La politica estera serba, così come praticamente tutto il resto, è guidata da un solo uomo: Aleksandar Vučić, Presidente della Serbia. Il Governo serbo è soltanto uno spettatore muto degli accordi diplomatici e degli arrangiamenti economici con singoli Paesi, ed è proprio questo il motivo per cui tale politica è segnata da improvvisazioni e dall’agenda personale del presidente.
A ciò va aggiunto il fatto che anche gli eventi geopolitici vengono osservati dalla prospettiva di un solo individuo, e che su tale base vengono modellate le successive mosse della Serbia sul piano della politica estera. In pratica, questo significa che Aleksandar Vučić valuta gli eventi globali secondo parametri noti solo a lui, cercando di presentarsi all’opinione pubblica come un uomo dotato di una sorta di sfera di cristallo, un “profeta televisivo” che annuncia quando e dove scoppierà una guerra, chi si prepara a compiere determinate mosse e chi sarà contro chi e con chi.
A illustrazione della totale assenza di un’analisi collettiva può servire anche il recente avvertimento di Vučić ai suoi collaboratori in Serbia, durante una visita all’estero, di non commentare nulla in materia di politica estera fino al suo ritorno, per evitare di dire qualcosa di sbagliato e compromettere le sue visioni di politica estera.
Jakšić: le ambizioni megalomani di Vučić
Se dunque un solo uomo si occupa della diplomazia serba a livello globale, non sorprende che il commentatore di politica estera Boško Jakšić valuti i risultati della politica estera serba come un fallimento: “Aleksandar Vučić continua a perseguire la politica delle quattro sedie della politica estera, che nel frattempo si sono notevolmente incrinate, soprattutto dopo la guerra in Ucraina. Non c’è più spazio per quattro sedie, ma Vučić, nella sua ambizione megalomane, pensa di essere un grande attore globale, il che ha finito per portare la Serbia a non avere alcun alleato affidabile né a Est né a Ovest“, afferma Jakšić a DW.
Beširi: benefici economici modesti
La Serbia non ha alcuna strategia di politica estera, afferma a DW Naim Leo Beširi, direttore dell’Istituto per gli affari europei, aggiungendo che non si tratta di un caso: “Se non si ha una strategia, significa che non ci si basa su fatti solidi, che indicano come l’Unione europea dovrebbe essere il pilastro fondamentale della politica estera. Questo lascia spazio ad Aleksandar Vučić, che in tal senso non è affatto limitato dal governo serbo, di ottenere sul piano internazionale, con giochi di equilibrio, solo ciò che gli conviene personalmente, così come alle persone intorno a lui che si arricchiscono enormemente. La politica estera viene così plasmata dalla corruzione e dal profitto personale, e non dal miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini serbi“, valuta Beširi per DW.
È indubbio che negli ultimi mesi il governo stia conducendo un’intensa campagna di politica estera, ma anche questa è avvolta da un velo di mistero. Oltre al presidente Vučić, nella campagna si è in parte coinvolto anche il Ministero degli Affari Esteri e, come di consueto, al di là delle formule sul partenariato strategico e di vaghe iniziative economiche, resta poco chiaro se siano stati conclusi accordi importanti o se si siano cercati alleati per contrastare una cosiddetta “rivoluzione colorata”. Si direbbe che la Serbia sia pronta a collaborare con tutti, tranne che con i Paesi dell’Unione europea, alla cui adesione dichiara comunque di aspirare.
L’epilogo di tutto ciò sono modesti benefici economici per la Serbia, sottolinea Naim Leo Beširi: “nella maggior parte dei casi si tratta o della vendita di armi o dell’offerta di alcune risorse serbe. Se si segue la propaganda delle autorità, si nota un numero incredibile di partner strategici della Serbia. Il fatto che la Serbia non abbia aperto capitoli importanti con l’UE dimostra che nessuno si fida di essa e che non viene percepita come un partner affidabile. Quando i rapporti con l’UE si irrigidiscono, Vučić cerca immediatamente sostegno a Pechino, e in quei momenti l’UE fa alcune concessioni al regime, il che, a mio avviso, non è un buon approccio da parte dell’UE“, ritiene Beširi.
Jakšić: cosa dovrebbe capire Bruxelles
L’Unione europea mostra un livello eccessivo di tolleranza nei confronti di Aleksandar Vučić, sottolinea Boško Jakšić, poiché, a suo dire, “in Serbia viene rappresentata come il centro di una cospirazione contro il Paese, come sostenitrice di una rivoluzione colorata o come un progetto fallito. In questo rapporto Vučić ritorna alle sue radici radicali, e la spiegazione è semplice: non ha mai parlato dei valori della democrazia liberale su cui si fonda l’UE. Questo non lo ha mai interessato, e qualcuno a Bruxelles dovrebbe capirlo“, osserva Jakšić.
Le rotte diplomatiche nell’attuale campagna di politica estera della Serbia mostrano che si tratta per lo più di Paesi che non possono vantare una democrazia esemplare. Aleksandar Vučić ha così dedicato grande attenzione ai rapporti con l’Azerbaigian, è volato negli Emirati Arabi Uniti nel pieno delle tensioni con l’Iran, ha proclamato la Serbia il più grande amico dell’Africa in Europa, mentre nel Regno Unito compaiono anche articoli che elogiano la sua “saggia” politica estera. Anche in Serbia, il gioco di Vučić su più fronti viene percepito dai suoi sostenitori come una strategia di politica estera geniale.
Beširi: “È speculazione bellica”
“Chi si somiglia si piglia“, commenta Naim Leo Beširi, aggiungendo che “proprio per questo Vučić cerca i suoi partner tra regimi autocratici. Non è stato visto di recente in Paesi in cui esiste lo Stato di diritto, e quando vi compare, lo fa di fatto “comprando” la propria presenza attraverso accordi svantaggiosi per la Serbia, come ad esempio in Francia. Allo stesso modo, in tempi di conflitti armati, vende armi a Israele o all’Ucraina. Questa è la strategia di chi cerca un tornaconto personale: è speculazione bellica, qualcosa che Vučić faceva già negli anni Novanta e che fa anche oggi. Molti non chiuderanno gli occhi su questo, e a pagarne il prezzo saranno i cittadini della Serbia“, avverte il direttore dell’Istituto per gli affari europei.
La lista degli alleati di Vučić è composta da autocrati, populisti, nazionalisti e despoti, osserva Boško Jakšić. Lui aggiunge inoltre che “il conflitto con l’Iran ha posto Vučić in un’altra posizione scomoda, perché molta energia è stata investita nei rapporti con Israele e gli Stati Uniti, che subiscono critiche anche dai loro alleati. Non credo che si possa influenzare Trump attraverso Israele, perché Trump predilige i contatti personali. Vučić parla di un rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti, ma è personalmente responsabile del loro deterioramento. Ora si trova nella posizione di restare in attesa che qualcuno a Bruxelles, Washington o Mosca si decida a migliorare i rapporti con la Serbia che lui stesso ha compromesso“, conclude Boško Jakšić per DW.
(DW, 25.03.2026)
https://www.dw.com/sr/spoljna-politika-srbije-bez-jasne-strategije/a-76530754
