Non bisogna trasformare gli studenti in una specie protetta

Di Dragan Nalović, membro del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione Senior del Fronte Verde-Sinistro

Ci siamo innamorati degli studenti, che chiamiamo affettuosamente “i nostri ragazzi”, per una buona ragione. Ma la politica non è un album di famiglia. In essa, ogni domanda non posta prima o poi presenta il conto. E con gli interessi.

Quale potrebbe essere oggi la forma più estrema di performance pubblica in Serbia? Molto probabilmente giocare a roulette russa in diretta streaming. Oppure buttarsi dal ponte Branko senza corda elastica davanti a un pubblico scioccato. Questo potrebbe sembrare troppo drammatico, ma criticare pubblicamente le mosse della leadership studentesca non è certo meno rischioso.

Se desiderate un rapido e gratuito restyling della vostra reputazione -di quelli per cui gli ex oligarchi spendevano una buona parte della loro ricchezza di recente acquisizione -la ricetta è semplice. Basta commentare pubblicamente il prossimo passo del vertice studentesco. Ancora meglio se la nota contiene un velo di critica: l’esecuzione sociale è praticamente garantita.

Una parte dell’opinione pubblica, guidata da un’armata di testimoni online, tenta ostinatamente di trasformare gli studenti in una specie protetta. Tengono pronti interi arsenali di missili guidati carichi di schegge emotive. La tattica non cambia mai: eliminare il dissidente infiltrato e marchiarlo come assassino dell’entusiasmo studentesco e distruttore dell’energia popolare.

La leadership del movimento studentesco (qualunque cosa significhi questo termine oggi) potrebbe anche non aver avuto l’intenzione di erigere un muro impenetrabile con il proprio ego. Tuttavia, è difficile non notare che non sembra affatto infastidita dal fatto che i suoi più fedeli seguaci di internet aggiungano mattoni a quel muro ogni giorno. Di guardia in prima linea, accolgono ogni “ma” a tastiere sguainate.

Quando la mente collettiva studentesca -quella che fluttua in alto sopra le aule universitarie -prende una decisione che appare inaspettata e problematica persino a chi la sostiene senza riserve, il buon senso non obietta. Al contrario! Si offre volentieri come sacrificio volontario sull’altare dell’euforia corale.

In questa regione, l’entusiasmo collettivo raramente rimane un mero sentimento. Prima o poi si trasforma in un’esibizione corale. In quel grande coro, che tu abbia orecchio o una bella voce non importa: ciò che conta è non deviare dalla melodia prescritta. Basta che tutti cantino la stessa canzone.

E poi, quando lo spartito giunge al termine, invece di voltarci indietro e analizzare finalmente le note steccate che abbiamo cantato, seguiamo la nostra cara vecchia tradizione: strappiamo i vecchi spartiti, sciogliamo il vecchio coro e ne fondiamo uno nuovo. Conti azzerati, un leggio vuoto e l’illusione che la musica del passato non sia mai nemmeno esistita…

Per il nuovo coro, quel “foglio bianco” appare entusiasmante e del tutto logico. Il fatto che ogni prima passata si sia rivelata la ricopiatura di una vecchia composizione non importa a nessuno. Poco male: rifonderemo il coro ancora e ancora.

Dopotutto, la nostra realtà politica non coincide quasi mai con ciò che ci aspettiamo e desideriamo da quella musica. Forse dobbiamo ringraziare un fenomeno insolito che si presenta puntualmente proprio mentre si accordano le nuove voci, mentre nel buio della sala il pubblico attende impaziente che si alzi il sipario.

I zoologi non hanno mai scoperto questa fauna, né hanno mostrato un particolare interesse per essa, ma tra la gente circola la voce che questo strano e grande uccello stia solo aspettando la sua occasione. Di solito accade quando in un unico luogo si raduna un numero sufficiente di persone insoddisfatte, pronte a cantare in un nuovo coro. Allora, dal nulla, si cala tra loro, sbatte con forza le sue grandi ali e inizia a gettare polvere negli occhi a tutti. Ben presto la polvere diventa parte della coreografia, finendo negli occhi sia di chi sta sul palco sia di tutti gli altri presenti.

Poco importa che possa annebbiare la vista anche al direttore d’orchestra. Se nemmeno lui vede più chiaramente dove sta conducendo l’opera, è consolante che nemmeno il coro ci veda molto meglio.

La paura di “agitare le acque” qui funziona spesso secondo lo stesso principio: c’è già chi ci penserà, perché distinguersi inutilmente e rovinare l’atmosfera?

Forse è proprio per questo che l’esperimento di Asch sul conformismo ha perso il suo significato da noi da molto tempo. Non è più necessario che la maggioranza valuti errata la lunghezza di una linea disegnata. Basta che l’autorità dica che è diritta. Dopo un po’ non si corregge più la linea, ma il proprio modo di guardarla.

