Chi realizzerà l’economia della conoscenza in Serbia?

Davanti all’ambasciata di Germania a Belgrado in attesa del visto.

Gli edifici delle ambasciate del Canada e della Repubblica Federale di Germania si trovano pressoché di fronte, lungo il viale Kneza Milosa di Belgrado. Quasi ogni giorno, davanti ai loro ingressi si ritrovano decine di giovani serbi in attesa di ottenere il visto per lavoro o studio. Questa scena sembrerebbe contraddire i dati economici della Serbia che registrano un impatto contenuto della pandemia nel 2020 e una crescita economica che nel 2021 dovrebbe aggirarsi attorno al 7%. Se a Belgrado e Novi Sad le imprese fanno a gara per offrire condizioni di lavoro e salario allettanti a chi ha esperienza e competenze, allora l’emigrazione, intellettuale e non, rappresenterebbe oggi più una forma di protesta politica che una necessità economica.

E allora sorgono inevitabili i dubbi sulla possibilità di concretizzare l’ambizione di uno sviluppo basato sull’economia della conoscenza in un paese afflitto da una lunga crisi demografica, da una significativa emigrazione intellettuale e con un sistema scolastico fragile e scarsamente finanziato.

Eppure i fenomeni sono molto più complessi, a partire dall’emigrazione, che non è più un percorso a senso unico.

Secondo studi ufficiali, tra il 2011 e il 2018 la Serbia ha registrato l’emigrazione di 175.000 persone sotto i trent’anni di età, di cui 19.000 giovani con istruzione superiore hanno scelto di giocarsi il futuro per lo più in Germania, Stati Uniti, Austria, Svizzera e Canada.

L’Organizzazione degli Studenti Serbi all’Estero (OSSI) è il punto di riferimento per tutti gli studenti. https://www.ossi.rs

Il Vienna Institute for International Economic Studies ha quest’anno pubblicato un’approfondita ricerca per coorti sull’emigrazione nei Balcani occidentali tra il 2010 e il 2019, dalla quale risulta che tra il 2015 e il 2019 vi è stato in Serbia un saldo migratorio negativo di 40.000 persone di età tra i 15 e i 39 anni, di cui 18.500 con un’età tra i 25 e i 34 anni. Si registra tuttavia un saldo migratorio positivo tra i serbi con un livello di istruzione più alto. La dinamica è, sostanzialmente, la seguente: si consegue la laurea o un master nelle università estere e, sempre più spesso, dopo la laurea o qualche anno di esperienza si torna nel paese d’origine. Chi possiede un’istruzione di livello universitario tende a restare nel paese, mentre chi si è fermato a un’istruzione media o di base prova spesso a emigrare anche passati i 35 anni.

Tra il 2010 e il 2019 sono stati rilasciati oltre 2000 primi visti per consentire agli studenti serbi di studiare nelle università dell’Europa a 28. Nello stesso periodo il numero di studenti stranieri nelle università serbe è arrivato a quasi 12.000 unità. Per quanto il 54% di essi arrivi dalla Bosnia Erzegovina (ovvero serbi di Bosnia) e il 26% dal Montenegro, vi è una crescente componente di studenti provenienti da paesi né slavi né balcanici, quali Libia, Iran, Siria, Turchia, Arabia Saudita, per quanto ancora nell’ordine di qualche decina di unità per paese.

Naturalmente, anche molti studenti stranieri torneranno al paese d’origine al termine degli studi universitari, ma è indubbio che sempre più giovani dal vicino oriente scelgano la Serbia per una prospettiva futura o come trampolino verso l’Unione europea.

In realtà, se dai giovani con istruzione superiore e dagli immigrati sembrano venire segnali di fiducia verso la Serbia, le politiche di attrazione di personale specializzato messe in atto da alcuni paesi come proprio il Canada e la Germania spiegano le file con cui abbiamo esordito. A fine 2015 la Germania ha lanciato il Germany’s Western Balkan Regulation, un canale privilegiato di rilascio di permessi di lavoro che ha di certo ridotto il numero deli ingressi illegali nel paese teutonico, ma è anche parte di una strategia di “brain and arms scouting” che i tedeschi attuano nei Balcani per far fronte alle esigenze delle loro imprese nel campo delle costruzioni o dell’assistenza alle persone come anche tra i medici, i professionisti molto qualificati e gli studenti ad alto potenziale.

Il Canada ha pianificato di concedere oltre un milione e duecentomila permessi di soggiorno permanenti tra il 2020 e il 2022 per far fronte all’invecchiamento della popolazione e sostenere la crescita dell’economia. L’immigrazione qualificata dalla Serbia è ben accetta e si indirizza come meta d’elezione a Toronto. Con un salario orario medio di 32 dollari, il paese subartico è anche più attraente, sotto questo punto di vista, rispetto ai 22 euro che si ottengono in Germania.

