Dopo un lungo periodo di crescita, la Serbia ha registrato un lieve calo dell’occupazione nel 2025. In un recente parere pubblicato, il Consiglio Fiscale sottolinea che, sulla base delle proiezioni contenute nella Strategia Fiscale, nei prossimi tre anni è prevista una stagnazione dell’occupazione. Ciò non significa automaticamente che aumenteranno la disoccupazione o l’inattività economica. Tuttavia, si tratta di un segnale importante che l’attuale modello di crescita economica della Serbia – fondato in larga misura su un’abbondante disponibilità di manodopera a basso costo, oggi non più presente – ha raggiunto i suoi limiti naturali.
Questo fenomeno è già evidente nella pratica. Diverse aziende straniere operanti in settori a basso valore aggiunto hanno chiuso i propri stabilimenti in Serbia negli ultimi anni. La Serbia ha cessato di essere una destinazione a basso costo per queste imprese, poiché i costi del lavoro sono aumentati. Di conseguenza, il Paese si trova ad affrontare la sfida di trasformare la struttura della propria economia, passando dai settori tradizionali a comparti più avanzati.
«L’uscita di queste aziende (vale a dire quelle che operano in attività a basso valore aggiunto) non rappresenta di per sé un grande problema. In una certa misura, è una conseguenza naturale del progresso economico. Alcune di queste fabbriche si stanno trasferendo in Paesi più economici della Serbia, cosa prevedibile fin dal loro arrivo. Il vero problema non è che i posti di lavoro a bassa produttività stiano scomparendo, ma che non abbiamo ancora nulla con cui sostituirli», ha dichiarato Danko Brčerević, capo economista del Consiglio Fiscale della Serbia.
L’occupazione non crescerà più
La crescita dell’occupazione, che negli ultimi anni ha contribuito in modo significativo all’espansione economica della Serbia, si è sostanzialmente arrestata, secondo il parere del Consiglio Fiscale, organismo statale indipendente che analizza e formula valutazioni sulle politiche fiscali adottate dal Governo.
Recentemente il Consiglio ha pubblicato il proprio parere sulla bozza della Strategia Fiscale del Governo della Serbia per il 2027, comprensiva delle proiezioni per il 2028 e il 2029. Il Consiglio osserva che i cambiamenti nel mercato del lavoro sono riconosciuti dalla stessa Strategia governativa. Ad esempio, le proiezioni della crescita potenziale del PIL mostrano che nei prossimi anni non si prevede più che la crescita dell’occupazione contribuisca all’espansione economica.
Tuttavia, sebbene il Governo riconosca questo cambiamento, non fornisce un’analisi delle sue cause, delle possibili conseguenze né delle adeguate risposte di politica economica.
Cosa mostrano le statistiche
Secondo l’Indagine sulle Forze di Lavoro (LFS), il numero degli occupati in Serbia è diminuito di circa l’1% nel 2025, mentre i dati sull’occupazione registrata indicano una riduzione di circa lo 0,2%.
L’indagine ha inoltre rilevato un lieve aumento del tasso di disoccupazione, passato dall’8,6% all’8,7%.
L’attuale modello di crescita ha raggiunto i suoi limiti
Commentando questi sviluppi, Danko Brčerević ha spiegato che i cambiamenti non sono drammatici, ma rappresentano un importante segnale del fatto che l’attuale modello di crescita economica della Serbia ha raggiunto i propri limiti naturali.
«Nel corso dell’ultimo decennio, la crescita economica della Serbia si è basata su un forte incremento degli investimenti pubblici in capitale, combinato con consistenti investimenti diretti esteri indirizzati principalmente verso settori tradizionali come l’estrazione mineraria e l’industria manifatturiera ad alta intensità di lavoro. Questo approccio ha inizialmente prodotto risultati perché il Paese aveva un’elevata disoccupazione e salari relativamente bassi», ha affermato Brčerević.
Secondo lui, l’aumento degli investimenti, unito all’utilizzo di forza lavoro precedentemente inutilizzata, ha consentito alla Serbia di crescere leggermente più rapidamente rispetto ai Paesi vicini tra il 2018 e il 2024.
