La Serbia tra sovranismo e globalizzazione 4.0

Per un paese come la Serbia, che ha puntato la sua strategia di sviluppo sull’attrazione di investimenti esteri ad alta intensità di lavoro, il nuovo scenario di una globalizzazione 4.0, ovvero centrata non più sulla delocalizzazione delle attività manifatturiere ma sullo sviluppo di reti transnazionali di creazione del valore nei servizi, pone questioni rilevanti per i politici e per gli stessi investitori. 

L’ultimo forum di Davos ha lanciato definitivamente il concetto di “globalizzazione 4.0”, la presa d’atto di una trasformazione dei rapporti economici internazionali con la delocalizzazione delle attività manifatturiere che rallenta e cede il passo a catene del valore più corte e vicine ai mercati finali, basate sui servizi e i processi digitali. 

Questa nuova forma di globalizzazione digitale è molto più trainata dalla conoscenza che dal capitale o dal costo del lavoro. A tal proposito il rapporto del McKinsey Institute su cui si basa gran parte del dibattito scaturito dall’ultimo Forum di Davos evidenzia che meno del 20% dell’interscambio di beni fisici è oggi determinato dal basso costo del lavoro. Ci avviciniamo dunque a nuovi processi economici globali che richiederanno più banda larga che alta capacità di traffico fisico; il fattore dirimente di sviluppo saranno le competenze specialistiche dei lavoratori capaci di contribuire con un alto valore aggiunto ai processi e molto meno la forza lavoro prona a stipendi di mera sopravvivenza. 

Alla base di questa trasformazione vi sono due fattori prominenti: la crescita economica dei paesi emergenti (che difficilmente possono essere ancora definiti in via di sviluppo), che hanno consolidato nell’ultimo decennio i mercati e le catene del valore nazionali, riducendo l’export di beni finiti e l’import di beni intermedi; i flussi digitali transnazionali, sia come servizi che come dati, che ineriscono le piattaforme digitali, internet delle cose, l’automazione e l’intelligenza artificiale. 

Il rallentamento dell’interscambio commerciale di beni fisici a seguito del ribilanciamento dei consumi globali ha allarmato l’Economist che ha definito questa fase “Slowbalization”, ma il fenomeno precede le attuali tensioni create dal protezionismo di Trump. Semmai il ragionamento che vi è dietro questi timori è più sottile: se globalizzazione e diffusione globale delle forme della democrazia liberale sono andate di pari passo, almeno negli auspici di chi ha promosso i fenomeni negli anni Novanta, oggi vi può essere il concreto rischio che l’ondata sovranista che attraversa tanti paesi possa sovvertire o indebolire i principi del commercio globale come definiti in questi decenni dal World Trade Organization. Lo stesso fondatore del World Economic Forum di Davos Klaus Schwab ha sottolineato la necessità di un modello di globalizzazione più inclusiva, anche per far fronte alle derive sovraniste.  

La domanda cui proviamo a rispondere è: che posto può avere in questa trasformazione la Serbia, un paese ancora oggi sospeso tra un indirizzo di maggiore integrazione globale e la costante fascinazione per le proposte politiche ed economiche sovraniste? 

Che globalizzazione ha finora vissuto la Serbia?

Per affrontare l’alta disoccupazione e sgravare lo Stato dal pagamento di decine di migliaia di stipendi in aziende statali in liquidazione, i politici serbi che si sono succeduti dal 2001 in avanti hanno puntano ad attrarre investimenti ad alta intensità di lavoro garantendo salari bassi, significativi incentivi statali e una debole sindacalizzazione. Il paese ha così cercato di mutuare alcuni aspetti del modello economico della Macedonia, la quale tuttavia partiva da un livello di sviluppo umano, sociale ed economico molto più arretrato. 

Il paese ha rincorso gli investitori esteri offrendo bassi salari e incentivi a fondo perduto, finendo per attrarre spesso filiere industriali mature, a scarsa innovazione e con bassi investimenti in capitale fisso. L’indirizzo strategico del paese nello scacchiere della globalizzazione era rivolto a produrre beni ad alta intensità di lavoro, come la filiera tessile-abbigliamento-calzature, con lavoratori a basso costo e con qualifiche deboli, al fine anche di incrementare l’export e ridurre il pesante deficit commerciale. Al di là delle tante incognite future, delle abbondanti sovvenzioni e della oggettiva sottoutilizzazione dello stabilimento di Kragujevac, l’arrivo della Fiat nel 2008 fu una svolta che testimoniava la capacità del paese di attrarre una filiera industriale complessa e innovativa come quella automobilistica. 

