Per la Serbia la pandemia è diventata una grande opportunità geopolitica

Per le strade e nei locali di Belgrado prevale l’incredulità. Il cameriere di un ristorante in via Svetogorska mi chiede: “Possibile che questa volta siamo stati più capaci del resto d’Europa?” Eppure, i più recenti dati di Bloomberg sembrano inoppugnabili: la Serbia al 26 febbraio aveva somministrato 20 dosi di vaccino anti Covid19 ogni 100 abitanti, di cui al 12,4% della popolazione almeno una dose e con il 7,1% già completamente vaccinato. Al contrario, l’Italia e la Germania registrano solo il 2,3% della popolazione pienamente vaccinata. L’Inghilterra, che pure ha somministrato 29 dosi di vaccino ogni 100 abitanti, a seguito della scelta di distribuire almeno una dose a più persone possibile , vanta solo l’1% della popolazione pienamente coperta. Nemmeno gli Stati Uniti, pur con 29 dosi ogni 100 abitanti e oltre 45 milioni di dosi somministrate, raggiungono i dati della Serbia: la percentuale dei cittadini a stelle e striscie completamente protetto grazie ai vaccini si ferma al 6.5%.

Il cameriere, che credeva che anche questa calamità dovesse essere affrontata dai serbi con la solita resilienza allenata negli ultimi trent’anni da guerre e crisi economiche, insomma tirando la cinghia e con l’usuale auspicio-invocazione “biće bolje” (= andrà meglio), inizia a manifestare una punta di orgoglio: “In effetti abbiamo quattro vaccini: Pfizer, Astra Zeneca, Sputnik V e il cinese. Perché l’Europa ha rifiutato i vaccini russi e cinesi per ritrovarsi in tali difficoltà?” Questioni politiche, discorso lungo. Beviamoci un caffè.

Indubbiamente, il successo attuale della vaccinazione in Serbia è anche, se non soprattutto, un fatto politico.

La diplomazia dei vaccini

Il 10 dicembre 2020 la dichiarazione del primo ministro Brnabic sembrava una resa al fatalismo: “Ieri ho avuto un incontro con una società farmaceutica e mi hanno detto che potremo ricevere i vaccini nell’ultimo trimestre del 2021 perché tutte le scorte sono già state vendute”. Negli stessi giorni il ministro della sanità Loncar si mostrava più fiducioso e parlava di prime vaccinazioni significative non prima di aprile.

Da quel momento qualcosa è cambiato. E’ scattata un’offensiva diplomatica e commerciale che ha reindirizzato le previsioni in pochi giorni. Il 22 dicembre sono arrivate nel paese le prime 4.875 dosi di vaccino Pfizer-BioNTech, seguite a gennaio da un contingente di 360.000 dosi.

Il 5 gennaio è iniziata la vaccinazione con il vaccino russo Sputnik V con le prime 2.400 dosi, seguite poi nelle settimane successive da circa 200.000 dosi a oggi. Il 10 gennaio è atterrato a Belgrado il primo mezzo milione di vaccini Sinopharm, la stessa quantità il 17 gennaio e ancora il 10 febbraio per un totale di un milione e mezzo di dosi. A febbraio le consegne sono state costanti da tutti i produttori: il 15 febbraio 40.950 dosi Pfizer-BioNTech, il 19 sono atterrati a Belgrado 150.000 vaccini Astra Zeneca e nei giorni seguenti altri lotti di vaccini Sputnik V (50.000 dosi), Pfizer (46.800 dosi), mentre sono già garantite per il secondo trimestre 1,2 milioni di dosi Pfizer-BioNTech. In totale quasi due milioni e mezzo di dosi sono arrivate in un paese con meno di 7 milioni di abitanti in meno di due mesi, tra fine dicembre 2020 e fine febbraio 2021: un successo diplomatico e organizzativo indiscutibile. La Brnabic ha commentato ha sintetizzato il messaggio del governo alla popolazione: “Se avessimo aspettato l’Unione europea, noi che non ne facciamo parte, saremmo stati gli ultimi”.

Panoramica del centro vaccinazioni allestito alla fiera di Belgrado.

