Savamala, un anno dopo: la resilienza dei serbi in difesa dello stato di diritto

Ieri, martedì 25 aprile, sono state migliaia le persone che si sono riversate nelle strade del centro di Belgrado per manifestare, partendo dal quartiere Savamala, contro il governo del Primo Ministro Aleksandar Vucic, chiedendo l’avvio di un’indagine su “Belgrado sull’acqua”, progetto di sviluppo urbanistico dal budget multimiliardario del lungo fiume della capitale serba.

Un’anatra gialla, simbolo del movimento “Non affondiamo Belgrado”, che si oppone al progetto, è stata messa in mostra sotto le bandiere che delimitano la zona lungo il fiume Sava, dove verranno costruiti edifici residenziali, alberghi e centro commerciali in stile Dubai.

I manifestanti chiedono l’avvio di un’indagine per chiarire le responsabilità dietro un incidente accorso l’anno scorso, quando uomini mascherati hanno nottetempo effettuato demolizioni per liberare parte del sito, in un momento in cui l’attenzione del pubblico era distratta dalle elezioni parlamentari. I critici accusano il governo di non aver sufficientemente consultato l’opinione pubblica.

Inaspettatamente un anno fa, il 25 aprile 2016, mentre venivano conteggiate le schede delle elezioni parlamentari anticipate in Serbia, un gruppo organizzato di uomini mascherati ha demolito 12 degli edifici in Hercegovačka, nel quartiere Savamala e, nel mentre, privato di libertà coloro che si trovavano nelle vicinanze. Inoltre, la polizia ha rifiutato di reagire e proteggere i cittadini che hanno chiamato e segnalato l’incidente sospetto.

La presenza degli edifici demoliti quella notte costituiva un ostacolo al progetto sostenuto dal governo “Belgrado Waterfront”, la cui osservanza discutibile delle norme di legge e urbane aveva già sollevato diverse controversie inducendo i cittadini a sospettare dei suoi propagandati benefici economici. Ancora più preoccupante degli atti criminali commessi effettivamente quella notte è la mancanza di azioni legali e della risoluzione del caso nei mesi dopo il famigerato 25 aprile. Grazie ad alcune istituzioni indipendenti, a media selezionati, e ad organizzazioni di attivisti, il governo non è riuscito a coprire la controversa demolizione e le successive omissioni nel lavoro delle istituzioni competenti.

È passato un anno, e i cittadini serbi non hanno ancora ricevuto alcuna informazione né su chi ha organizzato e ordinato la demolizione, né sugli esecutori materiali. Sebbene la responsabilità della polizia nel venire meno ai propri compiti sia fuori discussione, le istituzioni competenti sembrano essere ad un punto morto nella fase delle indagini preliminari. La domanda rimane, perché le istituzioni competenti hanno bisogno di così tanto tempo per indagare su un evento che ha scatenato feroci tensioni e manifestazioni di massa, le quali non accennano a svanire neanche dopo un anno? Inoltre, è stato lo stesso Primo Ministro Vučić ad ammettere pubblicamente in conferenza stampa che “funzionari più alti della città sono dietro la demolizione”. Questo accadeva nel mese di giugno 2016, ma non sono seguite dimissioni all’interno dell’amministrazione comunale.

“Stiamo protestando a causa della violenza che il governo ha esercitato sul proprio sistema giuridico, e contro la corruzione. Questo è il nostro tentativo di combattere per lo stato di diritto”, dichiara Zoran Dimitrijevic, 44 anni, ingegnere elettronico di Belgrado.

Il progetto, dell’importo di 3 miliardi di euro, che, secondo i funzionari del governo, dovrebbe trasformare Belgrado in un hub del turismo regionale, sarà sviluppato da una joint venture costituita dal governo serbo e dalla società Eagle Hills con sede a Dubai.

I manifestanti hanno organizzato varie iniziative di protesta anti-governative, chiedendo un’indagine sulle demolizioni, ma, ciononostante, non si è mai giunti all’individuazione dei colpevoli. Viene inoltre criticata l’assenza di gare pubbliche per il progetto e la stessa opportunità economica di un simile progetto, in un paese segnato da un tasso di disoccupazione a due cifre, e in cui il salario medio mensile è pari a 400 euro.

Jovo Bakic, un professore di filosofia, ha detto ai manifestanti: “Vogliamo inviare un messaggio a Vucic: noi non siamo asserviti ai falsi sultani, Vucic sei Erdogan.”

Vucic, che ha vinto le elezioni presidenziali all’inizio di aprile e assumerà la presidenza a fine mese, ha dichiarato all’agenzia di stampa Tanjug che le proteste in corso non ledono la sua popolarità. Sebbene il nuovo incarico sia in gran parte cerimoniale, è verosimile che Vucic conservi la sua influenza sul Partito Progressista Serbo al governo e che prosegua la sua politica di equilibrio tra l’Occidente e la Russia.

Dobrica Veselinovic, capo del movimento “Non affondiamo Belgrado (Ne da(vi)mo Beograd”, ha annunciato che il movimento si svilupperà in un partito politico e partecipà alle elezioni amministrative del 2018.

“Abbiamo cercato di fare appello ai politici e non abbiamo altra scelta che l’attività politica per raggiungere i nostri obiettivi”, ha comunicato alla Reuters.

Perché il caso Savamala è così importante?

Anche se probabilmente rappresenta il più grande scandalo del partito di governo fin dalla sua ascesa al potere nel 2012, Savamala non è un caso isolato, ma l’ennesima grave violazione dei principi democratici di base. L’intero caso incarna perfettamente l’appropriazione dello Stato e l’assenza dello Stato di diritto in Serbia.

