Di Rade Veljanovski, professore emerito presso la Facoltà di Scienze Politiche
Recentemente, nel sottopassaggio vicino a Ušće (a Belgrado), su un ampio muro, un graffito in grandi lettere recitava: “Eterna gloria ai liberatori di Belgrado.”
Due giovani, più simili a ragazzi che a uomini, cercavano con una bomboletta spray di rendere invisibile la parola “liberatori”. Un uomo di circa settant’anni si fermò e chiese: “Perché vi danno fastidio i liberatori di Belgrado?” I ragazzi risposero in coro: “Quali liberatori? I comunisti e l’Armata Rossa erano occupanti.” “Allora chi ha liberato Belgrado, se erano occupanti?” domandò l’uomo. Rimasero in silenzio, e il passante li rimproverò per non sapere molto di queste cose. “E tu lo sai?” disse uno di loro. “Sì,” rispose il passante, “sono professore universitario.” Uno dei ragazzi sogghignò: “Beh, mi dispiace per l’università dove insegni.” Il passante si allontanò senza dire una parola. Quando raggiunse le scale, sentì un grido alle sue spalle: “Vai a votare per Vučić!”
Quante orientazioni contrastanti sono racchiuse in questo piccolo frammento di realtà? Alcuni rispettano ancora i combattenti contro il fascismo e desiderano che siano ricordati per sempre, mentre i più giovani belgradesi li considerano occupanti e si rivolgono con sarcasmo a qualcuno che presumono sia un elettore di Vučić, perché li ha rimproverati per ciò che stavano facendo. Che cosa passa per la mente di questi due minorenni? Probabilmente sono ancora studenti, ma che cosa hanno imparato a scuola, e ciò che dicono ha a che fare con la scuola o con qualche altra influenza?
Pochi giorni dopo, svastiche sono state disegnate sui busti degli eroi nazionali a Kalemegdan, forse ancora una volta opera di coraggiosi adolescenti poco istruiti e sviati, oppure di teppisti patriottici notturni. Non basta dire che i bambini non sono colpevoli. È chiaro, ma chi è responsabile della confusione valoriale, ideologica e sociale complessiva in cui viviamo da decenni?
Dibattiti che sono tutto fuorché dibattiti
Secondo i social media e varie fonti oscure, da giorni si discute se la serie “Tito – Between East and West” debba essere trasmessa su RTS oppure no. Alcuni vorrebbero vedere il documentario; altri non credono che sarà obiettivo; e non pochi non vogliono sentir parlare di Tito in alcun modo.
Un popolo così impregnato di storia, guerre ed eroismi dovrebbe apparentemente cancellare del tutto dalla memoria la Seconda guerra mondiale e i suoi eroi, perché hanno combattuto per la Jugoslavia, e poi ha governato Tito e abbiamo avuto la “fratellanza e unità”, che avrebbe soffocato l’identità serba.
Re Petar fu un grande comandante militare quando, durante la Prima guerra mondiale, guidò migliaia di combattenti serbi nella Golgota attraverso l’Albania, sebbene in quel percorso un numero enorme abbia perso la vita senza sparare un solo colpo, per malattie, fame e freddo. Tito e i Partigiani sono traditori perché, a causa della loro lotta, cento serbi furono uccisi per ogni tedesco. Secondo quali criteri il sacrificio di liberazione è eroismo in un caso e tradimento in un altro? Gli adolescenti ascoltano questo e lo ripetono.
Il jugoslavismo è stato proscritto per anni, praticamente dalla metà degli anni Ottanta, e con l’arrivo dell’attuale governo ciò è diventato l’orientamento ideologico di base promosso quotidianamente nei media controllati dal regime, al punto da creare avversione verso chiunque esprima anche la minima simpatia per la vita condivisa di un tempo in una regione oggi frammentata.
Deve essere annullato il ricordo che la Jugoslavia godeva di un prestigio internazionale che nessuno degli Stati nati dalla sua dissoluzione possiede oggi; che vi si viveva modestamente, senza lusso, ma in modo dignitoso e sicuro. Non c’erano auto incendiate nelle strade, né pestaggi di studenti e giornalisti, e ogni miglioramento degli standard sociali era oggetto di dibattito pubblico. Nessuno demoliva ciò che era sotto tutela statale, e molte strade, piazze e scuole portavano i nomi di figure illustri della storia serba, quelle precedenti alla Seconda guerra mondiale. Sì, non c’era un sistema multipartitico; oggi c’è – e allora? La rimozione della Jugoslavia serve da schermo per nascondere gli errori compiuti dalla Serbia.