Ci sono tre fattori dietro questi numeri: una strategia diplomatica multilaterale coltivata da decenni, i rapporti personali a livello internazionale del presidente Vucic, il livello di digitalizzazione del paese che ha consentito di gestire senza problemi il processo di prenotazione e di somministrazione dei vaccini..

Se l’Unione europea per motivi geopolitici ha deciso di non prendere in considerazione o almeno di rinviare l’uso dei vaccini russi e cinesi, puntando quasi esclusivamente su Pfizer-BioNTech e AstraZeneca, e acquistando quello di Moderna solo il 17 febbraio, la Serbia ha attivato non solo la tradizionale amicizia con Russia e Cina, ma ha aperto un canale di scambio di informazioni e buone pratiche con Israele. Inoltre è stata anche capace di inserirsi nella corsa globale ad accaparrarsi il vaccino Pfizer-BioNTech, arrivando a ottenerne a fine febbraio quasi mezzo milione di dosi. In questo caso conta anche la capacità di arrivare fino ai vertici delle case farmaceutiche. Vucic è stato aiutato di certo dai rapporti che gli Emirati Arabi Uniti hanno con Pfizer, la quale usa gli aerei della Emirates per la distribuzione globale del suo vaccino.

Infine la digitalizzazione, su cui ha decisamente puntato il paese negli ultimi anni, ha consentito di gestire con relativa semplicità e senza intoppi un processo centralizzato di registrazione e di prenotazione delle somministrazioni, gestendo la logistica di prodotti vaccinali con modalità di conservazione e vita utile molto complessi e differenziati. Ogni vaccino viene etichettato digitalmente così da sapere quando, dove e da chi verrà fruito: tutti dati, molto utili per i futuri studi epidemiologici, che vengono conservati nel nuovo data center nazionale di Kragujevac.

Quanto costano i vaccini al paese?

Il governo serbo non ha mai rilasciato dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, sulla base dei prezzi dichiarati dalle case farmaceutiche e in base ai quantitativi di vaccini finora consegnati in Serbia, si può stimare un costo per le casse statali non inferiore ai 60 milioni di dollari, di cui quattro quinti dovrebbero essere stati assorbiti dall’esoso vaccino Sinopharm, venduto allo Stato cinese (che controlla la stessa casa farmaceutica) a 30,75 dollari a trattamento, ma proposto sul mercato globale a 144 dollari per prima iniezione e richiamo.

Secondo queste stime, inevitabilmente approssimative, per immunizzare almeno il 70% della popolazione sopra i 14 anni, la Serbia dovrebbe investire non meno di 600 milioni di euro.

Non potendo contare sui fondi della Next Generation Eu, questo sforzo può basarsi solo sul limitato budget statale e sulla benevolenza di paesi amici come Russia e Cina per quanto riguarda eventuali dilazioni nei pagamenti, assieme ad altre forme di aiuto finanziario da parte di paesi amici come Abu Dhabi. Se si considera che la legge di bilancio della Repubblica di Serbia per il 2020 aveva stanziato per tutti i servizi sanitari statali appena 277,81 milioni di euro (circa 40 euro per ogni cittadino del paese, a fronte dei circa 1.900 euro per ogni cittadino italiano), si riesce a comprendere l’enormità dello sforzo che intende fare la Serbia per uscire rapidamente dalla pandemia. E questi dati non tengono conto gli investimenti nelle cliniche Covid di Batajnica e Krusevac, i due incrementi degli stipendi del personale medico statale ad aprile e dicembre 2020, gli acquisti dei dispositivi di protezione.

Per contribuire a finanziare questi investimenti, il paese non ha mai del tutto chiuso se non qualche fine settimana nella primavera 2020, lasciando che oggi tutto funzioni più o meno come prima almeno fino alle otto di sera, con un impatto positivo sulla qualità della vita dei cittadini. Dopo il round di aiuti alle imprese tra aprile e settembre 2020, le casse dello stato serbo erano quasi esauste e un lockdown rischiava di far saltare il pagamento di pensioni e stipendi pubblici. Per quanto ridotta, l’attività economica ha consentito di contenere il calo del PIL e dunque anche il calo delle entrate statali. Dal primo febbraio 2021 le imprese stanno inoltre restituendo in 24 rate la dilazione di tasse e contributi sui salari pagati tra aprile e giugno 2020, con le previsioni economiche che assestano il calo all’1,4% nel 2020 e prevedono una crescita del PIL compresa tra il 5 e il 6% nel 2021.

