L’Italia riscopre i Balcani occidentali. Tajani: “Vogliamo essere protagonisti e non colonizzatori”

Il Covid, la crescita dei prezzi delle materie prime, i blocchi di alcune filiere strategiche globali, l’aggressione russa all’Ucraina: sono alcuni degli shock consecutivi che hanno introdotto una nuova era geopolitica delle relazioni internazionali e degli assi di proiezione delle economie di quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale. L’Italia, che si propone come attore di valenza regionale nel Mediteranneo e nei Balcani, dall’insediamento del governo Meloni sta cercando di organizzare le risorse nazionali per un nuovo attivismo nei quadranti di suo immediato interesse. Se dalle cosiddette primavere arabe e dalla caduta di Gheddafi il nord Africa è in cima alle emergenze della diplomazia italiana, è indubbio (e ora anche riconosciuto esplicitamente ai massimi livelli) che nei Balcani occidentali Roma si è per anni adagiata sulla comoda posizione di placida promotrice dell’integrazione europei dei paesi dell’area, una sorta di tapis roulant diplomatico che in automatico avrebbe portato certi risultati. Non è andata così. Al contrario, il fatalismo europeista italiano degli utlimi anni ha consentito a tanti paesi, anche extra europei, di sottrarre spazi economici, prestigio, disponibilità all’ascolto da parte delle leadership locali alle istanze degli attori italiani. 

Ma autoflaggellarci è sbagliato, perché spesso vi è nei nostri interlocutori balcanici più considerazione verso di noi di quanta ne abbiamo noi stessi. C’è voglia d’Italia nei Balcani, e sta a noi costruire le modalità per rispondere a queste domande che emergono dall’area” ha rimarcato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani nel suo intervento di apertura della conferenza “L’Italia e i Balcani occidentali, crescita e integrazione. Obiettivi, strumenti e opportunità per il sistema Italia” che ha visto riuniti ieri a Trieste politici, diplomatici, imprenditori, rappresentanti delle associazioni economiche di categoria, operatori finanziari e sociali per definire una strategia unitaria di presenza dell’Italia nei sei paesi della regione (Albania, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia). Una regione che con un PIL collettivo di 120 miliardi di euro pesa ancora relativamente poco in termini economici (in Italia sarebbe sesta in graduatoria dopo Lombardia, Lazio, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte) ma che riveste un’importanza spesso non pienamente colta per posizione geografica e potenziale di crescita. Le attese reciproche tra la regione e l’Italia sono molteplici: stabilità politica, gestione dei flussi di immigrazione illegale, sviluppo della presenza economica, internazionalizzazione e non delocalizzazione delle imprese, creazione di nuove filiere del valore (in termini di nearshoring o, neologismo, “friendshoring”), la domanda di cultura e stile di vita italiano, ecco gli assi di collaborazione citati da Tajani. “Vogliamo rilanciare nell’area un protagonismo italiano senza colonialismo, anzi tutti gli attori, italiani e dei Balcani occidentali, devono sentirsi protagonisti di uno sforzo di crescita comune“, ha rimarcato il vicepresidente del Consiglio del governo Meloni. 

Il commissario Ue all’Allargamento Oliver Varhely ha ricordato gli impegni di spesa europei, pari a 30 miliardi di euro, ovvero un quarto del PIL dell’area, e la necessità di rafforzare tutte le forme di integrazione e interconnessione, ovvero non solo in termini politici ma in termini infrastrutturali, quali trasporto di persone e merci, risorse energetiche, digitali. “L’Italia deve fortemente promuovere i Balcani occidentali nella Ue“, ha auspicato Varhely, “con formule nuove, con uno sviluppo più dinamico, più verde, capace di contribuire all’autonomia energetica del continente, in un’integrazione che abbia non solo una prospettiva politica, ma sociale“. 

Nel panel che ha visto la presentazione dei paesi dell’area da parte dei rispettivi ambasciatori italiani, il capomissione a Belgrado Luca Gori ha ricordato alcuni punti di partenza che deve oggi aver chiari chi oggi intende operare nel paese: “La Serbia rappresenta la metà del PIL della regione, in 10 anni è passata da 40 a 60 miliardi di euro, ha raddoppiato in sei anni il salario minimo nazionale, è fortemente impegnata in un processo di trasformazione del suo sistema industriale indirizzandosi verso le nuove tecnologie e i servizi ad alto valore aggiunto. In questo quadro la Serbia richiede all’Italia collaborazioni di alto livello, innovazioni reali in termini industriali e organizzativi, nuovi servizi e competenze, eccellenze anche nella domanda di Made in Italy. Per cogliere questa nuova fase vi è bisogno di rilanciare, ripensare e riqualificare la presenza italiana nel paese. Il Business Forum Italia-Serbia che si terrà il 21 marzo a Belgrado sarà il primo tassello di questo nuovo quadro di collaborazione tra i due paesi e sarà focalizzato su tre ambiti: transizione verde/energetica; agri-tech; infrastrutture. A maggio poi l’Italia sarà paese partner della Fiera dell’Agricoltura di Novi Sad, occasione per presentare nell’evento più importante della regione nel settore le innovazioni dell’agricoltura italiana, quali agricoltura di precisione, biofood, trasformazione e packaging, macchinari agricoli robotizzati“. 

Come ha rimarcato nei suoi saluti il Presidente del Consiglio Meloni, “vi è la necessità di sviluppare una nuova visione nella regione“. Una visione che passa non solo attraverso una rinnovata priorità politica, ma anche attraverso una comprensione più adeguata della regione, nelle sue significative diversità, proprio per operarvi nella maniera più adeguata, oltrepassando la narrazione di una regione genericamente complicaa e instabile, destinata per questo a perpetuare certi ritardi economici e sociali.

In tal senso il Ministro Tajani dovrebbe chiedersi se l’auspicato protagonismo della diplomazia italiana non venga contraddetto dai principali quotidiani italiani, che restano invece impaiati in una visione meramente problematizzante dei Balcani occidentali, quasi da megafoni acritici di alcuni attori politici della regione. Proprio ieri, mentre a Trieste si parlava dell’impegno italiano per la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo, il Corriere della Sera, pubblicava con grande rilevanza un’intervista-tappetino dell’ineffabile Francesco Battistini alla presidente del Kosovo Vjosa Osmani con durissimi attacchi alla Serbia: «La Serbia? Imperialista come Mosca e coopera con la Wagner», recitava il titolo e continuava affermando che “la Serbia considera il Kosovo, la Bosnia e il Montenegro come Stati provvisori che vuole distruggere” e dunque nessun accordo è possibile con l’attuale presidente Vucic. Questi articoli arrivano sulle scrivanie degli ambasciatori di questi paesi in Italia e a volte anche su quelle dei relativi primi ministri e presidenti e danno un’ interpretazione alquanto distante da quella promossa dalla Farnesina.

Dove allora finisce il diritto di cronaca e dove inizia la propaganda e le Black PR non verificate che danneggiano gli sforzi diplomatici del governo è un quesito che volentieri rivolgeremmo al giornalista professionista Antonio Tajani. 

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