Kosovo: l’unico vero legame tra Russia e Serbia

Al di là della retorica sulla solidarietà slava e ortodossa, la Russia ha poco da offrire alla Serbia attualmente, se non il sostegno continuo nella sua battaglia diplomatica sul Kosovo.

Nessun politico che consideri responsabilmente il proprio ruolo nel panorama politico serbo può rischiare di perdere il sostegno della Russia in relazione all’enigma del Kosovo. E l’eccezionale valore che la Russia riveste per Belgrado è rappresentato dal supporto che il Cremlino assicura al tentativo di evitare che il Kosovo acquisca il pieno riconoscimento della sua indipendenza dalla Serbia aderendo alle Nazioni Unite.

Economicamente e politicamente, la Serbia non ha altra scelta razionale che proseguire sul cammino verso l’integrazione con l’UE. La Russia non può offrire alla Serbia una significativa integrazione economica o politica fino a quando vi sarà una catena di stati membri della NATO che separano la Russia dal Sud-Est Europa.

Così, i colloqui di Lavrov con i leader serbi si sono svolti su un piano ambiguo: il Ministro deve assicurarsi che la leadership di Serbia riconosce pienamente l’importanza della Russia nella regione. Un segno di questa accettazione potrebbe essere rappresentato dall’incremento della cooperazione militare con la Russia, a bilanciare quella con gli Stati Uniti e la NATO. Vucic e il suo entourage, dal canto loro, hanno l’esigenza di sottolineare la loro fedeltà nei confronti dell’Occidente.

La Russia ha perso la sua capacità di proiettare la sua potenza militare verso il Danubio e il Mar Adriatico, poco dopo la fine della Guerra Fredda, quando, nel 2004, la NATO ha completato l’estensione della sua catena di membri dal Baltico al Mar Nero.

Da allora, i suoi sforzi per prevenire un ulteriore allargamento della NATO nel sud-est Europa e almeno attrarre la Serbia nella sua sfera di influenza sono diventati sempre più inutili. Accanto al suo spostamento strategico dal Sud-Est Europa, i tre principali strumenti di influenza russa nella regione appaiono sempre meno efficaci, soprattutto in Serbia.

Il “soft power”, il più antico strumento di influenza, non è mai stato sufficiente a garantire la fedeltà senza restrizioni della Serbia. Anche se serbi e russi condividono radici slave e la religione ortodossa e ricordi di alleanze storiche con la Russia continuano a svolgere un ruolo importante nella costruzione dell’identità della Serbia [anche montenegrina e, in una certa misura, macedone], numerose minoranze etniche della Serbia, come ungheresi e albanesi, sono indifferenti ai legami storici e religiosi con la Russia.

Al contrario, la vicinanza esagerata con la Russia genera tensioni etniche che la Serbia non può permettersi alla luce dei suoi sforzi per aderire all’UE. Non sono pochi i serbi che guardano con scetticismo alla Russia come una grande potenza le cui azioni, come dimostrato da diversi episodi negli ultimi due secoli, non sono sempre state compatibili con gli obiettivi serbi. Il secondo strumento di influenza, la dipendenza del sud-est dell’Europa dalle forniture energetiche russe e dal gas naturale, in particolare, sta perdendo forza.

Nel 2015, la Russia ha abbandonato il progetto di costruzione del gasdotto South Stream, in parte a causa delle condizioni rigorose imposte dall’UE, dei costi elevati di costruzione e dell’andamento incerto dei prezzi per i combustibili fossili.

Come tutti gli altri Stati della regione, la Serbia è membro della Comunità dell’energia dell’UE e ha accettato di adottare il suo acquis. Questo ha impedito alla russa Gazprom di utilizzare South Stream per espandere il suo predominio in Europa sud-orientale. Inoltre, l’UE sostiene finanziariamente la costruzione di interconnessioni di gas nella regione. In data 11 novembre, la Bulgaria e la Romania hanno aperto un nuovo gasdotto che corre sotto il Danubio, nel quadro degli sforzi della Bulgaria per ridurre la sua dipendenza dal gas russo.

La Bulgaria, come la maggior parte degli altri paesi della regione, acquista oltre il 90% del suo gas da Gazprom. Il paese sta anche costruendo gasdotti con la Grecia, Serbia e Turchia.