Si sa che i paesi che prima usciranno dalla pandemia guadagneranno posizioni nella competizione globale. Ma la Serbia ha un obiettivo strategico in più: rafforzare il suo peso regionale.

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La geopolitica del coronavirus nei Balcani

Eccetto la Serbia, il livello di vaccinazioni nei Balcani è deprimente: in Romania il 3,1% mentre in Croazia solo l’1,4% della popolazione ha completato il processo vaccinale; per Bosnia, Albania, Kosovo e Bulgaria e Macedonia del Nord non sono neanche disponibili dati. In questo quadro la Serbia può permettersi anche di offrire la vaccinazione anche agli stranieri non residenti, che possono prenotarsi liberamente al portale: https://imunizacija.euprava.gov.rs/

Uno dei primi lotti di vaccino Sputnik V accolto a Belgrado dal ministro Nenad Popovic.. FOTO TANJUG/ SAVA RADOVANOVIC/bs

Ha letto che pure Miro Blazevic, l’allenatore della nazionale di calcio croata, è venuto a vaccinarsi in Serbia?” mi ricorda il cameriere, sorridendo. La notizia del flusso di croati che vengono a vaccinarsi in Serbia ha avuto ampio risalto sui media serbi. Ma non è solo propaganda: l’accordo tra l’Istituto russo Gamaleya e l’Istituto serbo Torlak di Belgrado negoziato dal ministro Nenad Popovic dovrebbe consentire una produzione annuale fino a venti milioni di vaccini Sputnik, con la distribuzione di circa i tre quarti della produzione nella regione a partire dal quarto trimestre 2021. Al momento, almeno per tutto il 2021, l’Istituto Torlak sarà l’unico centro produttivo di vaccini contro il Covid-19 in tutta l’Europa sud-orientale, dando alla Serbia un vantaggio e un peso non confrontabile rispetto a tutti i paesi dell’area. In questo caso non solo il paese rafforzerà la capacità di accesso al vaccino per i suoi cittadini e di chiunque voglia farselo somministrare in Serbia, ma fruirà del possesso di un sito produttivo proprio, un’infrastruttura di produzione strategica in un mondo che si prevede sarà sempre più piagato da ondate di nuove pandemie.

Aleksandar Vucic ha così iniziato una diplomazia dei vaccini. Nell’intervista alla televisione croata RTL del 19 febbraio, Vucic ha usato toni estremamente amichevoli e concilianti: “La Croazia è una terra splendida con la quale la Serbia desidera essere concorde”, esaltando il suo ruolo: “Le cose non cadono dal cielo: per avere i vaccini ho scambiato telefonate e otto lettere con il presidente Xi Jin Ping, ho chiesto un supporto a Putin e subito è arrivato un primo carico di 50.000 dosi di Sputnik seguito da un altro da 50.000. Ho negoziato con gli inglesi e arriveranno le dosi Astra Zeneca, ho anche firmato un accordo bilaterale con Pfizer anticipando lo stesso programma della Ue” e comunque tranquillizzando. “Serbia e Croazia hanno un futuro condiviso, e non parlo a livello statale o di schiocchezze simili” e non esimendosi da instillare dubbi:“Non sono deluso dall’Unione europea: non è accaduto niente che non ci aspettassimo”.