Tuttavia, egli sottolinea che la risorsa chiave su cui si fondava il successo iniziale di questo modello è ormai in gran parte esaurita.
«Secondo le stime dell’Istituto di Statistica, la popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni è diminuita di ben 540.000 persone negli ultimi dieci anni, pari al 12,5%, a causa di tendenze demografiche sfavorevoli. Allo stesso tempo, l’emigrazione della popolazione in età lavorativa verso i Paesi dell’Unione Europea è rimasta elevata. La Serbia non è più il Paese a bassi salari che era dieci anni fa.»
I salari sono cresciuti più rapidamente della produttività
Nel suo parere sulla bozza della Strategia Fiscale, il Consiglio Fiscale afferma che, oltre agli sviluppi demografici sfavorevoli, una delle cause più probabili dei cambiamenti in atto è che da anni i salari crescono più rapidamente della produttività. Anche i significativi aumenti amministrativi del salario minimo hanno contribuito in misura rilevante.
«Le conseguenze di queste tendenze sono visibili nella perdita di competitività dei settori a basso valore aggiunto e nel ritiro di alcuni investitori stranieri», afferma il Consiglio.
Brčerević spiega che circa dieci anni fa, a parità di produzione, un lavoratore in Serbia costava ai datori di lavoro circa il 15% in meno rispetto a un lavoratore nei Paesi dell’Europa centrale e orientale.
«A differenza di quei Paesi, la Serbia aveva allora un’elevata disoccupazione, per cui le persone erano disposte a lavorare per salari relativamente bassi. Proprio questa forza lavoro economica e disponibile era uno dei principali punti di forza del Paese nell’attrarre investimenti.»
Nel frattempo, osserva, il mercato del lavoro si è irrigidito: l’occupazione è aumentata mentre la popolazione in età lavorativa ha continuato a diminuire. Di conseguenza, i datori di lavoro hanno dovuto offrire salari più elevati e migliori condizioni di lavoro, inducendo molti lavoratori a passare dall’economia informale a quella formale.
«La rapida crescita dei salari è stata temporaneamente sostenibile dal punto di vista economico e non ha compromesso la competitività perché i livelli salariali iniziali erano oggettivamente bassi. Tuttavia, la nostra analisi mostra che questo margine di manovra è ormai quasi esaurito. I costi del lavoro in Serbia, rapportati alla produzione, si sono praticamente allineati a quelli dei Paesi comparabili.»
Brčerević ritiene che il problema fondamentale sia che la Serbia abbia smesso di essere una destinazione particolarmente economica senza diventare significativamente più avanzata dal punto di vista tecnologico.
«Questa situazione corrisponde a ciò che gli economisti definiscono la trappola del reddito medio. Uscirne sarà la principale sfida economica della Serbia nel prossimo decennio.»
Le fabbriche si trasferiscono verso destinazioni più economiche
Le aziende straniere sono arrivate in Serbia sulla base di un calcolo semplice: manodopera disponibile e a basso costo, energia relativamente economica, generosi sussidi statali e basso rischio, spiega Brčerević.
«Con la scadenza dei periodi di incentivazione e l’aumento dei costi del lavoro e dell’energia, alcune aziende non hanno più una ragione economica per restare. Le imprese che generano un basso valore aggiunto sono particolarmente vulnerabili perché dispongono di minori margini per assorbire l’aumento dei costi del lavoro.»
Secondo lui, questo è esattamente ciò che sta accadendo oggi in Serbia, soprattutto nel sud del Paese, dove i salari sono più bassi.
Brčerević cita la chiusura di Benetton a Niš e dello stabilimento Leoni nella vicina Malošište, che impiegava quasi 1.900 lavoratori. A Leskovac, l’azienda turca Jeansy ha lasciato il Paese dopo dodici anni di attività e consistenti incentivi statali, mentre a Vranje un caso simile ha riguardato la società danese Kentaur.
Brčerević ritiene molto probabile un ulteriore ritiro di aziende dai settori a basso valore aggiunto.
«Il processo è stato ulteriormente accelerato dagli aumenti amministrativi del salario minimo, particolarmente consistenti negli ultimi anni.»