Nonostante vari investimenti nei settori più evoluti, per tanti la Serbia resta ancora oggi un paese di delocalizzazioni: dopotutto la tipica modalità della globalizzazione come la interpreta il senso comune, che in realtà rappresenta solo il 3% della produzione globale e impiega solo il 3% della forza lavoro globale. In termini di salari medi nel settore manifatturiero, la Serbia è oggi più comparabile con con alcuni paesi africani, quali la Tunisia, con circa 250 euro di salario medio operaio, o l’Egitto, circa 130 dollari, che non con la Cina, dove i salari sono triplicati nell’ultimo decennio raggiungendo la media di 629 euro al mese. 

Nel 2016 un operaio nella provincia costiera del Jiangsu poteva aspettarsi un salario medio annuale di 67,000 rinminbi, pari a circa un milione di dinari, ovvero 8600 euro (dunque circa 720 euro al mese), mentre nelle province interne dello Jiangsi e Yunnan il salario si fermava a 50.000 rinminbi, ovvero 770.000 dinari serbi, ovvero 6500 euro (dunque 540 euro al mese). Il salario netto di un operaio tessile serbo nell’ultimo trimestre del 2018 è stato pari, in media, a 38.883 dinari, pari a 330 euro circa. 

Sulla base dei dati più recenti della Camera di Commercio di Serbia, la crescita dei salari negli ultimi 12 mesi ha caratterizzato tutti i settori produttivi e supera nettamente l’inflazione (a gennaio 2019 in calo al 2,7%). Una personale analisi più approfondita di sei sotto-settori (agricoltura, alimentare, edilizia, automobilistico, abbigliamento e sviluppo software) rivela alcune dinamiche interessanti. Tra 2017 e 2018 i salari nel tessile abbigliamento e nell’edilizia sono cresciuti del 10%, ma rimangono ancora tra i 39000 e i 40000 dinari, sotto i 340 euro al mese netti. Non va meglio al settore della trasformazione alimentare (+6,4%), che con 39.800 dinari resta nella medesima fascia, assieme all’agricoltura (+5,4%), che con 42,469 dinari di salario medio tocca i 360 euro al mese. Questi numeri sono sovrastati dai salari di chi opera nell’informatica, che non solo crescono in un anno del 16% in termini di addetti (superati solo dal boom degli operai della filiera auto), ma arrivano a uno stipendio medio netto di 915 euro. Le 28158 persone ufficialmente impiegate nel settore totalizzano ogni mese un monte stipendi di circa 3 miliardi di dinari, di quasi il 20% superiore al totale degli stipendi netti dei 64146 addetti nel settore dell’abbigliamento. 

Se aggiungiamo al computo anche i salari di alcuni gruppi del settore creativo e quelli degli addetti alla ricerca e sviluppo, arriviamo a circa 60.000 posti di lavoro nel campo della ricerca, dell’innovazione e dello sviluppo digitale con un livello salariale medio (tra i 65 e i 90mila dinari netti al mese) o alto, sopra i 90mila dinari netti. L’analisi dei salari è essenziale per comprendere non solo la domanda di beni stabili (immobili) che può generare questo gruppo sociale, ma anche per definire delle soglie sopra le quali i talenti possono decidere di rimanere nel paese e contribuire al suo sviluppo. 

Sta di fatto che la Serbia si gioca il suo futuro nella globalizzazione 4.0 con circa 60.000 persone che potrebbero fare da traino in termini di creazione di valore nei servizi ad alta intensità di cooscenza. Si tratta di meno del 3% della forza lavoro complessiva del paese, un numero assolutamente inadeguato. Anche considerando tutti coloro che lavorano come liberi professionisti,  questa classe sociale di innovatori non supera il 5% del totale. 

Un numero assolutamente inadeguato per affrontare con successo i cinque cambiamenti della nuova globalizzazione di stampo digitale. 