Il Covid19 approfondirà lo iato tra Unione europea e Serbia. Non aiutano i pesantissimi rilievi che il comitato Serbia-Ue dell’Europarlamento guidato da Tanja Fajon ha recentemente rimarcato su tutti i ritardi di Belgrado in merito a stato di diritto, libertà dei media diritti dell’opposizione, abusi, corruzione e scandali dei membri del partito al potere. Dal canto suo, la Serbia vede la sua politica estera multilaterale premiata nell’emergenza Covid-19, mentre l’ultimo anno di cancellierato Merkel sarà dedicato a recuperare quello che il supereuropeista Guy Verhofstadt ha definito esplicitamente come il fiasco della Commissione Von der Leiden nell’approvvigionamento dei vaccini. Un fiasco che indebolirà l’Unione economicamente e politicamente negli anni a venire, indebolendola anche nei Balcani. L’uscita di scena di Angela Merkel, le resistenze che incontrerà Macron a imporsi come nuovo leader continentale, l’urgenza di implementare il piano Next Generation Eu porteranno a congelare sine die ogni ipotesi di allargamento. Solo un maggiore impegno americano consentirerebbe ai paesi NATO di poter contrastare l’influenza nell’area di russi, cinesi, turchi ed emiratini. Ma ogni intervento USA porta sempre a un incremento delle tensioni nell’area.

Cerimonia di donazione dei vaccini Pfizer-BiOntech alla Macedonia del Nord.

In questo scenario la Serbia punta ad allargare gli spazi di manovra per realizzare la sua ambizione di incrementare il suo peso relativo regionale, sia nei confronti dei Stati extra-Ue, sia verso coloro che già ne fanno parte. La diplomazia dei vaccini è già iniziata a novembre 2020 con il memorandum tra Serbia, Albania e Macedonia del Nord in merito alla risposta congiunta alla pandemia, l’acquisto dei vaccini, l’interscambio economico e l’accettazione di pazienti albanesi e nordmacedoni negli ospedali serbi. La Serbia ha dato impulso a costanti donazioni di vaccini: 5.000 vaccini Pfizer BiOntech 19 febbraio e altri 3510 il 24 febbraio alla Macedonia del Nord, 2.000 vaccini Sputnik V al Montenegro il 16 febbraio

Si tratta per ora di donazioni simboliche dalla valenza essenzialmente politica, ma cosa reagirà l’Unione europea se l’uso dei vaccini russi o cinesi diventerà preponderante nella regione? A fronte di numeri importanti, e del fatto che già la Grecia sembra propensa a permettere l’ingresso nel suo paese a chi ha scelto i vaccini russi e cinesi, anche la Ue dovrà ripensare i tempi e le modalità dello scontro diplomatico dietro le autorizzazioni di questi vaccini.

Anche il processo di immunizzazione dei paesi balcanici diventerà un fattore di pressione politica sulla Ue.

La sfida della terza ondata

Ma il numero dei malati ospedalizzati e di quelli in terapia intensiva (parametri molto più oggettivi per valutare la gravità della pandemia dei semplici positivi) cresce in Serbia da due settimane. La straordinaria mobilitazione e i buoni risultati nella vaccinazione non saranno sufficienti per evitare le recrudescenze della terza ondata, che oramai, come si vede dai grafici, è già ripartita. 

Andamento dei malati Covid19 in Serbia in terapia intensiva. Fonte: https://covid19.data.gov.rs/

A marzo la Serbia dovrà implementare nuove misure di contenimento per frenare la curva e riuscire nell’impresa di vaccinare almeno un milione di cittadini per arrivare a stabilizzare la pandemia in primavera e schiacciare la curva anche grazie all’estate.

Mantenere o incrementare il vantaggio accumulato finora significherebbe riuscire a diventare l’unica destinazione possibile per chi ha scelto di investire in sud est Europa, significherebbe diventare il riferimento di tutta l’area balcanica nel campo dei vaccini, significherebbe anche un ritorno d’immagine internazionale e di soft power su cui la leadership politica ha già iniziato a puntare. Significherebbe soprattutto poter ascoltare con una certa sufficienza le critiche che continueranno ad arrivare da Bruxelles ricordando all’Ue, in maniera certo strumentale ma non senza fondamento, che nel momento del bisogno altri paesi si son rivelati d’aiuto.

I vaccini sono anche uno strumento di potere e scontro geopolitico ma di certo, fino a due mesi fa, era impensabile una Serbia leader in Europa per numero di vaccinazioni e crescita economica.

Come al solito, il caffè è ottimo. “Da li je bilo sve u redu?” (=E’ stato tutto come si deve?), chiede il cameriere congedandomi, certo ora di poter manifestare il suo orgoglio, con minor timore che, come al solito, esso si riveli illusorio e mal riposto.

Biagio Carrano 

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