Nuove proteste, vecchi problemi, nessuna soluzione

Una protesta imponente 

Una protesta imponente, quanto eteroclita nei fini e nelle rivendicazioni. Sabato scorso vi è stato a Belgrado il corteo più numeroso dalle manifestazioni contro l’indipendenza del Kosovo del febbraio 2008. A differenza di allora, la fiumana di persone ha dimostrato compostezza e civismo. A differenza di allora, non vi sono stati discorsi incendiari che davano un implicito via libera alle violenze, ai saccheggi e all’assalto alle ambasciate americana e croata. A differenza di allora non vi erano politici né in prima fila né sul camion da dove hanno preso invece la parola l’attore Branislav Trifunovic e l’attivista serbo kosovara Rada Trajkovic.

Di simile vi era la frustrazione. Frustrazione per una condizione economica che non registra miglioramenti per gran parte della popolazione, frustrazione per il controllo pervasivo dei media da parte del Partito del Progresso Serbo, frustrazione per la paralisi negoziale sul Kosovo, frustrazione per un paese dove il lavoro di qualità e ben pagato è ancora tanto raro da spingere solo lo scorso anno 70,000 serbi (l’1% della popolazione totale) a decidere di costruirsi un futuro altrove.  

L’occasione per il primo sabato di proteste fu l’aggressione a Krusevac al leader del partito Sinistra di Serbia, Borko Stefanovic, che alle ultime elezioni ha raccolto un poco incoraggiante zero virgola. Naturalmente, quando vi è un malcontento diffuso, anche un episodio limitato per quanto grave può diventare la causa scatenante di grandi manifestazioni. Il primo slogan “Stop alle camicie insanguinate” si è trasformato in “1su5 milioni” a seguito dell’affermazione di Aleksandar Vucic che non avrebbe dato riscontro a nessuna richiesta delle opposizioni neanche se avessero partecipato ai cortei 5 milioni di persone. 

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Un movimento acefalo

Opportunamente, i supposti capi dell’opposizione sono spariti dalla testa dei cortei dopo le prime due manifestazioni. Si tratta d’altronde di leader di partito senza seguito o impresentabili o ricattabili o magnati già provati come non meno arroganti dei politici oggi al potere, o fascisti tout court. Gran parte dei partecipanti di sabato non avrebbero aderito se avessero saputo di ritrovarsi a marciare in un corteo con alla testa questi figuri. Il primo successo degli organizzatori è stato quello esserne consapevoli. 

D’altra parte la parabola di autodissoluzione del movimento Dosta Je Bilo (“è stato abbastanza”), che aveva coagulato il voto del ceto medio e dei giovani, soprattutto a Belgrado, arrivando a superare il 6% nelle elezioni politiche del 2016 ed entrando in Parlamento con 16 deputati di cui oggi nelle sue fila resistono in due, è paradigmatica dei problemi organizzativi, di leadership e di strategia in cui si muovono le opposizioni, a causa dei limiti interni e della pervasività del sistema di potere dell’SNS. 

A partire dall’assassinio di Zoran Djindjic nel 2003, la politica serba è stata una carrellata di promesse rutilanti e non rispettate, di clientelismo, di familismo, di opportunismo di basso cabotaggio in un paese dove gli standard di vita si sono abbassati in parallelo con la persuadibilità dei politici. 

Un potere ancora saldo 

La strategia del presidente della Repubblica Vucic è semplice: non legittimare la protesta come attore politico, lasciare che si sfianchi da sola nel deserto politico dell’opposizione serba.

Se Aleksandar Vucic manifesta un potere (apparentemente) incontrastato, tanto che l’ex presidente Nikolic, parlando a Krusevac alla celebrazione dei dieci anni del partito ha potuto dire che ipotizzare solo altri 10 anni al potere dell’SNS è una ambizione modesta, è anche grazie al crollo di credibilità che il partito democratico ha subito negli ultimi anni della presidenza Tadic, con accuse di arbitrio e clientelismo sovrapponibili a quelle che oggi i manifestanti lanciano contro l’SNS. 

