In “Paura e libertà” (titolo originale: Strah i Sloboda), l’avvocato, attivista civico, produttore e opinionista Vlatko Sekulović descrive la dialettica tra il sentimento ancestrale della paura e i suoi usi e abusi nella società e nella politica.
In questo testo originale, Vlatko Sekulović offre ai lettori di Serbian Monitor una panoramica del suo libro.
Scrivere un libro su paura e libertà significa, almeno nella mia comprensione, scrivere sulla contraddizione più elementare dell’esistenza umana, ma anche su una delle questioni politiche più concrete del nostro tempo. L’essere umano, infatti, non è solo un soggetto razionale che calcola interessi, vota secondo il beneficio materiale e agisce in base a obiettivi chiaramente definiti. Questa immagine dell’uomo, sebbene utile in alcuni modelli teorici, è insufficiente per comprendere la politica, la società e la storia. L’uomo è anche un essere che ha paura: teme la morte, l’umiliazione, il disordine, la perdita di senso, la scomparsa della comunità a cui appartiene, l’incertezza del domani e spesso, forse in modo più pericoloso di tutto, l’altro essere umano.
È da questa premessa che parte il mio libro Strah i sloboda (Paura e libertà). La sua intenzione di base non è aggiungere un’ulteriore descrizione della realtà serba, montenegrina o post-jugoslava, né ripetere diagnosi politiche già note. L’ambizione è diversa: esaminare i meccanismi psicologici, culturali e politici più profondi attraverso cui la paura diventa una forza sociale, e spiegare perché la libertà non possa essere ridotta solo a diritti costituzionali, elezioni, procedure o garanzie formali. La libertà non è completa se le persone vivono in una paura permanente. In questo senso, la libertà dalla paura non è un’espressione poetica, ma una categoria politica e di sicurezza fondamentale.
A prima vista, ciò può sembrare una psicologizzazione della politica e forse anche una deviazione non necessaria dal linguaggio consueto della scienza politica, del diritto o della storia. Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato sottovalutare l’importanza delle tendenze psicologiche costanti a livello collettivo, come insegna Gaetano Mosca. Le società, come gli individui, creano sistemi di significato per gestire la paura. Creano miti, istituzioni, ideologie, rituali, memorie e identità. Organizzano il tempo, il territorio e l’appartenenza. Definiscono ciò che è sacro, ciò che è pericoloso, chi è “nostro” e chi è “loro”. Di conseguenza, le comunità politiche non vivono solo di costituzioni e leggi, ma anche di narrazioni attraverso le quali i loro membri comprendono sé stessi e il proprio posto nel mondo.
L’idea centrale del libro è che la paura non sia un’eccezione nella vita politica, ma uno dei suoi fondamenti permanenti. La questione, quindi, non è se la paura esista, perché esiste da sempre, ma cosa ne faccia una società. La trasforma in solidarietà, responsabilità e istituzioni capaci di proteggere la dignità umana, oppure la converte in odio, nazionalismo, autoritarismo e aggressione? La paura porta a una maggiore richiesta di libertà o alla rinuncia volontaria alla libertà in cambio dell’illusione di protezione? Questa è, a mio avviso, una delle domande chiave per la Serbia e per l’intera regione.
Nel libro affronto la paura da diversi punti di vista. Prima di tutto come fenomeno esistenziale. L’essere umano sa di essere mortale. Questa consapevolezza produce paura, ma anche il bisogno di significato. La cultura è, tra le altre cose, il tentativo di dare senso alla vita nonostante l’inevitabilità della morte. Le ideologie, politiche o religiose, funzionano spesso come ciò che Otto Rank chiamava ideologie dell’immortalità. Promettono che l’individuo, pur essendo mortale, possa partecipare a qualcosa di più grande e duraturo di sé stesso: la nazione, la chiesa, la rivoluzione, lo Stato, la storia, trascendendo così la morte. Tali costruzioni non sono necessariamente distruttive: possono dare senso, dignità e orientamento. Ma diventano pericolose quando richiedono il sacrificio dell’individuo o quando definiscono altre comunità come minacce esistenziali.
