Perché le aziende straniere riducono gli investimenti in Serbia

A giudicare dalle tendenze dei primi tre trimestri, gli investimenti diretti esteri in Serbia lo scorso anno si sono quasi dimezzati: nei primi nove mesi, l’afflusso lordo ha raggiunto circa 2,5 miliardi di euro, rispetto ai 3,8 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente e ai record di 5,2 miliardi registrati nell’intero 2024. La mancanza di investimenti non può essere compensata nemmeno dalle rimesse dalla diaspora, che in questo periodo sono aumentate del 4,5% raggiungendo i 4,3 miliardi di euro.

Questi soldi, nonostante una parte leggermente maggiore sia stata destinata al settore immobiliare e relativamente poco all’imprenditorialità, vanno ancora prevalentemente al consumo. Inoltre, le probabilità che i dati annuali completi mostrino cambiamenti significativi sono basse.

Il governo ha attribuito questa diminuzione degli investimenti a fattori globali e all’instabilità politica interna, facendo riferimento alle proteste studentesche e civili, ma le aziende straniere che operano in Serbia indicano una serie di altri motivi che “ricadono anche sulla responsabilità dello Stato”.

La situazione è evidenziata anche dalle cause annunciate contro la Serbia. La catena olandese-belga Ahold Delhaize ha dichiarato di voler ricorrere all’arbitrato presso l’International Centre for Settlement of Investment Disputes (ICSID) di Washington. L’azienda, che gestisce il più grande sistema di vendita al dettaglio in Serbia, comprendente i negozi Maxi e Shop&Go, avvia la procedura arbitrale a causa del limite massimo di margine al 20% per tre quarti dell’assortimento, introdotto dal governo serbo lo scorso settembre con validità fino a febbraio di quest’anno. L’esito non è prevedibile al momento, ma considerando come sono stati gestiti finora i contenziosi internazionali, ci sono motivi di preoccupazione.

Piccole e grandi

Che le aziende straniere stiano ripensando agli investimenti in Serbia emerge anche dall’indagine Demostat, condotta all’inizio di dicembre dello scorso anno e a fine gennaio, intervistando 200 aziende con campionamento casuale da un elenco di 800 investimenti esteri registrati nella banca dati NALED a partire dal 2000. Tra i rispondenti, 148 erano aziende a capitale straniero e 52 a capitale misto; la classificazione per dimensione (grande, media, piccola e micro), regione e settore riflette la struttura delle imprese nel Paese.

Alla domanda su come valutano il clima d’investimento in Serbia, il doppio delle aziende, il 39%, lo considera “scarso” o “molto scarso”, rispetto al 17% che lo giudica “buono”. Solo l’1% ritiene il contesto “molto buono”, mentre il 43% ha scelto la valutazione “neutrale”.

Questo ambiente colpisce maggiormente le piccole e micro imprese: nella categoria, il 46,2% ha valutato la situazione come “molto scarsa”, mentre il 23,1% ha risposto “scarsa”. Ma neanche le grandi imprese se la passano molto meglio: il 38,5% le considera “molto scarse” e il 34,6% “scarse”. La valutazione “neutrale” riguarda oltre la metà delle medie imprese, più di un terzo delle grandi e circa il 14% delle piccole. Per “buono” si sono espresse il 47% delle medie, il 35,3% delle grandi e il 17,6% delle piccole e micro imprese; la quota di “molto buono” è a livello di errore statistico, appena lo 0,5%.

Per settore, dato che il sondaggio è stato condotto a dicembre, durante l’efficacia del regolamento che limitava i margini nei grandi supermercati, non sorprende che la maggior parte delle risposte negative provenga dal commercio: il 46,2% del settore ha dato valutazioni “molto scarse”. Seguono i servizi con il 30,8%, l’industria con il 15,4% e l’energia con il 7,7%. Nelle aziende che hanno giudicato il clima “scarso”, il 50% appartiene al settore manifatturiero, il 23,1% al commercio, l’11,5% ai servizi, il 7,7% all’IT e il 3,8% ciascuno a energia e estrazione mineraria. Come “neutrale” è stato indicato dal 62,8% delle aziende manifatturiere, dal 16,3% dei servizi, dal 14% del commercio e dal 2,3% di IT, finanza e costruzioni. Tra chi ha giudicato il clima “buono” vi sono il 70,6% delle aziende manifatturiere, l’11,8% del commercio e il 5,9% dei servizi, della finanza e dell’industria automobilistica.

Cosa manca

I risultati diventano ancora più allarmanti se si confrontano le valutazioni delle aziende rispetto agli ultimi due-tre anni. Tra quelle che in passato avevano giudicato l’ambiente “molto scarso”, il 69,2% considera il clima di quest’anno “significativamente peggiore”, il 23,1% “leggermente peggiore” e solo il 7,7% “pressappoco invariato”. Tra le aziende che avevano valutato il contesto come “scarso”, il 30,8% ritiene la situazione “significativamente peggiorata”, altrettante la considerano “pressappoco invariata” e il 34,6% “leggermente peggiorata”. Tra le aziende neutre, il 39,5% segnala un peggioramento “significativo o leggero”, il 37,2% lo considera “pressappoco invariato”, mentre solo il 20,9% ritiene il clima “leggermente o significativamente migliore”. Tra chi aveva valutato il clima come “buono”, il 58,8% lo considera “pressappoco invariato o leggermente migliore”, l’11,8% “significativamente migliore” e il 29,4% “significativamente o leggermente peggiorato”.

Per la prima volta, alla domanda “Quali sono i principali ostacoli agli investimenti in Serbia?”, in cima alle risposte si trovano l’incertezza politica e la corruzione. Queste due opzioni (in un questionario con possibilità di scelta multipla) dominano tra le aziende che hanno giudicato il clima “molto scarso”: il 69,2% le ha indicate come ostacolo principale, seguite da “incertezza macroeconomica”, “carenza di manodopera”, tassazione, burocrazia, scarsa comunicazione con le amministrazioni locali… Nelle aziende che hanno indicato un clima “scarso”, domina “incertezza macroeconomica” (61,5%), seguita da incertezza politica, carenza di manodopera, corruzione, pressione fiscale… Alla Serbia viene inoltre imputata l’applicazione selettiva delle leggi e l’ingresso sul mercato di prodotti esenti da dazi, creando concorrenza sleale.

Le aziende che hanno valutato il clima come “neutrale” sono maggiormente preoccupate dall’incertezza politica; quelle che lo hanno giudicato “buono” temono sia l’incertezza politica sia la carenza di manodopera, mentre più in basso, ma comunque rilevante, sono preoccupate di tassazione e corruzione.

Infine, dai risultati dell’indagine Demostat emerge che non ci si deve aspettare grandi investimenti da parte delle aziende a capitale straniero o misto: il 10% dei rappresentanti dichiara che ridurrà gli investimenti nei prossimi tre anni, mentre metà delle aziende manterrà il livello attuale. Un incremento moderato è atteso da meno di un terzo delle aziende, e solo il 6% prevede un aumento significativo.

(Biznis i Finansije, 11.02.2026)
https://bif.rs/2026/02/zasto-strane-kompanije-smanjuju-investicije-u-srbiji/

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