Belgrado nel frattempo preferisce che Gazprom lasci la Serbia. NIS, la compagnia petrolifera e del gas di proprietà dello Stato, e di cui Gazprom detiene una quota dominante, negli ultimi anni ha ricevuto sorprendentemente poco sostegno da Belgrado nella sua lotta per diventare esente dalle sanzioni dell’UE contro asset russi nei paesi terzi.

Le misure punitive impediscono a NIS il finanziamento da parte delle banche UE per ulteriori investimenti in Serbia e nel Sud-Est Europa, in particolare in relazione alle norme ambientali dell’UE, che la regione è obbligata ad attuare. Se il fastidio di Mosca nei confronti di Belgrado dovesse intensificarsi, Gazprom potrebbe essere indotta ad abbandonare le sue operazioni in Serbia.

Il terzo strumento di influenza di Mosca è la minaccia di utilizzare il suo diritto di veto presso il Consiglio di Sicurezza se l’Occidente tentasse di rendere il Kosovo un membro delle Nazioni Unite. E’ questo l’unico legame stretto tra la Serbia e la Russia, ma solo fino a quando Belgrado continuerà ad insistere che il Kosovo è ancora legalmente parte della Serbia.

Il Presidente Putin ha più volte fatto presente al governo serbo che la Russia non può essere “più serba dei serbi stessi.” Il Cremlino teme che Belgrado accetti prima o poi il riconoscimento del Kosovo come condizione per l’adesione all’UE. Questo strumento di influenza diventrebbe quindi inutile. Il 10 dicembre, in vista della visita di Lavrov a Belgrado, il Ministero degli Esteri russo ha ricordato alla Serbia che essa “può ancora pienamente contare sul sostegno della Russia nel proteggere la sua sovranità e l’integrità territoriale in relazione al Kosovo”, un argomento che non è stato menzionato dal Ministro degli Esteri della Serbia, Ivica Dacic.

Ovviamente, Belgrado non si trova a suo agio quando la dipendenza della Serbia in materia di protezione viene sottolineata dalla Russia. Tuttavia, senza la minaccia di un veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da parte di Mosca, le potenze occidentali potrebbero rapidamente garantire l’adesione del Kosovo delle Nazioni Unite. Successivamente, per Belgrado, accettare la secessione del Kosovo diventerebbe la condizione principale per assicurare l’adesione della Serbia all’UE.

Tuttavia, Bruxelles e i principali Stati membri dell’UE dovrebbero evitare di affrettare il passo per costringere Belgrado a scegliere tra il riconoscimento del Kosovo e l’adesione all’UE. In considerazione della crisi in Europa e del ritmo lento di sviluppo economico e delle riforme nei Balcani occidentali, l’adesione della Serbia non è imminente, in ogni caso. Inoltre, cinque Stati membri dell’UE – Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna – rifiutano ancora di riconoscere il Kosovo, temendo che questo possa incoraggiare movimenti secessionisti nei propri territori.

Fino a quando l’UE è in disaccordo sulla questione del Kosovo, e fino a quando non vi è un trattato di base tra la Serbia e il Kosovo, sarebbe controproducente per l’UE spingere Belgrado o Pristina a prendere decisioni di vasta portata. L’eccessiva pressione occidentale migliorerebbe solo la percezione della Russia come unico alleato.

Se l’UE desidera promuovere a lungo termine l’orientamento euro-atlantico nella regione, deve prima di tutto trovare il modo di affrontare la grave stagnazione economica e gli squilibri finanziari nel sud-est. La Serbia, gli altri stati post-jugoslavi e l’Albania, dovrebbero ricevere l’accesso ai fondi strutturali europei, essere autorizzati a unirsi a meccanismi di stabilità finanziaria dell’UE, e quindi godere di una sorta di adesione “ombra” all’UE.

L’aspetto cruciale è rappresentaton dalla prospettiva di elevare il tenore di vita nei paesi dei Balcani occidentali e di aprire prospettive, soprattutto per le giovani generazioni. Questo è l’unico modo per preservare l’attrazione nei confronti del modello di democrazia dell’UE nell’Europa sud-orientale e limitare l’influenza di altri attori come Russia, Turchia e gli Stati islamici, nonché dell’imprevedibile Trump.

(BalkanInsight, 12.12.2016)

http://www.balkaninsight.com/en/article/lavrov-serbia-may-struggle-to-find-common-ground-12-12-2016

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