Ciò che disturba i governanti odierni è che, nello Stato comune, il nazionalismo, il fanatismo identitario e i miti del passato non potevano prosperare. Essi hanno bisogno di un antagonismo costante verso le altre nazioni della regione, perché rafforzando la percezione del pericolo proveniente dagli altri, compattano il popolo attorno al proprio potere. Per questo ogni giorno vengono menzionati Jasenovac, gli Ustaša e Thompson, mentre studenti e cittadini che da oltre un anno manifestano contro un potere autoritario e antidemocratico vengono dichiarati nemici, agenti stranieri, e persino etichettati come Ustaša e fascisti. Thompson è certamente un miserabile nazionalista, ma Šešelj, Bokan e il coro di nazionalisti servili che quotidianamente inquinano lo spazio informativo attraverso il quotidiano Informer, Pink TV, Happy TV e altri media “patriottici” sono forse migliori?
Una grande indottrinazione
Uno scandalo valoriale si è creato quando i cetnici, Nedić e simili sono stati assolti, così che i frammenti della coscienza sociale hanno trasformato gli ex comunisti in anticomunisti e i partigiani in persone che hanno iniziato a sentirsi in colpa.
Aleksandar Vučić, a Rgotina, nella Serbia orientale, si è rivolto alla folla riunita davanti a uno striscione con la scritta: “Non esiste compito e obiettivo più bello e più importante che preservare e amare il proprio Stato.” Perché non esiste? È forse impossibile avere come obiettivo l’umanità, la giustizia, l’onestà, la decenza? Oppure l’intenzione di far parte di un’Europa unita con una vera democrazia e libertà? Non è forse questo un modo migliore per preservare sia il popolo sia lo Stato, invece dell’imposizione propagandistica del patriottismo? Il tono populista è evidente e, per chi riflette, altrettanto lo è l’eco di “un popolo, uno Stato, un leader” o “lo Stato sono io”. A Klokočevac ha ringraziato i presenti per aver difeso il loro Paese da coloro che volevano rovesciare lo Stato, antagonizzando così il proprio popolo. Non ha potuto evitare di menzionare la superiorità su Montenegro, Slovenia e Croazia, annunciando che il porto fluviale di Prahovo ha una capacità tre volte e mezzo superiore a quella del porto di Bar, nonché maggiore rispetto ai porti sloveni e croati.
La speranza è apparsa sotto forma di proteste durate un anno da parte di studenti e altri cittadini desiderosi di cambiamento. Hanno giustamente suscitato simpatia. Tuttavia la giornalista Borjanka Milatović ha ragione quando menziona la croce in testa alla colonna studentesca e chiede: “Dov’è la ribellione che abbatte la scenografia, dov’è la generazione che dirà: grazie per l’eredità, ma non vogliamo indossarla come un’uniforme?”
Allo stesso tempo, i giornalisti del regime criticano gli studenti perché portano false bandiere ecclesiastiche e immagini di santi. Ecco un’altra contraddizione di valori e un’ulteriore possibilità di divergenza ideologica. I giovani non hanno assorbito orientamenti confusi e una coscienza retrograda dal nulla. Gli adulti li hanno guidati in quella direzione, e anche tra gli oppositori del governo vi sono non pochi che flirtano con il populismo, il clericalismo e perfino il nazionalismo estremo.
Antifascismo messo da parte, sinistra repressa, indottrinamento religioso, rafforzamento della destra, nazionalismo sempre più rigido: tutto ciò riempie lo spazio della coscienza sociale dominante nella Serbia di oggi e mette seriamente in pericolo le aspirazioni europeiste e democratiche.
Come orientarci, in questo groviglio di patrioti autentici e falsi, credenti sinceri e autoproclamati, sinistrorsi coerenti e convertiti, europeisti e anti-europeisti, russofili e russofobi, sostenitori e oppositori dell’America e della NATO, nella ricerca di un qualche miglioramento? Riusciremo a creare, rafforzare e promuovere un’opzione che sappia trovare il giusto equilibrio tra interessi e ideologie intrecciati e contrapposti, e elevarsi al di sopra delle divisioni? Tutte queste domande sono davanti a noi; non c’è tempo per rimandare le risposte, e c’è una seria minaccia di non avere più strumenti per la comunicazione pubblica. Le cose sono peggiori di quanto sembrino; nuovi errori potrebbero essere molto costosi.
(Radar, 02.03.2026)
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