Ribellione in Serbia: la democrazia in un vicolo cieco

Di Rade Veljanovski
Professore emerito presso la Facoltà di Scienze Politiche

Il governo del popolo non si è mai realmente realizzato da nessuna parte nel pieno significato del termine, nemmeno quando, nell’antica Grecia, gli abitanti di una polis si riunivano nell’agorà per discutere e decidere su questioni importanti. A casa li attendevano schiavi, non liberi, considerati esseri inferiori. Eppure l’idea di democrazia si è fatta strada nella storia e, nel corso dei secoli, è diventata non un modello ideale, ma il miglior quadro possibile per il governo di una comunità umana.

In una democrazia, la possibilità di scelta, di impegno e di libera espressione delle opinioni costituisce l’insieme fondamentale degli strumenti per la cura del bene comune.

Accade però che le circostanze della vita, valutazioni errate ed errori creino una situazione in cui la democrazia diventa un’illusione, i suoi meccanismi vengono abusati e non servono gli interessi di tutti, ma quelli di un individuo e di un gruppo a lui fedele. La Serbia si trova chiaramente in una situazione simile, e non è certo una consolazione il fatto che non sia la prima volta.

L’arbitrio di pochi

Da oltre un anno sono in corso proteste, con persone nelle strade, nelle piazze e sulle arterie stradali: studenti universitari, studenti delle scuole, lavoratori, cittadini. Sono insoddisfatti, vogliono cambiamenti, non vogliono un governo autoritario, corrotto ed egoista. Quanto più il regime viene criticato e smascherato, tanto più si rigenera attraverso mezzi rigidi e violenti, allontanandosi giorno dopo giorno dai principi della Costituzione e della legge, dai valori di civiltà, dalla democrazia, dall’Europa, dal proprio popolo e dal suo futuro.

L’illusione del governante di sapere meglio di chiunque altro che cosa sia bene per lo Stato, per il popolo e per il destino del paese conduce inevitabilmente alla convinzione che tutti coloro che pensano diversamente, che hanno obiezioni, idee o proposte differenti, siano avversari, nemici, mercenari stranieri o terroristi di una cosiddetta rivoluzione colorata. Il regime vuole demolire e costruire, investire, vendere, regalare e cedere ciò che appartiene a tutti, indebitarsi, senza rendere conto a nessuno. Per questo blandisce i sostenitori affini che acclamano il leader, ma nemmeno questo è sufficiente.

Aleksandar Vučić ha bisogno di una sua magistratura, di suoi procuratori, avvocati, delle sue università, scuole, giornalisti, media, associazioni, della sua polizia, del suo esercito e delle sue forze paramilitari. E li ha. Così che nessuna pecora si smarrisca e lasci il suo vello nel cespuglio accanto alla strada.

Il regime vorrebbe avere anche una propria industria petrolifera, ma non può, perché è stata ceduta a prezzo irrisorio dai predecessori alla “fraterna” Russia, che avrebbe dovuto preservarci il Kosovo. Se ce l’hanno loro, allora ce l’abbiamo anche noi: questo è il ragionamento che sostiene anche l’attuale governo, e così ora siamo schiacciati dal punto di vista energetico tra due grandi amici di Vučić, Putin e Trump. Questa è la politica indipendente e sovrana con cui siamo stati infantilmente spinti tra il martello e l’incudine, mentre le istituzioni europee ci fanno notare che non siamo sufficientemente sul cammino delle riforme, che ci manca lo stato di diritto e che ci siamo identificati troppo con gli interessi della Russia e della Cina.

Dall’altra parte, forse per un eccessivo desiderio che le cose siano diverse, emergono affermazioni infondate su un regime in procinto di crollare, sulla sua instabilità e sul suo stato terminale. Solo nell’ultimo anno, durante il periodo delle proteste più grandi, Vučić ha nominato Đuro Macut primo ministro, Dejan Vuk Stanković ministro dell’istruzione, Boris Bratina ministro dell’informazione e delle telecomunicazioni e Dragoslav Bokan presidente del consiglio di amministrazione del Teatro Nazionale. Dopo la demolizione in via Hercegovačka, senza alcun epilogo giudiziario, è proseguita la costruzione di Belgrade Waterfront, che metastatizza lungo le rive della Sava e presto del Danubio; il vecchio ponte e l’Hotel Jugoslavija sono stati demoliti nonostante la massiccia opposizione dei cittadini. L’Expo procede e presto sorgerà anche un hotel americano sul sito del complesso del General Staff. Questo dimostra forse la debolezza del potere?

