La roulette russa dei Balcani occidentali

di Biagio Carrano

I

Alla roulette russa dei Balcani occidentali si gioca su più tavoli; una sola pistola è carica, ma nessuno dei giocatori sa quale è e quando lo sarà. I giocatori al tavolo portano cognomi quali Dodik, Vucic, Kurti, Izetbegovic, Djukanovic, Plenkovic, sostenuti da varie fila di aiutanti, famigli, famuli.

La prima regola è che i tavoli sono comunicanti, ovvero è possibile rispondere a un colpo esploso ad un tavolo sparando seduti a un altro tavolo, ma nessuno sa mai esattamente in quali tavoli si sparerà e in quali tavoli si risponderà. La seconda regola è che il numero di pistole disponibili cambia a seconda delle fasi e un maggior numero di pistole non implica una maggiore probabilità che una di esse sia carica, così come, al contrario, poche pistole disponibili non garantiscono una minore letalità del gioco. L’ultima regola è la seguente: chi userà la pistola carica condannerà non solo la vittima, ma anche se stesso e tutti gli altri giocatori alla rovina irrimediabile.

Perché allora un gioco così letale? Come sa chiunque abbia giocato pesantemente d’azzardo, il piacere del giocatore non consiste nell’eccitazione per la possibile vincita, ambizione plebea oggi solleticata dalle slot machines. Semmai, il vero giocatore è animato dall’ansia per la possibile rovina: giocarsi tutto riuscendo a prolungare il piacere di trovarsi a un passo prima dell’irrecuperabile è una sensazione di straordinaria intensità. Vi sono poi gli spettatori, più o meno interessati: qualcuno ammira il coraggio dell’azzardo, altri è spinto dal gusto sadico per la catastrofe collettiva, che consenta al contempo una punizione alla stupidità di giocatori e l’illusione di una impossibile palingenesi. E come a volte capita nelle riprese dei film d’azione, per errore o per complotto, qualcuno carica una pistola con proiettili veri, causando conseguenze tragiche. Il fascino del gioco sta tutto lì: chi userà la pistola carica? Quando e a quale tavolo? Le scommesse fanno parte del gioco, come sempre. 