Sottolinea inoltre che l’uscita di imprese dai settori a basso valore aggiunto non costituisce di per sé un problema.
«In una certa misura, è il risultato del progresso economico, poiché le fabbriche si trasferiscono in Paesi più economici della Serbia. Il vero problema non è che i posti di lavoro a bassa produttività stiano scomparendo, ma che non abbiamo ancora nulla con cui sostituirli.»
I lavoratori poco qualificati stretti in una “forbice”
Brčerević evidenzia anche un’ulteriore sfida che la Serbia dovrà affrontare.
La crescita dell’occupazione nel Paese si sta arrestando con un tasso di disoccupazione intorno all’8,5%, mentre nei Paesi dell’Europa centrale e orientale ciò è avvenuto soltanto quando la disoccupazione era scesa a circa il 4%.
«In altre parole, quei Paesi hanno raggiunto i limiti del proprio mercato del lavoro in condizioni di quasi piena occupazione, mentre noi vi siamo arrivati con un numero significativo di persone ancora senza lavoro.»
Secondo lui, ciò indica che i lavoratori poco qualificati sono intrappolati in una sorta di “effetto forbice”.
«Da un lato, sono diventati troppo costosi per lavori semplici e poco retribuiti. Dall’altro, non possiedono le qualifiche necessarie per occupazioni più complesse e meglio remunerate.»
A suo avviso, questo assegna allo Stato un compito ben preciso.
«Nel breve termine sono necessarie misure attive per il mercato del lavoro, soprattutto programmi di riqualificazione professionale, con particolare attenzione ai gruppi emarginati. Nel medio termine sono necessarie anche riforme della protezione sociale e forse una politica fiscale leggermente più progressiva.»
Una forza lavoro solo “parzialmente” preparata per i settori ad alta intensità tecnologica
Brčerević afferma che l’attuale struttura della forza lavoro serba è solo «parzialmente» adattata ai settori più intensivi dal punto di vista tecnologico e sottolinea che la qualità dell’istruzione è fondamentale.
«La Serbia non è molto indietro in termini di anni di istruzione. Gli anni di scolarizzazione attesi sono 13,3 in Serbia contro 13,6 nell’UE sviluppata. Tuttavia, se si corregge questo dato in base alle competenze effettivamente acquisite, si scende a meno di dieci anni.»
Egli osserva che la Serbia figura tra i peggiori Paesi in questo ambito, insieme a Bulgaria e Romania.
«La stessa conclusione emerge dalle valutazioni internazionali PISA, dove i nostri quindicenni sono indietro sia rispetto alla media dell’UE sia rispetto ai Paesi vicini», afferma Brčerević, aggiungendo che è estremamente pericoloso che lo Stato comprometta la qualità dell’istruzione proprio nei suoi segmenti migliori, quelli che formano il personale destinato alle professioni più importanti per il futuro della Serbia.
La stagnazione non significa necessariamente un aumento della disoccupazione
Brčerević sottolinea inoltre che una stagnazione dell’occupazione non implica necessariamente un aumento della disoccupazione o dell’inattività.
Allo stesso tempo, il numero di persone in grado di lavorare sta diminuendo a causa delle tendenze demografiche e dell’emigrazione.
«Bisognerà vedere quale di queste forze finirà per prevalere.»
Secondo lui, nei prossimi anni potrebbe verificarsi una situazione apparentemente paradossale:
«Stagnazione o lieve calo dell’occupazione accompagnati da un tasso di disoccupazione stabile, o persino leggermente inferiore. Questo fenomeno si osserva già in alcuni Paesi dell’Europa centrale e orientale che affrontano problemi demografici simili a quelli della Serbia.»
Il Governo riconosce i cambiamenti ma non li analizza
Brčerević sostiene che il Governo serbo riconosca implicitamente, nella propria Strategia Fiscale, che qualcosa di importante è cambiato nel mercato del lavoro.
«Ma l’analisi si ferma qui, senza esaminare le cause, le possibili conseguenze o le risposte adeguate di politica economica, e questo non è positivo.»
