Media sorvegliati, piazze piene, seggi vuoti

In Strategia del Colpo di Stato. Una guida pratica, Edward Luttwack individua i tre luoghi di cui i cospiratori devono prendere il controllo se vogliono avere successo: i palazzi di Governo, gli edifici dei principali media, i luoghi di intenso traffico.
Libro letto da tutti gli “operatori” del settore, oramai non si riesce più a distinguere se i cospiratori applichino pedissequamente gli indirizzi del manuale dello studioso statunitense o se questi abbia individuato le regole definitive del colpo di Stato.
Quando dunque accadono dei fatti come quelli di due settimane fa, prima l’assalto alla sede centrale della televisione di Stato e l’assedio a seghe elettriche spianate al palazzo del presidente della Repubblica di Serbia, diventa ingenuo credere a una causalità e ci si chiede semmai di chi sia la regia.
Insomma, la domanda è: chi vuol trasformare le proteste in un colpo di stato?
Oppure: chi vuole che le proteste assomiglino a un tentativo di colpo di Stato?

Il risveglio della società civile

La chiusura dello storico programma “Impressioni della settimana” di Olja Beckovic è stato sentito dall’opinione pubblica serba come un inaudito attacco al libero dibattito politico.

Di certo nelle ultime settimane la protesta acefala e composta che ha attraversato (e bloccato) il centro di Belgrado ingrossandosi di sabato in sabato a partire dall’otto dicembre ha vissuto un cambiamento radicale e repentino: l’insofferenza per il controllo asfissiante dei media, la frustrazione per le condizioni economiche di tanti che non vedono miglioramenti, la rabbia per gli abusi del ramificato assetto di potere attuale si univano a una totale sfiducia verso i politici di opposizione. Per molti sabati al comizio finale hanno preso la parola studenti, avvocati, intellettuali, attori, e mai un politico. Sembrava che tutt’a un tratto la società civile serba, da sempre evocata da tanti osservatori occidentali, fosse riemersa dal suo letargo, e apparsa con una consistenza impensabile per i suoi stessi appartenenti.
In tante città del paese è cresciuto di settimana in settimana il movimento #1od5miliona in cui si miscelavano la disillusione dei più anziani per venti anni di promesse e di delusioni, e la ricerca dei più giovani di qualcuno con la credibilità e il carisma per dare risposte e indirizzi, per crederci ancora una volta e tentare il tentabile. Il fatto peculiare di queste manifestazioni è che la rivendicazione delle libertà civili, libertà da un apparato di potere pervasivo e libertà di espressione grazie a media liberi, prevale ampiamente sull’insoddisfazione per le condizioni materiali, di un paese che economicamente cresce sì, ma anche meno dei suoi vicini.
Ma la libertà di espressione ha molti nemici: ovviamente chi è al governo, ma ancor di più i politici di opposizione che cercano di sfruttare il risentimento popolare.
L’occasione di cavalcare questo movimento era troppo ghiotta per tanti politici in cerca di visibilità e di un consenso perduto, chi in patria chi nei consessi internazionali, per non aver dato mai risposte alle stesse attese che le proteste avanzavano.
Intestarsi la protesta consente di proporsi come leader dell’opposizione, di provare a dirottare il movimento spontaneo verso la propria parte e, non da ultimo, di ottenere fondi internazionali per la prossima campagna elettorale, il che non implica più voti ma di certo aiuta il conto in banca di questi politici.

Le manifestazioni di protesta si sono diffuse in tutto il paese, arrivando a raccogliere a Belgrado quasi 100.000 partecipanti.

Il reazionario, il magnate, il globalista
Ecco che dopo mesi di proteste sono emersi dal passato i tre politici che oggi cercano di conquistare o riconquistare uno spazio politico sufficiente per lanciare la sfida a Vucic.

Da sinistra a destra: Vuk Jeremic, Dusko Obradovic, Dragan Djilas.

Alla testa dell’assalto alla RTS e alla Presidenza della Repubblica c’era il leader di Dveri Bosko Obradovic, il campione del dio-patria-famiglia in Serbia, l’ipernazionalista del momento, la cui piattaforma politica miscela la mistica del popolo serbo eletto con varie teorie complottiste, l’autarchia economica, la rottura con l’Ue e l’associazione alla Federazione Russa, senza dimenticare il sostegno alla famiglia sposata in chiesa e con prole numerosa e infine una buona dose di omofobia.
Che Obradovic richieda media liberi e un processo elettorale trasparente attraverso l’assalto a televisioni e palazzi statali non è esattamente la premessa migliore.

Dragan Djilas, già leader degli studenti contro Milosevic, dal 2004 dominus dei media in Serbia grazie al controllo pressoché totale degli investimenti pubblicitari, Sindaco di Belgrado, capace di terremotare il partito democratico durante la sua presidenza portandolo al minimo storico del 6% anche grazie alla fuoriuscita dell’ex presidente della Repubblica Boris Tadic e dell’allora presidente dell’assemblea generale dell’ONU Vuk Jeremic. Accusato di aver aumentato il giro d’affari delle sue imprese dell’800% dopo il suo ingresso in politica, oggi rivendica la libertà dei media quando per anni li ha controllati aprendo o socchiudendo a piacere il rubinetto degli investimenti pubblicitari.

Vuk Jeremic è stato il wunderkind dell’élite socio-economica prima jugoslava e poi serba. Ha passato i terribili anni Novanta a studiare nelle migliori università inglesi per poi venire subito cooptato in posizioni rilevanti alla caduta di Milosevic e diventare nel 2007 ministro degli esteri e tra il 2012 e 2013 presidente dell’assemblea ONU. Non vi è forse politico con un vissuto più distante da quello della gente comune serba degli ultimi venti anni come Jeremic, il quale ha suscitato ironie per aver comiziato con fervore rivoluzionario alle manifestazioni del 17 marzo scorso in jeans maglietta e camicia militare, ma con un orologio da 15,000 euro al polso. Non proprio la persona più adatta a rappresentare il disagio economico di tanti serbi.