Laddove il dubbio diventa sgradito, persino il timore che gli errori del passato possano ripresentarsi viene vissuto come un’assolo inammissibile. Un tale consenso, che implica l’accettazione cieca e indiscussa di ogni decisione, è quasi sempre il sottoprodotto dell’euforia corale -che non è solo espressione di sostegno, ma spesso anche un rifugio per il conformismo. Le domande diventano superflue, i dilemmi un segno di slealtà e, il più delle volte, invece di risolvere il problema, lo nascondiamo sotto il tappeto.

È nella natura umana difendere con le unghie e con i denti un’illusione in cui si è investito l’ultimo briciolo di speranza. Quando quell’illusione si scontra con la realtà, si verifica ciò che gli psicologi chiamano dissonanza cognitiva: uno stato spiacevole in cui i fatti non corrispondono più alle nostre convinzioni. Ma invece di cambiare le nostre convinzioni, molto più frequentemente cerchiamo di cambiare i fatti.

Ci siamo innamorati degli studenti, che chiamiamo affettuosamente “i nostri ragazzi”, per una buona ragione. In loro molti hanno riconosciuto ciò che avevamo perso da tempo: il coraggio che non ha ancora imparato a calcolare il prezzo, l’idealismo che non è ancora entrato nel mercato e la dignità che non è stata data in ipoteca. Non è poca cosa. Al contrario!

Tuttavia, la politica non è un album di famiglia. In essa, ogni domanda non posta prima o poi presenta il conto. E con gli interessi.

La più grande ingiustizia che possiamo fare ai giovani non è criticarli. La più grande ingiustizia è proclamarli infallibili. Perché quando si nega a qualcuno il diritto di sbagliare, ciò può lusingare in quel momento, ma la vita non è fatta solo di quel momento.

Foto: BETAPHOTO/SASA DJORDJEVIC

Se abbiamo proclamato gli studenti portatori del cambiamento, li abbiamo allo stesso tempo sollevati da ogni responsabilità? Non è quindi una grande sorpresa se, nonostante l’indiscussa energia, il coraggio e la perseveranza del movimento studentesco, nelle ultime settimane si sentano avvertimenti sempre più forti. Il loro peso non deriva dal fatto che esistano, ma da chi li pronuncia: persone che difficilmente possono essere accusate di malafede o di secondi fini politici.

Il professor Filipović fa un passo in avanti. La sua critica non è rivolta agli studenti, ma ai loro sostenitori più rumorosi -a coloro che stroncano ogni dubbio con la ben nota frase: “Lasciateli sbagliare!”

Filipović avverte che dietro questa posizione all’apparenza benintenzionata si nasconde una comoda scappatoia. Coloro che incoraggiano gli studenti in questo modo si lasciano allo stesso tempo la possibilità, qualora alcune di quelle decisioni si rivelassero errate, di scaricare la responsabilità proprio su di loro.

“Allora la scaricheranno sulle spalle di singoli studenti, sui figli di qualcuno”, avverte Filipović.

Ed è proprio qui che il cerchio si chiude. Nel nostro coro politico, le voci più forti e frequenti arrivano spesso da chi rischia di meno. Non si preoccupano troppo di avere ragione. Basta che, se si scopre che non ce l’hanno, il conto venga pagato da qualcun altro.

Nel tentativo di rendere il coro il più numeroso possibile, la sua direzione decide di ampliare le audizioni. Non importa più quale spartito uno porti o da quale scuola di musica provenga. L’importante è solo che la voce arrivi il più lontano possibile e che ci siano più cantanti possibile.

A prima vista, un’idea del genere sembra attraente. Un coro più numeroso fa un’impressione più forte. Ma un coro non è solo la somma delle voci. Basta che alcune delle voci più forti cambino tonalità perché l’intera composizione inizi a somigliare a una melodia del tutto diversa.

Così vanno le cose nel mondo della musica, mentre in politica il numero viene spesso percepito come prova di forza.

Nel tentativo di assicurarsi un numero di voti sufficiente per formare un governo in autonomia, la leadership del movimento studentesco ha evidentemente valutato di non poter raggiungere questo obiettivo senza un compromesso con una parte della destra. Così si apre lo spazio ad attori euroscettici e nazionalisti, presupponendo che un avversario comune possa temporaneamente mettere in secondo piano le profonde differenze ideologiche.

Un tale calcolo non è nuovo. Le coalizioni tra attori diversi nascono spesso dalla necessità di raggiungere un obiettivo comune. Il problema sorge quando questa alleanza temporanea inizia a presentarsi come qualcosa di più: come la prova che le differenze sono scomparse o che non hanno più importanza.

Eppure la politica non è solo aritmetica. I voti si possono sommare, ma i valori non si possono sempre sommare con la stessa formula.

Alcune differenze non sono tecniche, ma sostanziali.