A suo giudizio, la conseguenza più importante di questa tendenza potrebbe essere un evidente rallentamento della crescita economica, che si è basata in larga misura su manodopera economica e facilmente reperibile, una risorsa che oggi non esiste più.
È necessario un cambiamento della struttura economica
Brčerević vede la soluzione nella ristrutturazione dell’economia, attraverso un graduale passaggio dai settori tradizionali a quelli più avanzati, capaci di generare maggiore valore per lavoratore. Tuttavia, sottolinea che non si tratta di un obiettivo facile da raggiungere.
«Il progresso tecnologico è guidato da un settore privato libero e innovativo che opera in un ambiente favorevole al suo sviluppo. Gli elementi chiave di questo ambiente sono ben noti: certezza del diritto e giustizia efficiente, bassi livelli di corruzione, condizioni imprenditoriali prevedibili, concorrenza leale e un sistema educativo di alta qualità in grado di fornire lavoratori qualificati.»
Tuttavia, a suo avviso, sono proprio questi gli ambiti nei quali la Serbia mostra da anni gravi debolezze.
«Per questo motivo, la questione della crescita della produttività non può essere ridotta semplicemente a una tecnologia migliore: al centro vi è la qualità delle istituzioni del Paese.»
Cosa afferma il Governo nella Strategia Fiscale?
Una parte della Strategia Fiscale pubblicata dal Governo della Serbia il 4 giugno è dedicata al mercato del lavoro.
Nel presentare i dati statistici relativi all’anno precedente, il Governo afferma che, sebbene i principali indicatori del mercato del lavoro siano rimasti relativamente favorevoli rispetto agli anni precedenti, gli sviluppi recenti indicano un rallentamento del ritmo di creazione dei posti di lavoro.
«La quota dei disoccupati di lunga durata sul totale della disoccupazione continua a diminuire gradualmente. Tuttavia, persistono difficoltà nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, soprattutto in un contesto di graduali cambiamenti nella struttura della domanda di manodopera», si legge nella Strategia.
Secondo il documento, il Governo prevede una graduale stabilizzazione delle dinamiche del mercato del lavoro nei prossimi anni.
Si afferma inoltre che particolare attenzione sarà dedicata all’ulteriore miglioramento del sistema educativo, compresa l’espansione dell’istruzione duale e dei programmi di riqualificazione, l’aumento dell’occupabilità dei giovani e il sostegno alle categorie che incontrano maggiori difficoltà nell’accesso al lavoro.
Allo stesso tempo, le politiche attive del lavoro saranno rivolte anche ai settori in fase di adattamento, in particolare ai comparti manifatturieri ad alta intensità di lavoro.
In una prospettiva di medio termine, l’andamento del mercato del lavoro dipenderà principalmente dalla crescita della produttività e dalla capacità dell’economia di adattare la struttura della propria forza lavoro alle esigenze di settori più produttivi e tecnologicamente avanzati.
Anche all’inizio dell’anno l’occupazione è diminuita
Il Governo ha inoltre fatto riferimento ai dati occupazionali relativi all’inizio del 2026. Citando i dati CROSO, la Strategia Fiscale afferma che l’occupazione media tra gennaio e marzo è stata pari a 2,312 milioni di persone, lo 0,2% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025.
«La diminuzione dell’occupazione è stata determinata da livelli inferiori di attività in alcuni settori manifatturieri ad alta intensità di lavoro, in particolare nell’industria dell’abbigliamento e della pelle, nella produzione di apparecchiature elettriche e di prodotti metallici. Si è inoltre registrata una riduzione dell’occupazione nel settore del commercio al dettaglio», afferma la Strategia.
Tuttavia, il Governo ritiene che queste tendenze negative siano state in parte compensate dalla crescita dell’occupazione nei servizi.
«Il contributo maggiore è provenuto dal settore dell’informazione e delle comunicazioni, dai servizi amministrativi e professionali, dalle attività di alloggio e dai servizi di assistenza sociale.»
Secondo la Strategia Fiscale, questi sviluppi indicano una graduale trasformazione della struttura del mercato del lavoro serbo.
(Forbes Serbia, 16.06.2026)