Ben consapevoli del rischio letale, i giocatori sanno anche che questo è l’unico gioco che garantisca a loro l’interesse degli spettatori. E, al di là, dei reciproci atteggiamenti di sfida, sanno bene che a mettere su un tavolo la pistola carica non sarà un concorrente, ma qualcuno degli spettatori. 
Si capisce allora che il gioco non si esaurisce tra i vari tavoli della roulette russa, ma si estende e trova una sua ragione tra gli spettatori, i quali, di volta in volta, sono interessati a caricare l’arma o a sventarne gli esiti letali, con ruoli e obiettivi che cambiano costantemente, sicché lo spettatore che già innescò l’apocalisse oggi si presenta come “katechon” e cerca almeno di rinviarla. Nessuno sa quando i ruoli cambieranno, e dunque in ogni partita vi sono due livelli, due cerchi dell’azzardo: la sfida a sapere chi esploderà il colpo letale e contro chi, e quella a capire quale, tra gli spettatori, intende caricare l’arma. 
Come ogni gioco d’azzardo, esso ha generato una pletora di presunti esperti, consulenti, osservatori, commentatori che dovrebbero spiegare ai profani regole, principi, fini ed esiti del gioco. Si tratta di individui dai fini alquanto eterocliti: chi spera che non si  arrivi a un esito letale, ma di certo non può nulla per evitarlo; chi sulla eventualità del dramma ci ha costruito carriera e reputazione, e dunque si esalta ogni volta che cresce il rischio che una pistola carica appaia su uno dei tavoli; chi prova ad accelerare il disastro, perché dopo bisognerà pure ingaggiare degli esperti per ricostruire il gioco e i suoi nuovi protagonisti. 
In ultimo, molto lontano dal gioco, ma prime vittime dello stesso, anche quando partono colpi a salve, le popolazioni dell’area. 
.
II
Sul tavolo Kosovo-Serbia è apparsa una nuova pistola, la impugna Albin Kurti: “vieto l’uso di documenti di identità e targhe automobiliste serbe in Kosovo, perché targhe e documenti di identità kossovari sono vietati in Serbia”. Poco gli cale che l’indipendenza del Kosovo non sia riconosciuta da 95 stati al mondo o che il paese non abbia un seggio all’ONU e dunque chiedere la reciprocità è per i serbi un po’ come chiedere agli spagnoli di cambiare targa e carta d’identità quando entrano in Catalogna. Poco gli cale perché Kurti sa che USA e NATO sperano di regolare alcuni conti aperti con Putin nei Balcani grazie al suo attivismo. L’ambasciatore americano a Belgrado Christofer Hill, già a Rambouillet quando nel 1999 si pose all’allora mini Yugoslavia l’ultimatum “Kosovo indipendente o bombe”, si mostra magnanimo e concede un mese di dilazione ai serbi per addivenire a più miti consigli. La composizione del nuovo governo serbo dovrà dimostrare che Vucic ha capito il messaggio: non ci si fermerà alle targhe e alle carte di identità, esse sono solo l’inizio di un processo: un passo alla volta, ovvero una forzatura per volta, la Serbia potrà abbozzare e perdere la partita Kosovo o avventurare le sue forze armate in una trappola come quella del 1999. In merito Henry Kissinger fu netto: 
The Rambouillet text, which called on Serbia to admit NATO troops throughout Yugoslavia, was a provocation, an excuse to start bombing. Rambouillet is not a document that an angelic Serb could have accepted. It was a terrible diplomatic document that should never have been presented in that form“.
Arriverà presto una Rambouillet 4.0, come richiedono gli slogan di questa fase storica: niente ramanzine e miliardi di dollari per far smettere di litigare gli “straccioni” balcanici come pensava di fare il businessman spaccone Trump con il suo ex inviato Robert Grenell, ora, pare, a libro paga serbo; i democratici lavorano di fino con le public relations per ottenere la pace sì, ma o dopo la guerra o dopo un accordo inaccettabile o dopo tutti e due. 
Molti media hanno già iniziato a dare non solo per certo, ma addirittura già in corso lo scontro armato tra Serbia e Kosovo. Come le profezie che si autoavverano, vari account Twitter già preparano la psicologia collettiva a un evento programmato da alcuni, auspicato da altri. Così il primo agosto il deputato ucraino Oleksiy Goncharenko twitta che l’Ucraina (che non riconosce il Kosovo) è “pronta a mandare le sue truppe per sventare la guerra d’aggressione della Serbia, paese cavallo di Troia di Putin in Europa”, mentre lo scrittore nazionalista turco Hussein Hai Kahveci twittava di una guerra già iniziata e ConflictTr sparava nel cyberspazio di soldati kossovari già ricoverati in ospedale per le ferite riportate.  Il Corriere della Sera non si fa mancare l’occasione e il 3 agosto titolava, in occasione del concerto a Pristina di Mahmood, “Brividi di musica e di guerra”. 
