Slow Food in Serbia: il cibo tipico come fattore di sviluppo e modernità

Il 28 aprile scorso la prima cena Slow Food al ristorante OMB dell’hotel Radisson Blu di Belgrado ha proposto un modello italiano di valorizzazione dei territori rurali che la Serbia può sicuramente replicare grazie alle sue eccellenze alimentari.

Una delle tante contraddizioni che attraversano la Serbia riguarda anche la rappresentazione del cibo.

Da una parte coloro che tutelano le tante specificità ed eccellenze alimentari del paese, ovvero contadini e allevatori, il mondo rurale che ancora tanto conta nella cultura profonda del paese, e dall’altra un certo edonismo elitista fine a se stesso che caratterizza una quota dei professionisti del settore e dei frequentatori di molti ristoranti “di tendenza” di Belgrado. Questi ultimi sentono di appartenere a una Serbia “moderna”, che si orienta verso le esperienze più internazionali anche nel campo della ristorazione e guardano con distacco e sufficienza alle tradizioni gastronomiche più tipiche, quelle che si ritrovano nelle kafane (le tipiche osterie serbe), quasi come un relitto di un arretratezza non solo culinaria, ma anche sociale ed economica. I primi si sentono defraudati e spesso i loro prodotti non entrano nei ristoranti migliori perché si preferiscono prodotti più standardizzati e meno costosi.

In realtà non mancano i punti di contatto tra i due mondi e anche il ristorante più “trendy” non rinuncia a offrire la rakija ai suoi ospiti, mentre negli ultimi anni sempre più chef cercano un rapporto diretto con i produttori di specialità tipiche.

Slow Food BelgradeIn Serbia Slow Food, il movimento internazionale fondato nel 1986 da Carlo Petrini per ridare valore al cibo di qualità e tipico, tutelando chi lo produce in armonia con l’ambiente e nel rispetto della biodiversità e dei saperi locali, è impegnata non solo a scoprire e raccordare le singole comunità rurali e gruppi di produttori che tengono vive le tradizioni alimentari di qualità del paese, ma soprattutto a promuoverle all’estero come nel paese e al contempo dimostrare a contadini, allevatori e produttori, coscienti del valore del loro lavoro ma anche, a volte, sfiduciati da riscontri labili o assenti delle istituzioni, che i loro prodotti possono rappresentare non solo un’opportunità di sopravvivenza, ma anche un motivo di orgoglio, di identità e una possibilità di futuro per i loro figli. Spesso la Serbia ha già prodotti “buoni e puliti”, come recita lo slogan di Slow Food ma spesso manca il terzo aggettivo, ovvero cibi “giusti” per quanto riguarda il compenso dei produttori.

slow food dinner1La cena organizzata dal convivium Slow Food di Belgrado il 28 aprile scorso al ristorante OMB dell’hotel Radisson Blu di Belgrado è stata un momento di incontro e sintesi di diverse sensibilità nei confronti del cibo, visto come cultura, identità, tutela dell’ambiente e delle tradizioni e piacere nel senso più ampio: piacere dei sensi, dello stare assieme e della scoperta, e anche scelta consapevole di consumatori informati e sensibili.

La cena ha proposto le esperienze di valorizzazione dei prodotti e della tradizione locale dell’Osteria La Madonnetta di Marostica, in provincia di Vicenza, a confronto con alcuni prodotti serbi. In particolare il piatto forte della serata è stato l’agnello di Stara Planina allevato dalla famiglia Ivanov, preparato con mirto e servito con la polenta. All’interno di un menù variegato con ben cinque portate, ha suscitato particolare entusiasmo la lasagna preparata con Asiago stravecchio e asparagi di Bassano.  Ogni portata è stata accompagnata da un diverso vino offerto dall’azienza vitivinicola Virgilio Vignato di Gambellara.

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L’agnello dei monti Stara Planina con mirto e polenta

La lasagna con crema di Asiago stravecchio e asparagi di Bassano

slow food dinner 2La tesi di fondo è quella di dimostrare che, come l’Italia, oramai punteggiata da tantissime realtà della ristorazione  le quali, esaltando i sapori locali e i prodotti a chilometro zero, valorizzano i prodotti del territorio e diventano esse stesse un fattore di sviluppo locale, anche la Serbia ha tutto il potenziale per indirizzarsi verso questa strada e usare il cibo come fattore di promozione dei territori meno conosciuti.

Alla cena hanno partecipato circa novanta commensali, dal padrone di casa Hanno Soravia a imprenditori e diplomatici assieme a una nutrita partecipazione di giornalisti, tra i quali Ruzica Mevorah, direttrice della rivista Blic Zena, che l’anno scorso ha pubblicato una meritoria collana in sei libri sulle cucine regionali serbe.

slow food dinner OMB“Si tratta della prima di una serie di cene che metteranno a confronto le esperienze italiane di valorizzazione dei prodotti del territorio con le eccellenza dell’agricoltura serba. Con la proposta “Serbian comtemporary cuisine” nel ristorante OMB abbiamo intrapreso con convinzione un percorso di rielaborazione della tradizione locale e crediamo che contribuirà a promuovere i prodotti delle varie zone del paese”, ha dichiarato l’executive chef dell’hotel Radisson Blu, Fabrizio Bigi.

“Slow Food in Serbia si sta espandendo e speriamo di raggiungere entro la fine dell’anno i dieci convivia (club), con Zlatibor, Kovacica, Novi Sad, Stara Planina, Nis-Leskovac e Subotica in procinto di aggiungersi ai tre convivia storici di Belgrado, Gledic e Futog. È un percorso che passa attraverso l’accettazione di una nuova visione dell’agricoltura del paese, non più come elemento di ritardo ma come fattore di sviluppo e di identità, evidenziata, tra l’altro, anche dal padiglione della Serbia a Expo2015”, ha sottolineato Biagio Carrano, presidente dell’associazione dei convivia Slow Food in Serbia.

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