In primo luogo, il caso Savamala è manifestazione dall’innegabile politicizzazione e del blocco delle istituzioni che dovrebbero essere in prima linea nella lotta contro la corruzione e la criminalità, in particolare la polizia e la magistratura. Non solo la polizia non è riuscita a proteggere i cittadini, quella sera, ma, da allora, ha anche ostacolando il processo di indagine. L’indagine non sarebbe andata al di là della fase preliminare proprio a causa della mancanza di volontà della polizia di cooperare con l’accusa e fornire le prove necessarie. D’altra parte, l’accusa non ha utilizzato tutti i meccanismi legali a sua disposizione per indurre la polizia a collaborare. Più di recente, il Settore Affari Interni della Polizia ha pubblicato la tanto attesa Relazione annuale per il 2016, nella quale, non troppo ovviamente, non compare alcuna menzione allo scandalo.

Il silenzio delle istituzioni responsabili è conforme agli sforzi costanti delle autorità e dei media filogovernativi nel relativizzare l’importanza dell’incidente e nel nascondere il coinvolgimento delle strutture statali. Il caso Savamala è la conseguenza più visibile di un crollo preoccupante dello sistema dello stato di diritto e della delocalizzazione dei processi politici al di fuori dell’ombrello istituzionale. Anche se questo caso ha seriamente danneggiato l’integrità di tali istituzioni e la fiducia dei cittadini, ciò che costituisce l’aspetto più preoccupante è che una tale situazione dello stato di diritto sta gradualmente diventando normalizzata in Serbia.

In secondo luogo, il caso rivela chiaramente il blackout mediatico in Serbia e le pressioni quotidiane cui i giornalisti e i media indipendenti sono esposti. Tale situazione è ben esemplificata dalla deposizione da parte del Ministro degli Interni di due cause in relazione ai giornalisti che hanno citato la sua responsabilità politica nel caso. A differenza del caso Savamala, il caso riguardante il settimanale NIN ha prontamente avuto il suo epilogo, concludendosi nella condanna del giornale. Inoltre, il panorama mediatico durante tutto l’anno è stato caratterizzato dalla diffamazione da tabloid, da articoli di parte, dalla soppressione e dall’intimidazione dei media indipendenti, che oggettivamente hanno cercato di riportare i fatti riguardanti Savamala.

Infine, i tabloid filo-governativi e le autorità hanno unito le forze per screditare e ridurre al silenzio qualsiasi tipo di dissenso, proteste, o riferimenti alla responsabilità sul caso. Qui arriviamo ad un’altra caratteristica importante del governo attuale, rappresentata dalla sua incapacità di accettare qualsiasi tipo di critica rivolta alle sue politiche o pratiche. Campagne diffamatorie e demonizzazione degli avversari, siano essi appartenenti all’opposizione politica, ad istituzioni indipendenti, giornalisti, o movimenti civici, sono diventati una risposta comune del governo alle critiche. In tale contesto, gli attivisti dell’Iniziativa “Non affondiamo Belgrado”, che ha organizzato una serie di proteste di massa, sono stati ripetutamente dichiarati come nemici dello Stato, mercenari e traditori dai tabloid vicini al governo. Ancora più preoccupante è il fatto che siano stati sottoposti a varie discutibili misure, come le intercettazioni.

Guardando indietro al 2016, attori che non hanno desistito nei loro sforzi per combattere la cattiva condotta delle autorità e hanno insistito nel rivelare la verità dietro il caso Savamala dovrebbero certamente essere menzionati. Pochi media indipendenti, come ad esempio il settimanale NIN, non hanno ceduto alla pressione e hanno segnalato e indagato il caso in modo imparziale. Inoltre, gli istituti di controllo indipendenti del Difensore Civico e il Commissario per le informazioni di importanza pubblica e la tutela dei dati personali hanno agito in conformità con i loro poteri legali, nonostante campagne diffamatorie costanti dirette contro i loro più alti funzionari. Ancora più importante, un motore che ha motivato un gran numero di cittadini e non ha permesso al regime di far scomparire la vicenda sotto il tappeto è l’iniziativa “Non affondiamo Belgrado”. L’iniziativa è attiva da diversi anni, contrastando il regime con le proteste, azioni di disobbedienza civile, cause legali, e, soprattutto, informando il pubblico in merito al progetto di Belgrado sull’acqua, Savamala, e altre controversie ad esso legate.

I suddetti problemi sono al cuore dei capitoli 23 e 24 nel processo di adesione europea della Serbia. Le istituzioni europee hanno reagito moderatamente in diverse occasioni, ma il caso è stato ignorato indipendentemente da queste critiche modeste. E’ stato completamente ignorato dalle Relazioni sul Paese della Commissione europea sulla Serbia. Così, c’è da chiedersi per quanto tempo ancora l’attuale governo sarà in grado di continuare a barrare le caselle (cioè i parametri di riferimento del processo di negoziazione) e mantenere la facciata di democrazia e Stato di diritto, senza riforme sostanziali sulla strada verso l’Unione europea? Inoltre, il fronte sociale e politico degli insoddisfatti dell’attuale governo si sta gradualmente espandendo e la resilienza della società si sta rafforzando. Resta da vedere se il partito al governo pagherà il pedaggio per il suo forzare le disposizioni legislative, spostando i centri di potere al di fuori delle istituzioni e abbattendo il sistema dello stato di diritto.

(Marija Ignjatijević, European Western Balkans, Reuters, 25.04.2017)

http://www.reuters.com/article/us-serbia-protests-idUSKBN17R2L6?feedType=RSS&feedName=worldNews&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Reuters%2FworldNews+%28Reuters+World+News%29&&rpc=401

https://europeanwesternbalkans.com/2017/04/25/one-year-after-savamala-no-closer-to-the-rule-of-law/

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