Serbian Monitor

La Serbia verso un nuovo modello di sviluppo?

Chi arriva oggi a Belgrado vede nuove costruzioni ovunque e percepisce in giro un’aria da boom economico: sempre più auto, sempre più nuove e lussuose, impelagate in ingorghi sempre più frequenti; ristoranti affollati, con un’interpretazione molto flessibile delle regole di distanziamento, che nei fine settimana accettano solo chi ha prenotato con giorni di anticipo; taxi fermi e liberi in via di estinzione, ricercati compulsivamente con telefonate in parallelo a più centrali e braccati per strada come fossero rinoceronti bianchi; centri commerciali straripanti di consumatori di vetrine come di clienti internazionali, per sfidare il Covid brandendo carte di credito, ardimentosamente senza protezioni.

E i dati ufficiali confermano questa sensazione di una crescita: dopo essere riuscita dodici mesi prima a contenere lo shock economico della pandemia a -6,3%, (mentre paesi come Italia e Francia affondavano a -18%), nel secondo trimestre del 2021 la Serbia è cresciuta del 13,7%. Si tratta del tasso di crescita più alto dal lontano quarto trimestre del 2001, quando le liberalizzazioni e le privatizzazioni seguite alla caduta di Milosevic sembravano poter avviare il paese a un rapido rientro nell’economia globale. Non è invece stato così, e il paese ha invece attraversato un quasi un ventennio in cui le speranze di crescita venivano rinviate mentre gli impatti delle crisi globali venivano puntualmente sofferti. Che sia questa la volta buona e la Serbia si avvii davvero una fase di durevole espansione economica?(

La Serbia “nuova tigre dei Balcani”?

La torre del complesso West65 a Novi Beograd, alta 155 metri per 40 piani.

Quello che di certo colpisce è che in un’economia indirizzata per anni ad essere “export driven”, ovvero basata sull’attrazione di investimenti industriali esteri e le relative esportazioni, abbia registrato nel secondo trimestre 2021 un incremento dei consumi delle famiglie del 17,6% (-1,7% nel primo trimestre 2021), che fa il paio con il balzo degli investimenti fissi al 22,5% (+9% tre mesi prima) mentre la spesa publica è calata del 3,8% (-0,6% nel primo trimestre). Se approfondiamo i settori che compongono questa crescita notiamo subito che il commercio nel suo complesso è cresciuto del 33,3% rispetto al secondo trimestre 2020, quando era calato del 15,9%. I servizi professionali (+30,9%) e le attività ricreative (+35%) hanno registrato incrementi equivalenti, in sostanza, al calo, di entità pressoché simile, dello stesso periodo dell’anno scorso. Ma il settore davvero trainante restano le costruzioni, che nel secondo trimestre del 2020 avevano registrato un calo solo del 2% mentre nei primi due trimestri dell’anno si son tenute al 17,7%. Un boom che non accenna a scemare e che a settembre 2021 si è concretizzato nel rilascio di 3455 licenze edilizie (di cui l’85% per edifici), ben il 39,4% in più rispetto alle 2479 rilasciate dodici mesi prima. Scontato che Belgrado domini il settore: circa 16,25 miliardi di dinari (circa 138 milioni di euro) il valore previsto delle costruzioni autorizzate a settembre 2021, pari al 30,7% del totale di circa 460 milioni.  Questi numeri sembrano rafforzare l’ottimismo sulla capacità del settore in Serbia di reagire al Covid e anzi di attrarre capitali esteri per alimentare questa crescita.

Il robusto recupero dell’interscambio commerciale tra gennaio e settembre del 2021 è stato pari a 36,031 miliardi di euro, con un incremento del 25,4% rispetto allo stesso periodo del 2020, con un deficit commerciale in crescita del 10,3%, frutto di 15,63 miliardi di euro di esportazioni (+28,1%) e 20,39 miliardi di importazioni (+23,4). Espresso in euro, il deficit è cresciuto nel periodo del 10,3%, arrivando a 4,7 miliardi di euro, con un rapporto tra esportazioni ed importazioni salito al  dal 73,9% al 76,4%, indice che il paese riesce ad esportare beni a più alto valore aggiunto.

La crescita del 6,5% prevista dalla BERS per l’anno in corso sembra ora prudenziale e i dati preliminari di un Pil a +7,4% nel terzo trimestre sembrano confermare nuove ambizioni. La Serbia è diventata l’economia più dinamica dell’Europa sud orientale e intende restarlo per gli anni a venire. Potrebbe essere davvero a portata di mano il sogno nascosto di molti politici serbi, sbandierare il raggiungimento del PIL della Croazia nel 2023?

Una crescita che suscita anche preoccupazioni

In realtà, questa crescita inusitata, almeno nelle dimensioni e per intensità, diffonde nel paese anche nuove ansie. Quello che più preoccupa i cittadini serbi è l’inflazione. Quello che preoccupa gli imprenditori è la carenza di personale.