Il livore personale tra Vuk Jeremic e Cedomir Jovanovic, già entrambi giovanissimi oppositori di Milosevic, già entrambi enfants prodige del partito democratico ed entrambi attuali oppositori di Vucic, ha raggiunto livelli da cabaret nel corso della trasmissione 360 gradi del 7 marzo scorso.

Lo scollamento tra élite e popolo
Ma questi generici ritratti vogliono evidenziare un aspetto ben più importante delle singole biografie: la desertificazione politica dell’area culturale democratica, liberale o socialista che sia, nella Serbia di questi anni.
Si tratta di un’area che è stata sempre minoranza in Serbia e prima ancora in Jugoslavia. Quella parte liberale della politica che Tito definiva „To je drugi koncept, druga pozicija“, “Questo è l’altro concetto, la posizione alternativa”. Negli ultimi diciotto anni di apertura all’economia di mercato le istanze di promozione sociale non hanno trovato un partito socialdemocratico di massa capace di interpretarle in termini di azione politica. Lo stesso partito democratico di Boris Tadic, membro dell’Internazionale Socialista, nei suoi momenti di massimo consenso faceva il pieno dei voti nei quartieri bene di Belgrado e lasciava rappresentare il malcontento della popolazione più disagiata soprattutto ai radicali di Seselj. E in più le grandi responsabilità storiche di quel partito sono di non aver promosso abbastanza lo stato di diritto e i diritti civili, l’inclusione sociale per merito, la lotta ai potentati economici che strozzano il libero mercato a danno anche delle condizioni di vita della gente comune.
Oggi oltre l’80% dei parlamentari serbi può essere definito di destra o estrema destra, mentre il partito socialista rappresenta solo la tradizione del suo potere. Gli stessi aspiranti leader sopra presentati si collocano tutti tra la destra e l’estrema destra. Paradossale, se si pensa che all’origine delle proteste vi è stata l’aggressione a Borko Stefanovic, unico ad aver fondato un partito di sinistra negli ultimi anni, ma fatto significativo dell’irrilevanza di un’area politica.
I tentativi di ricostruire una piattaforma socialdemocratica come il Movimento dei Cittadini Liberi creato da Sasa Jankovic sono stati compressi e fatti fallire dalle pressioni dell’attuale regime ma ancor di più dalle inadeguatezze dei suoi capi. Il nuovo leader del Movimento, l’attore Sergej Trifunovic, ha insultato durante un comizio il leader degli autonomisti socialdemocratici della Vojvodina Nenad Canak (già stretto alleato del partito democratico), con uno scambio di insulti proseguito sui social da fare invidia a più sbracati ubriachi delle kafane di quart’ordine. Dall’altra parte, il Savez za Srbiju (Comitato per la Serbia) che riunisce Djilas, Obradovic e Jeremic con altri politici minori, è una opposizione di destra a un primo ministro di destra.
Alla base di tutto questo vi è anche una storica difficoltà delle classi più moderne, urbane, aperte, socialmente sensibili a rapportarsi con il popolo, soprattutto delle città periferiche e rurali. Le élites intellettuali, anche quelle più di sinistra, si sono sempre sentite alquanto distanti da questo popolo.
I leader politici serbi ha sempre cercato di rappresentarsi verso il loro popolo attraverso un certo “teatro per il popolo”, la rappresentazione di se stessi o tramite una studiata popolanità o come transfert delle aspirazioni materiali collettive, memori in questo della lezione di Tito. Anche il rapporto di queste èlite urbane e il mondo contadino, che ancora tanto pesa nel paese, è irrisolto, sospeso tra rappresentazioni arcadiche della madrepatria contadina e la presa di distanza da un mondo visto come ottuso e retrivo.

Una vittoria sociale, non solo elettorale
Grazie alla spinta dal basso, le manifestazioni continuano a susseguirsi ogni sabato, ma con meno forza. Il movimento oscilla tra l’ostinazione a proseguire nonostante i politici proprio per rimarcare la sua differenza da essi, e la consapevolezza che senza una qualche leadership credibile esso sarà condannato all’irrilevanza. Ma gli errori degli aspiranti leader della protesta iniziano ad accumularsi di settimana in settimana e così qualche ulteriore sprazzo di violenza o qualche ulteriore conflitto interno finiranno per sfociare nello scenario ideale per Aleksandar Vucic: proporsi come unico garante della stabilità sociale e politica del paese, rivendicare e tutelare la crescita economica di questi anni, legittimarsi ancora una volta come l’unico interlocutore per la Serbia sulla scena politica internazionale.
La scelta della data per le elezioni anticipate, se in giugno o la prossima primavera, sarà fatta in base non solo ai sondaggi, che già oggi danno l’SNS di Vucic attorno al 50%, ma in base alla progressiva evanescenza del sostegno attivo alle proteste. Non si tratterà di ottenere un’ennesima vittoria elettorale, ma di normalizzare il quadro sociale dimostrando la totale inanità delle opposizioni.
A questo punto la riconferma della Brnabic come primo ministro appare quasi scontata, in base alla sua capacità di parlare a quella parte del paese che insegue una modernizzazione non solo tecnologica ma sociale.
La Serbia rimarrà una nazione separata al suo interno, coesa solo attorno ad alcune mitologie collettive e dai successi nello sport. La frustrazione e i rammarichi rimarranno sullo sfondo del vitalismo fatalista balcanico che tanto affascina gli stranieri. Fino alla prossima ondata di malcontento.

Biagio Carrano

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