D’altronde la grande responsabilità storica del gruppo dirigente del partito democratico è stata quella di non riuscire o di non volere promuovere in maniera strutturata la diffusione dei valori democratici, meritocratici e civici nella società, nella pubblica amministrazione e nella politica serba negli anni in cui è stato al potere. 

Il successo dell’SNS nasce anche dall’enorme delusione di una fascia della popolazione che sperava in pratiche e comportamenti davvero democratici e che a un certo punto ha preferito per protesta puntare su personaggi che riemergevano dagli anni Novanta di Milosevic. 

Il partito democratico era il partito di presunto centrosinistra votato soprattutto dalla borghesia benestante di Belgrado e delle altre principali città della Serbia. Il Partito del Progresso Serbo aveva al suo vertice un uomo poco colto come Nikolic in cui si rispecchiava e si vedeva riscattata una parte consistente della popolazione rurale e degli strati più bassi della società. 

Ma un cambiamento tanto radicale dell’assetto del potere nel paese, paragonabile alla caduta di Milosevic, non poteva avvenire senza l’appoggio di varie cancellerie europee e non, deluse da molte non scelte, soprattutto sul Kosovo, degli ultimi anni di Tadic. Non a caso le opposizioni accusano ora Vucic di voler svendere l’integrità del paese: da oltre tre decenni sul Kosovo si decidono le leadership del paese e chi dall’opposizione si propone in merito come intransigente deve in parallelo offrire garanzie di profondo realismo ai partner atlantici, se vuole davvero arrivare al potere. 

Cosa davvero si decide in Serbia?

Il recente documentario prodotto da BIRN (Balkan Investigative Reporters Network) su come è nato l’SNS racconta una vulgata che nemmeno il suo più ingenuo militante potrebbe accettare. Che la creazione del partito sia solo il frutto della frustrazione di Tomislav Nikolic nel vedersi sempre sconfitto e sempre numero due nel partito radicale di Vojislav Seselj, che esso sia un successo di Boris Tadic rivoltatoglisi contro, che sia stato finanziato solo da alcuni “tajkuni” indispettiti dai conflitti con Tadic quali Miroslav Miskovic, Milan Beko e Stanko Subotic Cane, è una narrazione talmente parziale da riuscire inverosimile. Basterebbero a smentirla la velocità con cui l’SNS organizzò in ogni municipalità della Serbia una sua capillare presenza e i sostegni internazionali di cui ha subito goduto.

Forse la stessa BIRN, finanziata da organismi internazionali, non può spingersi oltre a raccontare quanto molti ipotizzano e che, ad esempio, è risibile pensare a un Rudolph Giuliani che si precipita a Belgrado a sostenere la candidatura a Sindaco di Aleksandar Vucic nel 2010 su chiamata di qualche magnate serbo, oppure che “casualmente” e proprio in Scozia nasce la grande amicizia tra Vucic e l’emiro di Abu Dhabi Muhammad bin Zayed. 

Miki Rakic, acutissimo primo collaboratore di Boris Tadic, amico di Aleksandar Vucic, concittadino di Ivica Dacic, uomo di totale fiducia di americani e inglesi grazie ai successi nella lotta al narcotraffico e alla cattura di Karadzic e Mladic, vero snodo del potere in Serbia tra il 2008 e la sua prematura morte, aveva proposto a Tadic nel 2011 di concordare con Vucic il posto da Sindaco di Belgrado e con Djilas il posto di primo ministro al fine di equilibrare le spinte che arrivavano dall’esterno del paese. Tadic si rifiutò ed è sparito dalla scena politica. 

I cambiamenti della politica serba si manifestano nelle strade di Belgrado ma si decidono quasi sempre fuori dal paese. Il casting per il futuro capo politico del paese è in corso da tempo, ma finora i risultati sono tanto deludenti che Aleksandar Vucic può ostentare serenità e nonchalance. 

Un rischio concreto è che la protesta possa venire hackerata dai movimenti più violenti e nazionalistici, soprattutto quando si arriverà a una decisione sul Kosovo. Ma senza personaggi credibili, con risorse economiche importanti e appoggi internazionali,  anche questa mobilitazione popolare sarà destinata ad accrescere solo le frustrazioni per le occasioni perdute dal popolo serbo. 

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