magari con macchinari che in Italia sarebbero stati destinati allo smaltimento, e soprattutto sull’accaparramento delle mitologiche sovvenzioni statali. 

Prevedibili gli esiti. Paradigmatico il caso della Geox a Vranje, che nel 2015 piazzò il colpaccio di ottenere ben 9.000 euro di sovvenzioni anticipate a fondo perduto per ognuno dei quasi mille assunti, con un business plan fondato sull’idea che tale manna statale sarebbe durata in eterno e che in eterno vi sarebbe stato un salario minimo di appena 235 euro netti. Appena i due pressupposti del business plan sono cambiati, l’azienda di Moretti Polegatto non si è fatta scrupoli a smontare i macchinari e reinsediarsi in Albania.

Andamento del salario minimo lordo in Serbia, in dinari

Spostandosi al nord, resta nella memoria la confidenza di un dirigente dell’agenzia provinciale di attrazione investimenti “Vojvodina Investment Promotion”: “Non vi è un paese della Vojvodina dove gli italiani non abbiano creato problemi”. Anche il recente, durissimo, conflitto tra la Valy, la controllata serba di Golden Lady, e i sindacati va ricondotto entro lo stesso schema: l’insostenibilità di un modello di business basato su compensi bassissimi in un paese dove l’inflazione ha raggiunto l’11,2% e il salario minimo lordo mensile, pur cresciuto tra il 2016 e il 2022 da 300 fino a 430 euro, non viene ritenuto accettabile nemmeno dai lavoratori privi di qualifiche. 

Chi ribatterebbe citando i tanti casi di aziende italiane che operano in Serbia in maniera corretta, efficiente e in settori innovativi semmai conferma l’assunto: tali aziende sono riuscite a crescere proprio non seguendo o uscendo per tempo da tale schema, riuscendo a trovare una configurazione del valore non centrata esclusivamente, sul costo del lavoro e sulle sovvenzioni statali, grazie anche a società di consulenza in Serbia competenti e capaci di contribuire allo sviluppo di modelli di investimento sostenibili nel lungo termine

Se è pur vero che il destino dell’investimento Fiat in Serbia è stato deciso molti anni fa, quando Marchionne rinunciò a lanciare nuovi modelli per arrivare all’inevitabile fusione con un’altra casa automobilistica con le casse piene, esso ha comunque contribuito a presentare in Italia il paese balcanico come l’eldorado delle sovvenzioni a fondo perduto e della manodopera a basso costo. La parabola Fiat Chrysler Automobiles, da cui la francese Stellantis tende a smarcarsi tramite l’attuale cesura in termini di modello industriale e di relazioni con il governo serbo, suggella la fine di un’idea della Serbia in Italia. E può essere non un fattore di imbarazzo, ma un punto di ripartenza della presenza e degli impegni industriali italiani nel paese. 

