Serbia: occupazione in calo, numero dei lavoratori stranieri sconosciuto

L’occupazione in Serbia nel secondo e nel terzo trimestre ha registrato un lieve calo sotto l’effetto di una combinazione di fattori. Le migrazioni, sia interne che esterne, la partenza di alcuni investitori, la mancanza di nuovi investimenti diretti esteri, così come l’aumento dei salari, hanno contribuito al fatto che l’occupazione non seguisse una traiettoria di crescita.

Secondo i dati dell’Istituto Nazionale della Statistica (RZS), nel terzo trimestre di quest’anno, rispetto al trimestre precedente, il numero complessivo degli occupati è diminuito di 4.358 unità, ossia dello 0,2 per cento: il numero degli occupati nelle imprese è calato di 5.329 unità (–0,3 per cento), mentre il numero degli imprenditori, dei loro dipendenti e delle persone che svolgono attività in proprio è aumentato di 2.259 unità (+0,5 per cento). Il numero degli agricoltori individuali registrati è invece diminuito di 1.288 unità (–2,8 per cento).

“Per quanto riguarda l’occupazione e la disoccupazione, è evidente che la situazione è leggermente peggiorata rispetto al periodo precedente. Il tasso di disoccupazione nel secondo trimestre di quest’anno era pari all’8,5 per cento, leggermente superiore all’8,2 per cento registrato nel secondo trimestre dell’anno scorso. Nel secondo trimestre del 2025 il numero degli occupati era inferiore di circa 14.000 unità rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre il numero dei disoccupati è aumentato di circa 9.000 unità, accompagnato da una riduzione della popolazione attiva di circa 5.000 unità”, afferma Branimir Jovanović dell’Istituto di Vienna per gli Studi Economici Internazionali.

Carenza di nuovi investimenti, fuga di quelli esistenti

La causa di tale evoluzione va probabilmente ricercata nella chiusura di fabbriche e nella delocalizzazione degli investitori verso destinazioni più economiche. Dall’inizio di quest’anno, tre aziende che operano in Serbia – Benetton, Johnson Electric e Draxlmaier – hanno annunciato licenziamenti. La società tedesca Leoni ha comunicato che chiuderà lo stabilimento di Malošište entro la fine dell’anno a causa delle perdite, con la progressiva soppressione di circa 1.900 posti di lavoro e il pagamento delle indennità di licenziamento ai lavoratori. E questo non rappresenta la fine dell’elenco delle imprese che hanno deciso di cessare le proprie attività in Serbia.

“Un’attenzione particolare va rivolta all’andamento dei redditi da investimento. La parte relativa alle uscite del reddito primario mostra che nel 2024 gli afflussi derivanti dal capitale di proprietà ammontavano a 2,56 miliardi, mentre le uscite legate al trasferimento di dividendi e partecipazioni hanno raggiunto 2,594 miliardi. Questa tendenza ha ormai assunto una direzione opposta: si sta entrando in un periodo di deflussi di capitale dalle attività di investimento diretto nettamente superiori agli afflussi. La spirale è stata avviata e la Serbia non rappresenta un’eccezione rispetto agli altri Paesi destinatari di investimenti“, afferma Dragovan Milićević, ex segretario di Stato al Ministero del Commercio.
Secondo questo economista, nel prossimo periodo, almeno nel breve termine, è prevedibile un aumento della disoccupazione a causa delle chiusure degli stabilimenti.