Una crisi demografica infinita

Se nel 2020 il Covid ha frenato l’emigrazione e riportato in patria tanti serbi che avevano perso il lavoro all’estero, la pandemia non ha rallentato la crisi demografica del paese, anzi. Tra gennaio e ottobre 2021 la Serbia ha registrato un incremento dei decessi del 24,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, (108.379 contro 86.798 unità), a fronte di un decremento della natalità dell’1,5% nello stesso periodo, con un decremento complessivo in dieci mesi di 57.405 unità. Alla luce di questi numeri, inoppugnabili come la morte, andrebbe anche soppesato l’effettivo impatto del Covid19 in Serbia.

Tra emigrazione e denatalità, il paese, che nel 2019 dichiarava 6.963.764 abitanti, ne registra oggi 6.871.547, con un saldo netto negativo di 92.217 persone in meno di 18 mesi. Al primo luglio di quest’anno il trend di depopolazione rispetto ai dodici mesi precedenti è risultato incrementarsi del 6,7 per mille.

Di fronte a questi numeri impietosi hanno suscitato insofferenza se non rabbia i 300.000 dinari di premio per il primo figlio promessi dal governo. La riduzione di dinamiche sociali e psicologiche al mero aspetto monetario è indice che i governanti non colgono che i serbi non fanno figli non perché più poveri di prima (anzi, il tasso di fertilità è di solito più alto tra i paesi più poveri), ma perché meno fiduciosi verso il futuro sociale e politico del paese, nonostante i miglioramenti dell’economia. Su questo dovrebbe riflettere a lungo la classe dirigente del paese: fare un figlio è un atto di fiducia nel futuro, non un investimento industriale da sovvenzionare. 

La demografia ci aiuta anche a districarci rispetto ai dati relativi all’impatto dell’emigrazione nel suo complesso. Se nel 2020 vi sono stati 13.991 morti in più dell’anno precedente e 1791 nati in meno, nei primi dieci mesi del 2021 vi sono stati 21.581 morti in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e 779 nati in meno. Dunque, nonostante la buona tenuta dei serbi più istruiti rispetto alle sirene dell’emigrazione e nonostante anche la crescita dell’afflusso di lavoratori stranieri che si stabiliscono nel paese per periodo medio-lunghi, metà del declino demografico del paese è da attribuire all’emigrazione, principalmente di persone con un’istruzione medio-bassa, che non accettano i bassi salari che il paese offre per mansioni poco qualificate.

Vi è una recente tendenza ad attingere a lavoratori asiatici per far fronte a questa carenza di personale. L’immigrazione in Serbia per motivi di lavoro o di ricongiugimento familiare cresce di anno in anno. Nel 2015 sono stati rilasciati 7.103 primi visti di residenza temporanei per arrivare a ben 11.119 nel 2019. Di questi il 42% sono visti di lavoro (concessi per lo più a cinesi, russi, ucraini e turchi) mentre il 40% deriva da domande di ricongiungimento familiare, che toccano principalmente cittadini russi, cinesi e libici. Si tratta di persone per lo più giovani, nei loro trent’anni. Aumenta il numero di cittadini indiani e del vicino oriente che intendono costruirsi l’esistenza in Serbia. Questa tendenza porrà sfide inusitate, in termini di sicurezza e rapporti sociali, a un paese che finora ha conosciuto solo le conseguenze dell’emigrazione.

La crisi demografica impatta fortemente anche sulla capacità del paese di coltivare e far germogliare talenti, per il semplice fatto che il paese ha perso in venti anni quasi un decimo della popolazione, dunque ha costantemente meno giovani da formare e immettere sul mercato del lavoro, indipendentemente dalle loro qualificazioni.

Una scuola pubblica in transizione

Il bilancio del Ministero dell’istruzione e della ricerca scientifica nel 2020 è stato fissato in 226 miliardi di dinari, in crescita dell’8,34% rispetto all’anno precedente, successivamente portati a 240 miliardi. L’istruzione universitaria ha visto un incremento di stanziamenti molto ridotto, appena l’1,35%.

Le prove PISA (Programme for International Students Assessment) tenutesi nel 2018 hanno riscontrato forti carenze di preparazione degli studenti serbi, a dispetto dei celebrati successi i singoli studenti in qualche competizione internazionale. Rispetto alla media dei paesi OCSE del 77%, solo il 62% degli studenti serbi di 15 anni raggiunge un livello 2 nella lettura e comprensione di un testo di media lunghezza, mentre appena il 3% arriva ai livelli di comprensione più complessi e impliciti di un testo (media OCSE 9%). In matematica non va meglio e solo il 60% dei quindicenni serbi riesce a comprendere banali logiche come quella di una conversione tra diverse valute, a fronte del 76% della media OCSE o del 98% degli studenti delle principali città cinesi. Appena il 2% degli stupendi serbi raggiungono i massimi risultati nelle materie scientifiche, di contro alla media OCSE del 7%. Fatto ancora più preoccupante, rispetto alle ultime due rilevazioni i risultati hanno registrato un peggioramento, soprattutto nella capacità di comprendere i testi. I test PISA hanno valutato che nel 2018 il 37,7% dei quindicenni serbi era analfabeta funzionale. 