Uscita di scena Angela Merkel, per venti anni Contessa zia dei Balcani (“sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire”), Albin Kurti sa che deve seguire uno schema più temerario preparato altrove. A tal bisogna Kurti ha già iniziato il giro di interviste internazionali per presentarsi come vittima delle mire di Putin, e possibilmente nuovo martire e idolo delle democrazie liberali. Prima scelta l’italiano Repubblica del superatlantista Maurizio Molinari. Non a caso: l’Italia ha disposti 638 carabinieri in Kosovo. Bene preparare l’opinione pubblica a quanto potrà accadere. Impavido, Kurti afferma di rappresentare una democrazia contro un’autocrazia, che la Serbia sia la longa manus di Putin, poco più che una marionetta con fili manovrati da Mosca. Si instilla nei lettori l’idea che lo schema dell’Ucraina sia prossimo a essere ripercorso nei Balcani: Kurti parla di 48 basi militari serbe attorno al confine (sarebbero una ogni tre chilometri!), di rischio di guerra altissimo, di fantomatiche costanti esercitazioni militari congiunte russo-serbe. Kurti non ha interesse a dire agli italiani che dal 2006 in avanti la Serbia ha tenuto oltre 150 esercitazioni militari con eserciti di paesi NATO e che nel complesso il rapporto tra NATO ed esercito serbo è oggi più stretto che quello con i russi. 
Per Repubblica lo schema è il solito, dalla fondazione: i buoni contro i cattivi, la demonizzazione della vittima della campagna giornalistica, sia essa un politico italiano, un concorrente del padrone-editore, un paese straniero. Ora per la Repubblica di Molinari è il turno della Serbia, e se i fatti son deboli si ingigantiscono, se mancano del tutto li si crea. Abbiamo segnalato quanto il sentimento filo-russo sia più forte che prima in Serbia, ma raccontare un paese che penda dalle labbra di Putin non è solo fuorviante: è presupporre lettori senza cerebro. Presentare poi, nel 2022!, un mondo diviso in blocchi di potere rigidi come il marmo e non porosi come il tufo implica considerare i lettori o tutti cresciuti durante la guerra fredda o non cresciuti dopo la quinta elementare. Accertati gli interessi economici, spesso criminali, che in Kosovo si celano dietro il paravento dell’orgoglio nazionale serbo, se vi è un merito dell’azione diplomatica portata avanti dalla Serbia in questi anni, questo è proprio quello di avere incrementato i poli della sua azione a nuovi soggetti un tempo distanti, se non nemici. Non stupirebbe, ad esempio, che anche stavolta Recep Tayyip Erdogan venga chiamato a fare da grande mediatore tra un paese recentemente tornato amico della Turchia e un territorio storicamente ottomano. Così come il grande amico dei repubblicani Mohammed al Zayed da novembre, dopo le elezioni di Mid-Term, potrebbe tornare a muoversi nei Balcani per finanziare la stabilità di un paese con 1,8 milioni di mussulmani come il Kosovo e tutelare il futuro di un paese dove ha investito o veicolato alcuni miliardi di dollari come la Serbia. Le società immobiliari israeliane potrebbero accettare il crollo del valore dei loro investimenti in Serbia in caso di una guerra? La Cina poi, grande investitrice nelle infrastrutture della regione, non ha alcun interesse a vedere sfumare i suoi progetti o le sue realizzazioni, addirittura bombardate in un eventuale conflitto. 
La Jugoslavia del 1999 era un paese isolato da quasi un decennio di embarghi, piagato da tre guerre di secessione perse, con decine di migliaia di profughi cui dare un riparo. La Serbia del 2022 è un paese che ha costruito reti, partnership e filiere globali, spesso con paesi rivali di Russia e Cina, a partire dall’Unione europea. Il buco prodotto dallo sparo inghiottirebbe anche quanto sviluppato in questi anni. Una seconda guerra ai confini dell’Unione Europea significherebbe il dissolvimento della stessa costruzione europeista, già oggi poco distinguibile dall’atlantismo. Cosa fu il coraggioso allargamento dell’Unione a dieci paesi dell’Europa centro-orientale se non una risposta non militare ai drammi seguiti alla dissoluzione della Jugoslavia e dell’URSS? 
La roulette russa dei Balcani riscuote oggi più interesse che prima, e l’eccessivo accanimento su questo gioco ha già provocato esplosioni inauspicate, che ancora rimbombano nella storia e nelle vite delle persone. 
Colui che, rispondendo alla propria vocazione e portandola a compimento, si agita dentro la storia, è causa della propria rovina”. (Emil Cioran, Pensare contro se stessi)

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