Tutti questi sono indicatori di autoritarismo e di disprezzo per la volontà dei cittadini, cioè di un allontanamento dalla democrazia, talvolta forse anche una nervosa dimostrazione di forza del regime, ma è difficile considerarli una prova della sua imminente caduta. Alle recenti elezioni locali, il regime ha comunque vinto.

Da virtù a difetto

I cambiamenti sono dunque necessari. Stiamo facendo abbastanza per ottenerli e lo stiamo facendo nel modo giusto?

La richiesta di elezioni anticipate è stata ancora una volta vista come la soluzione giusta, ma questa volta gli oppositori del regime l’hanno messa nelle mani degli studenti senza avere una chiara idea di come sarebbe stata attuata alla fine, e ancor meno di quale sarebbe stato il loro ruolo, se non quello di sostenere e attendere. Gli studenti inizialmente erano la voce della ribellione e della protesta, chiedevano giustizia e non volevano essere attori politici nel vero senso della parola, ma nel frattempo lo sono diventati.

La richiesta di elezioni è inequivocabilmente un atto politico, e la politica è una cosa seria, che implica responsabilità, e la responsabilità non può essere anonima. In teoria, e da tempo anche nella pratica, la politica implica governo, interesse e pubblicità. La depersonalizzazione, che all’inizio era una virtù del movimento studentesco, ora sta diventando un difetto. Il governo repubblicano si fonda infatti soprattutto sulla pubblicità.

È serio, responsabile e realistico impegnarsi in anticipo a sostenere una lista studentesca “chiunque ne faccia parte”? L’idea che annunciare ora la lista degli studenti possa scatenare una valanga di demonizzazione da parte del regime solleva molte domande. È davvero meglio che la demonizzazione da parte di tutte le armi del regime avvenga immediatamente prima delle elezioni, quando non ci sarà tempo per risposte argomentate né da parte di chi viene demonizzato né da parte di chi li ha proposti? In base a quale logica gli studenti sanno meglio di chiunque altro quali personalità siano una salvezza per la Serbia? Perché si considerano solo le reazioni del regime a una potenziale lista? I cittadini che desiderano il cambiamento non hanno forse il diritto di esprimersi pubblicamente su di essa, oppure da loro ci si aspetta un sostegno in bianco? Che cosa ha tutto questo a che fare con la democrazia?

Se accettiamo che una lista misteriosa venga riempita con nomi di persone talmente indiscutibili da meritare una fiducia assoluta perché competenti, indipendenti e incorruttibili, perché attribuire loro solo uno status temporaneo, con il compito di indire poi vere e corrette elezioni? Dopo elezioni anticipate non possono seguirne immediatamente altre. È necessario almeno un anno, più probabilmente due. Se i nomi della lista studentesca fossero così straordinari, è possibile che in seguito risultino candidati più deboli, ed è anche possibile che i governanti temporanei non dimostrino capacità politica, deludano l’opinione pubblica e offrano così l’occasione agli attuali governanti di tornare dalla porta principale. Qualcuno ci sta pensando? Tanto di cappello agli studenti, hanno fatto molto, ma se i loro plenum rappresentano il massimo traguardo dell’apprendimento della democrazia, come si sostiene, perché questa forma di comunicazione è riservata solo a loro e non viene estesa all’intera società?

Poco prima di Capodanno gli studenti raccoglieranno firme per una petizione per indire le elezioni e organizzeranno una grande manifestazione. C’è stato il 15 marzo, poi il 28 giugno, ora sarà il 28 dicembre. Nel frattempo innumerevoli raduni, proteste, blocchi, scontri, reazioni inadeguate della polizia, per non parlare dei teppisti mascherati. Qual è l’argomento per cui Vučić, che prende tutte le decisioni, dovrebbe ora cedere? In caso contrario, sciopero generale, tutto si ferma. Uno sciopero generale in condizioni in cui i sindacati sono stati devastati e l’elettorato del regime viene privilegiato quotidianamente? In ogni caso, per Vučić non si fermerà nulla: avrà riscaldamento, trasporti, cibo e musica da Ćaciland.

Abbandonare le illusioni è necessario. Non ci sarà un’unica lista. Che gli studenti facciano la loro, ma il prima possibile e pubblicamente. I partiti di opposizione devono andare alle elezioni; è un loro dovere. Se non con una lista, allora con due. Non dovrebbe nemmeno essere necessario spiegare che cosa accade se insieme ottengono più della metà dei voti. Non c’è garanzia di cambiamento, ma può essere un inizio. Questo è un possibile modo per uscire dal vicolo cieco e tornare sulla strada della democrazia, se ingenuità e un mero desiderio di cambiamento non sono i nostri unici punti di forza.

(Radar, 23.12.2025)
https://radar.nova.rs/politika/pobuna-u-srbiji-demokratija-u-slepoj-ulici/

 

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