Le cinque trasformazioni della globalizzazione

Il rapporto McKinsey ha individuato cinque trasformazioni nelle filiere del valore globali che possono essere così riassunte:

1.Le filiere di produzione di beni crescono più lentamente;

2.I servizi giocano un ruolo sempre più importante ma solo parzialmente rilevato;

3.In alcune filiere il costo del lavoro è un fattore meno dirimente;

4.Le filiere globali sono sempre più ad alta intensità di conoscenza;

5.Le filiere diventano più regionali e meno globali

Come impatteranno queste cinque trasformazioni sulla Serbia e quali processi sono già in corso?

In termini tendenziali e non assoluti, si potranno vedere meno investimenti labor-intensive rispetto al passato. Automazione e innovazioni di processo, spinte anche dalla dinamica salariale che, come abbiamo visto per il tessile, inizia a essere relativamente importante, verranno introdotte anche in produzioni mature. Già a novembre scorso si sono tenute conferenze su questi temi a Zrenianin, promossa dall’Università turca di Denizli, e a Varazdin, in Croazia, specificatamente dedicate al tessile.

La regionalizzazione delle filiere produttive dovrebbe mettere in concorrenza la Serbia con i paesi che devono buona parte del loro sviluppo all’industria tedesca, dunque Polonia e Slovacchia in primis.

Mentre è verosimile prevedere una maggiore integrazione economica della Serbia con l’Unione europea sulla base di nuove filiere produttive con Germania e Italia, l’altro asse di sviluppo industriale sarà la localizzazione in Serbia di investimenti asiatici per servire più da vicino il mercato comunitario. Nei fatti già è evidente da tempo l’interesse di paesi come Sud Corea, India e Indonesia a puntare sulla Serbia per raggiungere i consumatori europei a costi inferiori. Dunque la Serbia verrà sempre più interpretata come ponte verso l’Unione Europea e sempre meno ponte verso la Federazione Russa, come si ostina ancora oggi a presentarla la stessa Agenzia di sviluppo della Serbia – RAS.

Nell’analisi di queste tendenze future, che naturalmente non soppiantano le logiche di investimento nel paese finora più diffuse, resta sospesa la domanda forse più affascinante: la Serbia saprà sviluppare una solida economia dei servizi digitali?

Un’agenda per la Serbia 4.0

Una Serbia pienamente integrata nella trasformazione digitale globale dovrebbe essere una priorità non solo per la leadership politica locale, ma anche dei paesi europei che intendono persuadere il paese a non inseguire le sirene sovraniste. 

L’economia digitale viene raccontata come la nuova frontiera del paese e di certo gli esempi positivi di start-up innovative serbe e di investimenti esteri nell’economia digitale non mancano: sarebbe stucchevole presentare un elenco, ma meritano una paralessi almeno le soluzioni di intelligenza artificiale applicata all’agricoltura dell’Istituto Biosense di Novi Sad e l’internet of things della Scheiner Electric che ha superato i 40 milioni di euro di lfatturato nel 2017. Altrettanto significativo lo sforzo di dematerializzazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione, che ha portato a risultati tangibili in molti campi, dal fisco al catasto, dall’anagrafe ai servizi sanitari. Risultati raggiunti con investimenti e personale ben inferiori a quello di altri paesi.

Nonostante tutto questo, resta il fatto che creativi e innovatori serbi non superano la soglia delle 60.000 unità: poco più del 3% della forza lavoro nazionale e non più del 4% del PIL. Un limite di cui poco si parla ma non è realistico pensare di sviluppare una vera economia digitale e dei servizi a valore aggiunto basati sulla conoscenza e la creatività fino a quando questa classe professionale sarà dimensionalmente tanto trascurabile. 

Secondo i dati del rapporto della Banca Mondiale dal titolo Creative Industry – Policy Note redatto  a dicembre 2017 su richiesta diretta del primo ministro Brnabic, l’export di questo settore economico della Serbia nel 2016 ammontava a 356 milioni di dollari, il 2,13% del totale dell’export di questo settore dei paesi dell’Europa sud orientale, la quale a sua volta rappresenta il 3,2% dell’export mondiale. E i dati si riferiscono anche una interpretazione “larga” del settore, che ricomprende anche settori come l’editoria o tutta la filiera pubblicitaria. A questi limiti numerici si aggiunge il paradosso di un potenziale occupazione già saturato, con la ricerca dei talenti che diventa sempre più faticosa e onerosa anche a fronte di numeri così piccoli. Non si vuole però derubricare il settore a mera montatura promozionale, ma evidenziare l’urgenza che ha il paese di dotarsi di una robusta politica industriale nel settore della creatività e dell’innovazione se vorrà davvero uscire dalla rappresentazione di un paese solo di braccia in cerca di qualsiasi lavoro. In tal senso si è costituita la Digital Serbia Initiative, prima struttura di lobby per una maggiore digitalizzazione del paese.  Ma la domanda che resta centrale è: vi è una base sociale abbastanza ampia e una volontà politica abbastanza forte per sostenere la trasformazione digitale (e implicitamente culturale) del paese?