Partiamo dalla prima. A ottobre i prezzi al consumo sono cresciuti rispetto a dodici mesi prima del 6,6%, il valore più alto dal 2013, con una crescita addirittura dello 0,9% rispetto al mese precedente. Corre il costo dei trasporti (+1,8% in un mese), come quello di calzature e abbigliamento (+1,6%) e di alimentari (+1,3%). Nel 2021 nutrirsi è diventato finora più costoso dell’8.7% rispetto all’anno precedente ed è facile immaginare che si supererà la soglia del 10%, soprattutto a seguito degli aumenti di carne, frutta e verdura.

Nella capitale i valori sono molto amplificati rispetto al resto del paese e un incremento dei prezzi anche sopra il 10% è più che una percezione diffusa, in assenza di dati ufficiali. Impressionante poi è la dinamica dei prezzi dei prodotti agricoli di origine serba, aumentati del 24% in dodici mesi, con una punta del 58% per la frutta e del 29% per la verdura prodotte nel paese. A luglio la spesa media mensile di una famiglia serba veniva stimata a 76.689,07 dinari (+4% in un anno) a fronte di uno stipendio medio netto nazionale di 64.731 dinari. La crescita dell’inflazione impatta ovviamente sui salari che crescono già da anni. Se tra il 2009 e il 2016 il salario minimo nazionale serbo, che tante imprese in cerca di forza lavoro a basso costo ha attratto, è stato stabile (233 euro a dicembre 2008, 230 euro a dicembre 2016), negli ultimi cinque anni esso è cresciuto di oltre il 50%, arrivando a 370 euro di costo impresa. L’impennata di questo valore minimo si è propagata su tutte le fasce salariali. A Belgrado il salario medio netto è da anni di circa 15.000 dinari più alto della media nazionale, dunque arriva a sfiorare gli 80.000 dinari netti. 

Gli imprenditori stranieri, specialmente i piccoli e medi che hanno insediato impianti produttivi negli anni passati attratti dai bassi salari, si guardano attorno e in certe aree del paese non trovano più manodopera. Nel paese per anni promosso e svenduto dalla stessa Camera di Commercio di Serbia per la sua forza lavoro “tanto di qualità quanto economica”, oggi si fa fatica a trovare lavoratori a buon mercato. Con molti cantieri a Belgrado arrivano a offrire 900 euro netti agli operai specializzati, imprenditori e manager stranieri finiscono per ricorrere a caporali che dal meridione del paese garantiscono pacchetti di uomini disposti a lavorare per vitto, alloggio e salario minimo, oppure cercano di attivare un contoterzismo del contoterzismo, rintracciando nelle aree più depresse opifici che possano garantire alcune operazioni di base a costi concorrenziali. Fatto sta che il paese vede una costante riduzione del tasso di disoccupazione, che è sceso sotto il 10%. 

Andamento del tasso di disoccupazione in Serbia. Fonte World Bank

A qualche osservatore superficiale la situazione sembra ricordare il boom economico dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, quando a fianco delle grandi imprese nazionali ed estere che presidiavano le filiere ad alta tecnologia (automobilistico, chimico, metallurgico, e così via) fiorivano piccole imprese familiari estremamente flessibili e pertanto capaci di rispondere rapidamente alle esigenze di consegna e di costi dei committenti. Ma è sempre un errore comparare periodi storici diversi: affidarsi ad alcune analogie è tanto un errore che un segno di pigrizia perché lo sviluppo economico di un paese non segue fasi o periodizzazioni determinate.

Verso un nuovo modello di sviluppo?

La struttura ipertecnologici del padiglione serbo all’Expo intende richiamare le costruzioni del sito preistorico di Vinca.

Le incognite sulla durata e la robustezza di questa crescita sono fondate e non di poco conto. L’attuale tasso di crescita è trainato dal settore delle costruzioni, tipico volano dello sviluppo economico capace di spingere a sua volta la manifattura, le importazioni e dunque la logistica. Ma si tratta di un settore fortemente ciclico, che spesso subisce recessioni violente che bruciano molto del valore degli immobili. Il governo serbo si sta preoccupando di far durare più a lungo possibile questo boom edilizio, concentrato per lo più nella capitale e a Novi Sad, anche adottando una strategia di attrazione degli investimenti nel settore molto sbarazzina, come a Dubai. Una scelta per certi versi obbligata, non solo per sostenere l’attuale tasso di crescita, ma anche per avere più tempo per il tentativo di trasformare l’assetto produttivo nazionale, così da accreditarsi come un paese di produzioni e tecnologie innovative e non più il paese delle produzioni labor-intensive e delle fabbriche-cacciavite. Lo stesso sforzo d’immagine attuato in occasione dell’Expo di Dubai, sotto lo slogan “Connectng minds, creating the future”, è tutto volto a presentare un paese sulla strada della digitalizzazione, delle imprese creative e delle produzioni ad alto valore aggiunto. In sostanza, la sfida è passare da un modello di sviluppo esogeno, basato sull’attrazione di investimenti esteri in cerca di manodopera a basso costo, a un modello di sviluppo endogeno, attraverso imprese tecnologicamente avanzate fondate nel paese e strettamente connesse con gli snodi globali dell’innovazione.

Ma l’emigrazione intellettuale, la crisi demografica e la crisi dell’istruzione pubblica sono alcuni dei fattori che possono minare questa visione. 

(fine prima parte)

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