La capacità dei test PISA di rappresentare adeguatamente le competenze degli studenti di contesti e culture estremamente diversi è stata messa fortemente in questione negli ultimi anni, ma resta comunque uno dei pochi parametri per comparare la capacità formativa di un sistema scolastico rispetto ad altri paesi.

I laureati in Serbia in discipline STEM (Science, Tecnology, Engineering and Mathematics) sono molto pochi rispetto alla domanda e alle ambizioni del paese.

In base ai dati più recenti presentati dal Ministero dell’istruzione, su circa 250.000 iscritti ai corsi di laurea o a scuole terziarie, ogni anno acquisiscono un titolo di studio circa 45.000 studenti, di cui il 60% nelle università pubbliche, il 17% nelle università private e il 23% nelle scuole di specializzazione. Nel dettaglio, ogni anno arrivano sul mercato del lavoro circa 1.000 laureati in economia nelle università pubbliche e circa 700-800 con una laurea o una formazione di ambito economico acquisita nelle università private. Nel 2019 i laureati nelle Università statali in materie scientifiche e tecnologiche (esclusi medicina, biologia e farmacia) sono stati circa 2500, di cui circa 1810 laureati in vari rami di ingegneria e appena 227 in matematica e 55 in fisica. I corsi di laurea specifici in scienze dell’informazione sono proposti dalle università private, quali Singidunum, Metropolitan, Union. Si tratta di numeri assolutamente inadeguati alle ambizioni di un paese che intende puntare sulle nuove tecnologie e sulle produzioni ad alto valore aggiunto. 

Bisogna comunque dare atto al governo che gli stanziamenti complessivi per l’istruzione sono costantemente cresciuti negli ultimi anni. Nella legge finanziaria per il 2022 sono stati allocati 252,8 miliardi di dinari per l’istruzione, un incremento di 12 miliardi rispetto alla somma stabilita nella manovra correttiva dell’ottobre scorso per il 2020.

Sono fondi che verranno investiti in tre riforme strutturali cui andrà incontro il sistema formativo serbo nel triennio 2022-2024: l’introduzione di una “Garanzia giovani” in Serbia al fine di incentivare l’inserimento lavorativo o l’acquisizione di competenze spendibili sul mercato del lavoro; la progettazione e l’erogazione di specifiche qualifiche orientate alle necessità del mercato del lavoro; la digitalizzazione del sistema di istruzione nazionale, con la creazione di un unico sistema informativo per l’istruzione.

Si tratta di obiettivi ambiziosi, in linea con la visione del primo ministro Brnabic di sviluppare l’economia della conoscenza. Ma ad oggi l’istruzione di qualità in Serbia è spesso un affare per famiglie ricche, ovvero per le famiglie che possono pagare il completamento all’estero del percorso di studi dei loro figli, a livello universitario quanto di master e dottorato. Spesso sono proprio i giovani che ritornano nel paese a fondare e sviluppare le imprese innovative, specialmente nel campo dell’ICT. La sfida dei prossimi anni sarà quella di allargare la base degli studenti serbi che arrivano a un livello di istruzione superiore e post universitario, nonostante la contrazione demografica, partendo da una scuola più inclusiva e incrementando, in numero e valore, le borse di studio statali che consentono di iscriversi ai corsi di laurea e ai master all’estero.

Nel terziario avanzato come nell’ICT il paese ha pressochè raggiunto la piena occupazione degli addetti, la competizione per accapparrarsi i talenti migliori è senza esclusione di colpi e di benefit, mentre già da anni molte imprese dell’economia digitale puntano a persuadere professionisti da tutto il mondo con competenze specifiche a trasferirsi a Belgrado o a Novi Sad.

Il paese per certi versi ha già esaurito le risorse qualificate per alimentare la transizione verso un’economia digitale e dei servizi a valore aggiunto e il numero di coloro che ogni anno si affacciano per la prima volta sul mercato è estremamente ridotto rispetto alla domanda. Date queste premesse, i successi conseguiti negli anni passati da varie aziende serbe in ambito digitale sono replicabili? È possibile gestire questa transizione economica e attrarre talenti da altri paesi senza sostenere anche un’evoluzione politica e sociale verso un modello meno autoritario? I successi di città-stato come Singapore e Dubai nel disaccoppiare lo sviluppo economico dalle libertà civili e politiche sono applicabili in un paese come la Serbia? Le recenti proteste contro i danni all’ecosistema che provocherà l’investimento di Rio Tinto non sono anche l’indice di nuove attese in termini di qualità della vita da parte dello strato della popolazione più istruito, internazionale e socialmente avanzato?

Affronteremo questi temi nel prossimo articolo. 

(seconda parte, la prima parte è stata pubblicata il 25 novembre)

Avete trovato quest’articolo interessante? Valutate se sostenere concretamente il nostro portale cliccando qui

This post is also available in: English

Share this post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

scroll to top