La Serbia non chiede più all’Italia investimenti e lavoro purché siano, offrendo anche incentivi e sgravi pur di farli arrivare nelle zone più povere del paese. Al contrario, vi è da parte della leadership del paese la corsa a trovare e collaborare con le migliori competenze ed esperienze a livello globale nel campo della trasformazione digitale, dell’efficienza energetica, del management in generale, addirittura iniziando timidamente a ipotizzare di introdurre i principi ESG (sostenibilità ambientale, ecologica e sociale) nella gestione delle imprese statali. Si tratta di una visione focalizzata sull’attrazione di conoscenze, esperienze, competenze e capitali specificatamente indirizzati, sulla quale si sono chiusi accordi strategici con vari paesi: basti pensare agli accordi tra la Serbia e l’emiratino G42 Group nel campo dell’intelligenza aumentata e del cloud computing; all’accordo con il World Economic Forum per ospitare a Belgrado il Centro regionale per la quarta rivoluzione industriale focalizzato su biotecnologie e intelligenza artificiale; al recente Forum sull’innovazione promosso lo scorso aprile a Belgrado dalla Repubblica Francese promuovere accordi bilaterali nel campo della ricerca scientifica e dello scambio di percorsi di formazione scientifica; al campus di ricerca applicata BIO4, modellato sul Biopolis di Singapore, per integrare biologia e chimica organica con l’Intelligenza Aumentata; a finanziamenti da parte britannica la realizzazione dell’Open Data Hub; all’accordo strategico con gli Stati Uniti per la fornitura di superprocessori NVIDIA per sviluppo della piattaforma di Intelligenza Artificiale nel Data Center nazionale di Kragujevac; al Centro di cooperazione sul Digital Government promosso dalla Corea del Sud per implementare soluzioni basate sul cloud e sull’intelligenza artificiale applicata alla pubblica amministrazione, come anche all’agricoltura, alla salute e alla sicurezza sociale; al programma strategico Society 5.0 promosso sin dal 2020 dal Giappone con il Fondo per la Scienza di Serbia al fine di migliorare la qualità della vita dei cittadini e la sostenibilità dei loro bisogni grazie alle nuove tecnologie; all’impegno del GiZ, la cooperazione tedesca allo sviluppo, per la promozione dell’economia circolare in Serbia; ai finanziamenti svedesi ENVAP e EISP che stanno contribuendo a sanare le pessime condizioni delle discariche in numerosi comuni della Serbia. L’elenco si ferma qui non perché abbiamo esaurito gli esempi, quanto, semmai, l’attenzione dei lettori. 

Il rendering del futuristico campus BIO4

Emerge così un paese, il quale, tramite i processi di trasformazione digitale, intende superare alcuni suoi limiti strutturali, sia geografici, che politici e sociali. La digitalizzazione delle licenze edilizie è diventata oramai un caso di studio su come rendere trasparente un processo amministrativo tipicamente soggetto a discrezionalità e corruzione, così da promuovere la crescita del settore. La digitalizzazione della pubblica amministrazione e l’uso diffuso di soluzioni basate sull’Intelligenza Aumentata consentirà di automatizzare molti processi, migliorando l’efficienza di un settore elefantiaco, che già incide molto sul bilancio statale, per quanto sottostaffato in molte aree. La capacità predittiva delle tecnologie basate sulla cosiddetta intelligenza artificiale applicata al budget statale farà allocare meglio le limitate risorse pubbliche. Il cloud computing permette già oggi di erogare servizi pubblici (amministrativi e sanitari in primis) in maniera omogenea (Infrastructure as a Service) su tutto il territorio e dal territorio acquisire i dati oggetto di analisi in tempo reale, riuscendo a far fronte, almeno in parte, alle problematiche legate alla spopolamento delle aree marginali e alla congestione della capitale. Gli investimenti in tecnologie di frontiera freneranno la fuga dei cervelli e proporranno la Serbia come un paese di elezione per ricercatori e professionisti dai paesi in via di sviluppo.

La vecchia stazione di smistamento treni Lozionica a Belgrado diventerà un centro dedicato alle industrie creative e innovative.

Non si tratta dunque di accordi occasionali o iniziative sporadiche, quanto di una visione chiaramente esplicitata nei documenti ufficiali del governo serbo. 

E l’Italia? Proprio a seguito dell’evidente esaurimento di un determinato modello di relazioni economiche e politiche con la Serbia, Roma potrebbe aprire con Belgrado una nuova fase, in cui gli sforzi del paese balcanico per diventare una società basata sulla conoscenza andranno ad interrelarsi con l’urgenza italiana di modernizzare il suo modello industriale, amministrativo e sociale, ragione d’essere del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. D’altra parte, in un mondo interconnesso, l’idea che un paese possa riformarsi da solo, in maniera endogena, senza anche trasformare anche le modalità con le quali si relaziona agli altri paesi in termini di rapporti commerciali e accordi di sviluppo congiunto, è tanto inadeguata quanta inefficace. Come d’altronde, tante idee che hanno accompagnato finora i rapporti tra Serbia e Italia. 

Biagio Carrano

Avete trovato quest’articolo interessante? Sostenete il nostro portale cliccando qui

This post is also available in: English

Share this post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

scroll to top