La Serbia che il presidente del Consiglio dei Ministri italiano Giorgia Meloni avrebbe trovato venerdì prossimo nella visita per il rinviato summit intergovernativo a Belgrado è un paese in frantumi, come i resti della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad, il cui crollo il primo novembre scorso ha seppellito quindici vittime e scatenato una nuova ondata di proteste contro la gestione del potere nel paese.
Un paese in cui in questione non viene più messo questo partito o quel politico, ma le istituzioni stesse: la magistratura in primis, considerata reticente e fortemente condizionata dai vertici dello Stato; i media, accusati di essere in gran parte megafono del potere e di promuovere personaggi triviali e comportamenti degradanti; i ministeri, considerati essere il principale sistema di alimentazione della corruzione attraverso procedure di ingaggio e di spesa poco trasparenti; gli stessi processi elettorali, condizionati in partenza dal controllo dei media e da campagne di delegittimazione di ogni alternativa politica. Non si salvano le istituzioni e gli Stati occidentali, accusati di compiacere, per convenienza e opportunismo, l’attuale sistema di potere, rinunciando alla promozione dello stato di diritto in un paese da oltre un decennio candidato a una adesione UE mai stata più distante.
Governo e proteste non si capiscono perché ciascuno non intende scendere sul terreno dell’altro: se la Presidente del Parlamento Brnabic invoca un nuovo voto di fiducia al Governo Vucevic e il Presidente della Repubblica reclama un referendum sulla sua persona, gli organizzatori delle proteste evidenziano la clamorosa e costante partecipazione popolare alle manifestazioni, non solo nella capitale, ma in decine di città e paesi della Serbia, mentre il partito al potere si è limitato a riempire una piazza a Jagodina.
A fianco del ritratto dell’orgoglio nazionale Nikola Tesla la scritta “Si può pensare anche senza soldi in tasca”Da una parte un élite politica con una maggioranza parlamentare schiacciante ottenuta poco più di un anno fa in elezioni con un’affluenza inferiore al 60%, duramente contestata nei computi e nelle operazioni di scrutinio dalle opposizioni, dall’altra una quota sempre più consistente della popolazione: studenti, la maggioranza della classe insegnante, avvocati, informatici, agricoltori, che manifestano tutte le loro frustrazioni per una crescita economica costruita sull’immobiliare e sui consumi trainati dall’inflazione che ha penalizzato i redditi bassi e quelli fissi. Una parte ricorda di essere predominante in termini politici e di potere, l’altra in termini di consenso e legittimità. In questo senso, la graduale pubblicazione, a seguito della pressione delle piazze, di tutti i documenti relativi ai lavori di ricostruzione della tettoria della stazione di Novi Sad o anche l’accettazione di tutte le richieste degli studenti, compreso l’incremento degli stanziamenti per l’istruzione pubblica, non risolveranno l’impasse. La rottura non è politica, è oramai sociale: una parte del paese non riconosce legittimità all’altra, e viceversa.
La crisi del principio maggioritario
Con franchezza: più una società è polarizzata e meno una vittoria elettorale viene accettata da tutta la società. E nell’ultimo decennio la Serbia si è profondamente polarizzata: tra i sostenitori dell’SNS e i suoi oppositori, tra chi ha visto migliorare la sua condizione economica e chi ha visto il costo della vita diventare insostenibile; tra chi ha fatalisticamente subìto certi indirizzi e certe decisioni e chi è sceso nelle strade a protestare. Questo accade perché il principio maggioritario si basa su un concetto molto semplice: l’orientamento della maggioranza che prevale in un’assemblea deve essere accettato da tutti, ma a una condizione: che quell’assemblea sia, se non totalitaria (democrazia assembleare), almeno rappresentativa in maniera corretta di tutti coloro che subiranno le decisioni della maggioranza.
Pertanto una maggioranza (che poi nei fatti è una minoranza organizzata) che si scherma dietro i numeri e non si legittima socialmente con autorevolezza, competenza e integrità è peggio che inadeguata: è politicamente inconsistente. E cosa finiscono per essere allora i numeri, i voti di fiducia, i referendum? “I numeri, anche in questo caso, sono un semplice valore strumentale, […] danno una misura e un rapporto e niente più. E che cosa si misura? Si misura proprio l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle élites, delle avanguardie etc. Etc. ovvero la loro razionalità, storicità o funzionalità concreta”, scriveva Antonio Gramsci nel 1936. Il conteggio dei voti è “la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che “dedicano allo Stato e alla Nazione le loro migliori forze” (quando sono tali). Se questo presunto gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede, non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi “nazionali” che non possono non essere prevalenti nell’indurre la volontà nazionale in un senso piuttosto che in un altro” (Il numero e la qualità nei regimi rappresentativi, Quaderno 13, par. 30, V ed. Gerratana, Einaudi, 1975, pagg. 1624-1626). Insomma, se, nonostante la sproporzione di forze in campo, non vinci, sei un inetto, e se vinci e non convinci più forse il tuo tempo politico sta per finire.
Detto in altri termini, la democrazia rappresentativa è già di per sé una competizione tra le élites e la loro capacità di mobilitazione del consenso al fine di ottenere dalla cittadinanza una delega rappresentativa quanto più ampia. Ma quando le elezioni sono boicottate da quasi la metà della cittadinanza, quando componenti di qualità del corpo sociale come gli studenti o gli informatici non ritengono più credibile chi è al potere, si verifica un doppio colpo alla legittimità dei politici al governo: essi vengono delegittimati dall’astensione e vengono al contempo delegittimati dalla decisione di certe élites di non riconoscerli non solo come predominanti, ma neanche come interlocutori.