Per questo il nazionalismo occupa un posto importante in Paura e libertà. Non lo considero solo come dottrina o insieme di richieste politiche legate a sovranità, territorio o lingua, ma anche come meccanismo di gestione della paura. Il nazionalismo è potente perché offre all’individuo impaurito un rifugio simbolico: gli dice che non è solo, che appartiene a un corpo collettivo antico e significativo, che la sua fragilità personale è superata dall’eternità della nazione, una promessa di immortalità. Ma qui è importante essere precisi: per nazione non intendo una categoria sociologica neutra, né una comunità definita solo da lingua, storia o cultura. Intendo la nazione sacralizzata, cioè il significato e il valore specifico attribuito al termine “nazione” dal nazionalista. In questa interpretazione, la nazione diventa più di una comunità di persone: diventa un’entità morale superiore, quasi sacra, dotata di un valore maggiore dell’individuo e posta al di sopra del normale disaccordo politico.
Questo processo di sacralizzazione sopprime inevitabilmente l’individuo. Più precisamente, sopprime la natura multicolore e multilivello dell’identità umana. Una persona non è mai una sola cosa. È contemporaneamente genitore o figlio, amico, professionista, cittadino, credente o non credente, lettore, lavoratore, vicino, custode di memorie, paure, desideri e contraddizioni. Il nazionalismo riduce questa complessità a un’unica identità dominante: la persona è prima di tutto e soprattutto serba, croata, americana, russa, palestinese, ebrea o altro. Senza quella identità nazionale viene presentata come quasi nulla; attraverso di essa, invece, diventa tutto. Come membro della nazione sacralizzata, non è più semplicemente un individuo tra individui, ma parte di un corpo collettivo eletto.
Un monumento ai caduti per la liberazione della città durante la Seconda guerra mondiale, la Fiamma Eterna di Sarajevo è diventata un simbolo dell’unità dei diversi popoli della Jugoslavia.Il pericolo risiede proprio in questa trasformazione dell’appartenenza in elezione. Essere “eletti” non significa solo sentirsi speciali, protetti dalla storia o dal destino, ma facilmente diventa superiorità sugli altri. La nazione sacralizzata non pretende solo riconoscimento, ma gerarchia. Non cerca solo dignità, ma tende a negarla agli altri. Da qui possono derivare la giustificazione morale della violenza, la trasformazione della dominazione in sicurezza e la cancellazione della sofferenza altrui. Lo vediamo in diversi contesti storici e politici — da Gaza all’Ucraina, fino alla Jugoslavia degli anni ’90 — quando le identità collettive diventano sacre e l’altro viene trasformato in minaccia esistenziale.
In altre parole, il nazionalismo trasforma l’insicurezza personale nell’illusione di una certezza collettiva. Proprio perché promette protezione e immortalità simbolica, può trasformare le nazioni in gruppi conflittuali e diventare una fonte permanente di violenza. La nazione sacralizzata diventa il valore supremo e tutto ciò che la minaccia viene percepito come pericolo esistenziale. Gli oppositori diventano traditori, le minoranze sospette, i vicini nemici storici. La critica diventa tradimento. La politica non è più spazio di confronto, ma mobilitazione permanente contro nemici. La paura diventa tecnologia politica.
Questo è particolarmente visibile nello spazio post-jugoslavo. La Jugoslavia non era solo una struttura statale, ma per milioni di persone un quadro ontologico dell’esistenza, entro cui identità, sicurezza e futuro erano organizzati. La sua dissoluzione violenta ha prodotto non solo nuovi Stati e confini, ma anche traumi profondi, ancora presenti nel linguaggio politico, nella scuola, nei media e nelle memorie collettive.