Migrazioni

Milićević spiega che mancano seriamente dati affidabili, soprattutto su questioni che preoccupano la popolazione da decenni, poiché nessuna istituzione del Paese fornisce informazioni reali su quanti cittadini in età lavorativa lascino il territorio per cercare condizioni di vita migliori. “La risposta risiede principalmente in un tema quasi tabù in Serbia: le migrazioni. È quasi impossibile reperire un dato preciso su questa tendenza negativa e la statistica ufficiale utilizza il numero stimato della popolazione, che non è altro che il numero della popolazione censita meno il movimento naturale, ossia la differenza tra nati vivi e decessi. La popolazione in Serbia è in diminuzione. La tabella del saldo naturale mostra che dal 2012 al 2024 la Serbia ha perso oltre 541.000 abitanti, cioè tante persone in più sono morte rispetto a quelle nate. Tuttavia, una risposta di gran lunga più attendibile sul rapporto tra occupati e disoccupati emerge da un’altra tabella. Secondo i dati dell’OCSE, dal 2012 al 2023 sono emigrati dalla Serbia complessivamente 551.800 cittadini, prevalentemente giovani. Sommando il saldo naturale negativo, la Serbia ha perso circa 1,1 milioni di abitanti negli ultimi 13 anni“, afferma Milićević, aggiungendo che per il 2024 non esistono ancora dati aggiornati dell’OCSE.

Un altro dato di cui non si parla in Serbia riguarda l’importazione di manodopera straniera, che nelle statistiche risulta ancora classificata come turismo, sebbene dalle dichiarazioni dei politici e delle istituzioni pubbliche risulti che vengono impiegati lavoratori provenienti da Ghana, Etiopia, Turchia e Nepal.

Il Ministero degli Affari Esteri ha annunciato che verranno rilasciati 100.000 permessi di lavoro, una parte dei quali destinati a cittadini del Ghana. La Camera di Commercio della Serbia ha annunciato già a maggio l’arrivo di lavoratori dall’Egitto per l’EXPO. Secondo Radio Free Europe, l’Ufficio del Governo serbo per l’IT e l’e-Government ha comunicato a gennaio che da febbraio a dicembre dello scorso anno “sono state approvate complessivamente 37.934 richieste di permesso unico per il soggiorno temporaneo e il lavoro di cittadini stranieri nella Repubblica di Serbia”.

Tuttavia, come riferisce RFE, il Ministro degli Esteri serbo Marko Đurić ha dichiarato il 19 luglio che lo scorso anno la Serbia ha rilasciato complessivamente quasi 80.000 visti di lavoro. Sulla base dei dati sull’occupazione non è stato possibile stabilire se e come questi lavoratori vengano contabilizzati nelle statistiche ufficiali.

“L’RZS elabora i dati sulla base di un’indagine campionaria imprecisa. Tuttavia, i lavoratori stranieri devono ottenere permessi di lavoro e assicurazione sanitaria, per cui dovrebbero figurare come occupati nelle statistiche“, spiega Milićević.

Il costo del lavoro

Considerato che il salario minimo in Serbia viene determinato sulla base di una combinazione di fattori – crescita del PIL, inflazione, paniere minimo di consumo, ma anche occupazione e produttività – non è chiaro perché lo Stato abbia deciso quest’anno un aumento straordinario del salario minimo, che trascina con sé l’aumento di tutte le altre retribuzioni. Secondo tutte le previsioni, l’anno in corso sarà molto più difficile per l’economia; l’inflazione si aggira intorno al quattro per cento e numerosi investitori hanno già chiaramente dichiarato che i salari sono troppo elevati.

“La crisi energetica che incombe, così come il ritiro degli investitori stranieri, conseguente al possibile aumento dei costi energetici e del salario minimo, può portare alla fuga dei capitali. I flussi migratori e il saldo naturale negativo minacciano di compromettere la struttura demografica, poiché il fabbisogno di manodopera viene compensato attraverso il rilascio di visti di lavoro e di immigrazione a cittadini di altri Paesi (India, Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh, ecc.). Non è difficile ipotizzare che la Serbia possa diventare una base di immigrazione, come già avviene in gran parte dell’Europa, dove la popolazione locale, in prevalenza istruita, emigra verso Paesi più sviluppati, mentre il territorio viene popolato da cittadini dei Paesi sopra menzionati“, conclude Milićević.

(Nova Ekonomija, 29.12.2025)
https://novaekonomija.rs/vesti-iz-zemlje/da-li-ce-srbija-postata-baza-za-azijsku-imigraciju-zaposlenost-blago-opala-broj-stranih-radnika-nepoznat

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