Ogni vero politico sa che i voti non si contano solo, ma si pesano anche, ovvero il sostegno di determinate componenti sociali consente di andare oltre un mero conteggio elettorale e di implementare certe scelte e certe politiche potendo contare sulla collaborazione delle parti più capaci e dinamiche del paese. Cosa che non sta accadendo in Serbia da anni.
Un dialogo tra sordi
Che le componenti sociali più privilegiate come gli informatici, addirittura l’emblema della crescita del paese in questi anni, siano i massimi sostenitori delle proteste è qualcosa che non riesce a essere concepito dai politici di maggioranza. Ma cosa direste a un padre che per anni rifiuta il dialogo con i figli e poi si lamenta della loro ingratitudine perché li ha fatti studiare e ha comprato a ciascuno un appartamento e un’auto? Chiaramente abbiamo generazioni, o meglio parti della società, che hanno semplicemente esigenze, parametri di valutazione e valori diversi. Che il certo benessere economico risolva tutto è una fola che può smentire uno studente di psicologia del primo anno ricordando la classica piramide di Maslow.
Anzi è vero il contrario: proprio quando la società oltrepassa delle soglie di mera sopravvivenza inizia ad elaborare nuove istanze politiche. La recentissima disponibilità dei vertici dello Stato serbo ad accettare le istanze delle proteste, invocando il dialogo e la comprensione reciproca, accadono a tempo scaduto. Vi è da dire che gli stanziamenti per l’istruzione della legge di bilancio 2024 sono stati a livelli record, ma vi è stato un chiaro ritardo di lettura di quanto stava accadendo nel paese già da anni. Non puoi governare per anni solo con i voti dei pensionati e delle persone a bassa istruzione e dunque più facilmente condizionabili dalla propaganda. I voti pesano. E i cittadini più istruiti o con esigenze di qualità della vita più evolute alla fine fanno sentire la loro voce.
Benessere economico e percezione della corruzione
In realtà la crescita economica del paese non è stata spettacolare come viene propagandato e il relativo benessere è stato appannaggio di chi poteva fare i prezzi nei due settori trainanti, le costruzioni e il commercio. Andate dunque a chiedere a un operaio edile o a una commessa se sente tutto questo benessere. Anzi, meglio per voi non provare a chiedere.
Perché, tranne che nel 2018 e nel 2019, la Croazia ha registrato una crescita del PIL maggiore della Serbia. E anche il Montenegro e l’Albania hanno spesso performato meglio della Serbia nell’ultimo decennio. Nessuno può negare un’importante crescita economica e il significativo peso geopolitico del paese, ma, al netto della propaganda sulla “tigre economica”, l’inflazione dei generi alimentari ha eroso gran parte degli aumenti dei salari in questi anni.
Non si tratta di un’inflazione macroeconomica, ovvero che dipende dai tassi di interesse, ma di un meccanismo di crescita dei prezzi trainato da chiunque possa fare il prezzo di quanto offre, con la conseguenza che i prodotti di largo consumo, dal cappuccino all’olio di oliva, costano oggi più a Belgrado che nel resto d’Europa, rendendo la città enormemente meno attraente per i manager e i professionisti internazionali rispetto a cinque anni fa. Se parlate con un promotore delle proteste, vi dirà, semplificando non poco, che questi aumenti sono conseguenza della corruzione diffusa. Ecco dunque il termine-collante che spiega tutto e che alla fine tiene in piedi la narrativa delle proteste: corruzione la causa del crollo di Novi Sad, corruzione la causa dei ritardi nei lavori stradali, corruzione la causa dell’inflazione, corruzione se la qualità di sanità, istruzione e sicurezza declinano (come accade nel resto d’Europa, tra l’altro).
Frame della diretta Tiktok del blocco dell’Autokomanda del 27 gennaio. In sovrraimpressione gli slogan/hashtag: #levostremanisono sporche di sangue; #lacorruzioneuccide; #nonseicompetenteIn un paese al 104esimo posto nella classifica mondiale della corruzione percepita, preceduto da quasi tutti i paesi dell’area, la corruzione è un male antico, un habitus, anche una strategia di sopravvivenza. E soprattutto il principale indice di sfiducia nello Stato, considerato incapace di garantire gli impegni (“Non rubo, integro di fronte a salari e pensioni misere!”) e di perseguire il reato. E su questo tema, Vucic, che arrivò al potere promettendo lotta alla corruzione e punizioni per chi si era approfittato delle privatizzazioni, tace. Una delle questioni poste dagli studenti riguarda la accountability dei politici. Essi non vogliono nuovi ministri che lavorino di più, ma nuovi ministri che lavorino meglio, in termini di competenza e soprattutto in termini di capacità di rendere conto della propria condotta, delle proprie scelte e delle origini del proprio benessere alla cittadinanza. In tal senso, un rimpastino di governo non basterà. Semmai: si vogliono rendere davvero “accountable” tutte le spese e gli incarichi dell’Expo2027? La Serbia vuole ripartire dalla tragedia di Novi Sad per introdurre nuove modalità di spesa pubblica e nuove modalità di selezione delle persone e delle ditte incaricate? Se l’attuale assetto di potere non vuole e non può passare la mano prima dell’evento del 2027, almeno in questi due anni potrebbe lasciare in eredità al paese delle buone pratiche di gestione della cosa pubblica che aiuterebbero a riattaccare i frantumi di un paese rimasti sul piazzale della stazione ferroviaria di Novi Sad.
Biagio Carrano