Uno degli obiettivi principali del libro è mostrare che i Balcani occidentali non possono essere compresi solo attraverso istituzioni, partiti ed elezioni. Sotto questi livelli esistono varie paure: paura della scomparsa, dell’umiliazione, della dominazione, della violenza, dell’oblio. Gli attori politici lo sanno bene e spesso la paura viene prodotta e indirizzata deliberatamente. Una società impaurita è più facile da governare. Per questo la libertà dalla paura deve diventare un obiettivo democratico centrale. Non basta il diritto di voto se le persone vivono in una società “assediata”, dove il dissenso genera minacce e il futuro è percepito come catastrofe. La sicurezza non può appartenere solo allo Stato o alla nazione: deve riguardare prima di tutto l’individuo.
Una panoramica di un raduno di protesta dell’opposizione contro i brogli elettorali davanti all’edificio del Parlamento jugoslavo nel centro di Belgrado, il 5 ottobre 2000. Le proteste furono un esempio di una popolazione capace di superare la paura della violenza fisica e la propaganda nazionalista.Questo spiega anche perché la libertà dalla paura debba diventare un obiettivo centrale della democrazia. Non basta dire che i cittadini hanno il diritto di voto se vivono in una società “assediata”, in cui il dissenso pubblico genera minacce, in cui le istituzioni non producono fiducia, in cui il futuro viene costantemente presentato come una catastrofe e in cui l’individuo è valorizzato solo come membro di un collettivo. L’essere umano deve essere riportato al centro come soggetto di riferimento della sicurezza. La sicurezza non può appartenere solo allo Stato, al territorio, alla nazione o al cosiddetto “interesse nazionale” astratto. Se l’individuo vive senza dignità, senza fiducia, senza prevedibilità e senza protezione dalla violenza e dall’umiliazione, allora la sicurezza dello Stato diventa un sostituto molto povero della libertà.
Il libro sostiene quindi una concezione più ampia della sicurezza, che include la sicurezza umana e la libertà dalla paura. Non si tratta di una posizione ingenua o sentimentale. Al contrario, è una posizione realistica. Una società in cui le persone non si fidano delle istituzioni, in cui hanno paura gli uni degli altri, in cui i giovani non vedono un futuro e in cui la vita pubblica è costantemente avvelenata da narrazioni di minaccia, non può essere stabile in senso profondo. Può apparire stabile perché lo Stato è forte, perché il potere è centralizzato o perché il conflitto è temporaneamente represso. Ma una tale stabilità è fragile. Si basa sulla pressione, non sulla fiducia.
Per questo la migrazione viene trattata nel libro anche come qualcosa di più di un fenomeno economico. Le persone non lasciano il proprio Paese solo perché gli stipendi sono più alti altrove, anche se questo è ovviamente importante. Partono anche alla ricerca di sicurezza, prevedibilità e significato. Partono quando giungono alla conclusione che la società in cui vivono non è in grado di offrire loro un futuro credibile. In questo senso, la migrazione è una forma di giudizio. È un’affermazione silenziosa ma potente sulla qualità della libertà in una società. Se le persone, soprattutto i giovani, sentono che la loro vita può essere più normale, meno gravata dalla paura e più dignitosa altrove, allora il problema non è solo demografico o economico, ma politico ed esistenziale.
Questo è uno dei motivi per cui credo che il libro debba essere letto. Non perché offra risposte semplici, ma perché propone un quadro interpretativo per comprendere fenomeni che troppo spesso osserviamo separatamente: nazionalismo, autoritarismo, sfiducia, emigrazione, traumi collettivi, abuso della storia, debolezza delle istituzioni e incapacità delle società di immaginare un futuro al di fuori della crisi permanente. Questi non sono problemi isolati. Sono collegati dalla paura, dai modi in cui la paura viene interpretata, utilizzata politicamente e riprodotta culturalmente.