Non è un caso, quindi, che nel discorso politico che accompagna le proteste studentesche ritornino concetti che a molti ricordano epoche passate: unità sovrana (svesabornost), il memorandum sul Kosovo, la reciprocità, l’integralismo serbo… Con essi ritornano emozioni e schemi di pensiero che si credeva fossero rimasti nel passato. Allo stesso tempo, si rafforza nuovamente la narrazione che contrappone l’integrazione europea e gli standard democratici agli interessi nazionali, come se avessimo dimenticato quanto una tale spaccatura sia già costata cara alla nostra società.

Il problema non è che all’interno di un ampio movimento civico si possano trovare persone con diverse convinzioni politiche. Questo è quasi inevitabile. Nessun movimento sociale serio nasce in condizioni di laboratorio asettiche.

Il problema sorge quando si inizia a cedere sui compromessi proprio attorno alle questioni che definiscono l’identità politica del movimento.

La destra serba non si differenzia dalla politica civica ed europeista solo per il grado di presunto patriottismo. Le differenze riguardano la concezione stessa dello Stato, della società e del futuro della Serbia: l’atteggiamento verso l’Unione Europea, la politica regionale, il confronto con l’eredità della guerra, i diritti civili e il carattere delle istituzioni.

Non si tratta di piccole sfumature all’interno della stessa famiglia politica, ma di ideologie e programmi politici diametralmente opposti.

Per questo motivo, la collaborazione può essere tattica e a breve termine, rivolta a un singolo obiettivo. Ma il tentativo di creare un programma unitario a partire da tradizioni politiche distinte finisce quasi inevitabilmente con una delle due parti che deve abbandonare una parte dei propri principi.

L’esperienza della nostra vita politica mostra anche qualcos’altro: in tali compromessi raramente prevale la componente più moderata della coalizione, bensì quella più rumorosa ed estrema.

Il coro sarà anche più numeroso, ma non è più lo stesso coro. La melodia che faceva sì che la gente si fidasse all’inizio sfuma lentamente, lasciando solo un ritmo comune contro qualcuno. Questo può bastare per una protesta. Per una politica seria, di solito non basta.

Da quel conflitto interiore si esce raramente senza cicatrici. È difficile ammettere che alla fine le cose non sono andate come avevamo immaginato. È ancora più difficile accettare che, nel difendere una determinata idea o le persone che la rappresentavano, a volte stavamo difendendo più le nostre aspettative che la realtà stessa.

In teoria, la storia dovrebbe esserci maestra. In pratica, continuiamo ad andarci a ripetizione. Quante volte abbiamo creduto che i cambiamenti democratici fossero di per sé una garanzia di democrazia? Quante volte abbiamo pensato che cambiare le persone al potere avrebbe automaticamente cambiato la cultura politica?

Abbiamo già pagato a caro prezzo quel che è stato un errore.

Dopo le grandi aspettative dei primi anni Duemila, avevamo creduto che il cambio di governo avrebbe portato da solo a una realtà politica diversa. Invece, dietro i grandi proclami sulle riforme e sui valori europei, sono riemersi fin troppo spesso i vecchi schemi: lo Stato controllato dai partiti, la concentrazione del potere, gli individui privilegiati e le reti di interesse capaci di sopravvivere alle transizioni politiche.

Non sono cambiate solo le persone negli uffici. Sono cambiate anche le bandiere, gli slogan e i simboli di partito, mentre la logica del potere politico è rimasta spesso sorprendentemente la stessa.

Ed è proprio per questo che non dobbiamo alle generazioni di oggi né una fiducia cieca né una condanna preventiva. Dobbiamo loro ciò che deve appartenere a ogni cambiamento democratico: il diritto al sostegno, ma anche il diritto alla domanda e alla critica.

Perché se abbiamo sbagliato una volta credendo che le persone che sostenevamo fossero al di sopra di ogni discussione, non c’è motivo di ripetere lo stesso errore solo perché gli attori sono cambiati -anche se li consideriamo “i nostri ragazzi”. Quando proteggiamo qualcuno da ogni domanda e da ogni critica, non lo stiamo necessariamente preservando dagli errori, né gli stiamo facendo un favore.

La democrazia non inizia nel momento in cui compaiono volti nuovi di cui fidarsi ciecamente. Inizia quando capiamo che neanche la migliore intenzione sostituisce la responsabilità, e che neanche la più grande fiducia è un motivo valido per mettere a tacere una voce critica.

La polvere sollevata da quel grande uccello aleggia ancora sul nostro panorama politico. La sente il direttore d’orchestra. La sentono i coristi. La sente chiunque desideri un cambiamento. Nessuno dice che sarà facile. Ma forse, prima di cantare una nuova canzone, varrebbe la pena assicurarsi di riuscire finalmente a leggere le note con chiarezza.

 (Danas, 03.08.2026)

https://www.danas.rs/dijalog/licni-stavovi/ne-treba-od-studenata-praviti-zasticenu-vrstu/

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