Un altro motivo per leggere il libro è che cerca di superare la sterile contrapposizione tra patriottismo e antipatriottismo, identità e cosmopolitismo, nazione e individuo. Il punto non è negare l’importanza dell’identità. Nessun essere umano vive al di fuori dell’identità. Le comunità culturali sono importanti perché le persone vi attribuiscono significato e valore. Il problema inizia quando un’unica identità assorbe tutte le altre, quando l’appartenenza diventa una prigione e quando la dignità dell’essere umano diventa subordinata all’eternità immaginata del collettivo, nel caso specifico della nazione. Una società libera non è una società senza identità, ma una società in cui le identità restano plurali, aperte e compatibili con i diritti e la dignità degli altri.
In questo senso, Paura e libertà è anche un libro sulla responsabilità. Se la paura fa parte della condizione umana, allora la domanda decisiva è chi la gestisce e a quale scopo. La politica democratica dovrebbe ridurre la paura distruttiva: dovrebbe creare fiducia, proteggere il pluralismo, prevenire la violenza e rendere il futuro immaginabile. La politica nazionalista e autoritaria fa il contrario: ha bisogno della paura, la produce e poi si presenta come sua soluzione. È questo il meccanismo di dominio più antico ed efficace. Prima si convince la società di essere in pericolo; poi le si chiede di rinunciare alla libertà in nome della protezione.
Il libro è stato scritto dalla prospettiva della nostra regione, ma la sua rilevanza non è solo regionale. L’Europa e il mondo vivono di nuovo in un’epoca in cui la paura è diventata una delle più forti valute politiche. Guerra, migrazione, insicurezza economica, cambiamenti tecnologici, ansia climatica e crisi della democrazia liberale contribuiscono a un generale senso di instabilità. In questo contesto, cresce la tentazione di rifugiarsi in identità chiuse e in politiche aggressive. La Serbia e le società post-jugoslave non sono un’eccezione a questo processo; sono solo uno dei suoi esempi più istruttivi.
Se dovessi riassumere il messaggio principale di Paura e libertà, direi quanto segue: non possiamo costruire una società democratica, dignitosa e stabile se non comprendiamo la paura, e non possiamo essere veramente liberi se la paura viene utilizzata in modo permanente come strumento fondamentale della politica. La libertà dalla paura non significa assenza di ogni pericolo, né un mondo utopico senza conflitti. Significa una società in cui la paura non viene costantemente prodotta dall’alto, in cui i cittadini non vengono mobilitati attraverso l’odio, in cui le istituzioni generano fiducia e in cui l’individuo non deve scomparire nella nazione per sentirsi protetto.
Per questo il libro dovrebbe essere letto non solo da chi è interessato alla teoria politica, agli studi sulla sicurezza o al nazionalismo, ma anche da chiunque cerchi di comprendere perché le nostre società ritornino così spesso agli stessi schemi: paura, mobilitazione, nemico, crisi, leader, obbedienza. Comprendere questo schema significa già indebolirlo. Dare un nome alla paura e attribuirle rilevanza non significa arrendersi ad essa. Al contrario, è un passo verso la libertà.
Vlatko Sekulović è nato a Belgrado il 4 agosto 1969. È avvocato, attivista civico, produttore e opinionista. Ha conseguito un dottorato in scienze politiche e un master in giurisprudenza.
È ricercatore presso l’Università di Donja Gorica a Podgorica. È stato deputato dell’Assemblea nazionale della Repubblica di Serbia in due mandati (1993 e 2001) e segretario di Stato nel 2004.
È stato uno degli organizzatori delle proteste studentesche del 1992 in Serbia e uno dei fondatori sia dell’Unione degli studenti della Facoltà di Giurisprudenza di Belgrado sia dell’Unione degli studenti della Serbia.
Oltre al suo impegno giuridico e politico, è attivo come autore, editorialista e commentatore pubblico. La sua attività combina analisi giuridica, pensiero politico e impegno civico, con particolare attenzione al rapporto tra libertà individuale, identità collettive e uso politico della paura.
È insignito del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana.
Il libro Strah i Sloboda è pubblicato da Akademska Knjiga.
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