La piattaforma Serbia Creates promossa dal primo ministro Ana Brnabic è il primo vero tentativo di riposizionare l’immagine del paese sulla scacchiera dell’economia della conoscenza, ma sconta anche i limiti di essere più una vetrina e un’aspirazione che un insieme organico di provvedimenti per indirizzare la politica economica. In tal senso l’Unione europea potrebbe essere di ispirazione e indirizzo declinando la sua Agenda Digitale sulle urgenze serbe, quali gli investimenti in ricerca e sviluppo, la creazione di una rete internet ultraveloce accessibile a tutti, l’alfabetizzazione digitale, lo sviluppo di una economia dei dati e della innovazione. I recentissimi dati sul boom dell’export serbo di servizi ICT, che ha raggiunto un export di 1,153 miliardi di euro in crescita del 26% sul 2017, se pure sono da festeggiare, devono far riflettere perché si tratta di un risultato raggiunto quasi senza l’utilizzo di incentivi pubblici (eccetto NCR), da un settore che potrebbe fare ancora meglio se sostenuto da una politica industriale nazionale coerente. 

Vi è in Serbia una base sociale abbastanza ampia e una volontà politica abbastanza forte per sostenere la trasformazione digitale (e implicitamente culturale) del paese?

Anche l’Italia potrebbe fare la sua parte. Il piano nazionale Impresa 4.0 potrebbe essere di forte ispirazione per i legislatori serbi. L’iper e super ammortamento dell’automazione industriale potrebbe aiutare a far uscire la Serbia dalla condizione di parco archeologico dei macchinari industriali europei. Il credito all’innovazione potrebbe consentire di aiutare il dilemma classico tra alimentazione del circolante e investimenti in ricerca e sviluppo. Gli accordi per l’innovazione potrebbero avere carattere transnazionale per condividere i risultati dei progetti di ricerca applicata. Anche il Patent Box (che in Italia ha dato luogo a una banale detassazione dei veri asset aziendali in campi come la moda) potrebbe incentivare la promozione di un contesto più favorevole alla tutela della proprietà intellettuale. 

Con realismo, bisogna dunque dire che la Serbia di oggi, sospesa tra urgenze occupazionali immediate e aspirazioni a sviluppare una società della conoscenza, non è ancora un paese pronto per una trasformazione della sua economia in senso digitale. Ma la sfida non è solo economica. Se i paesi occidentali vorranno dialogare con un paese moderno e civile, capace di frenare la fuga dei cervelli e di produrre sempre più innovazione tecnologica e avanzamento sociale, dovranno impegnarsi a far crescere e prosperare una classe di innovatori con autonomia di portafoglio e, soprattutto, di pensiero. 

Biagio Carrano

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Linkografia: 

https://www.weforum.org/agenda/2017/02/why-globalization-isnt-it-in-retreat-its-gone-digital

https://www.mckinsey.com/business-functions/digital-mckinsey/our-insights/digital-globalization-the-new-era-of-global-flows

https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-01-22/davos-2019-is-all-about-globalization-4-0-so-what-is-that

https://www.economist.com/leaders/2019/01/24/the-steam-has-gone-out-of-globalisation

https://www.nbs.rs/internet/latinica/18/18_3/prezentacija_invest.pdf

https://www.serbiacreates.rs/uploads/creative-industries-policy-note.pdf

http://www.pks.rs/ArhivaSektorskihBiltena.aspx?id=3033&idjezik=1

https://vojvodinaictcluster.org/wp-content/uploads/2018/05/ICT-in-Serbia-–-At-a-Glance-2018.pdf

http://www.stat.gov.rs/sr-latn/vesti/20190131-prema-administrativnim-izvorima-71919-zaposlenih-vise-nego-prosle-godine/?s=2402

https://www.serbianmonitor.com/en/143-million-eur-invested-in-domestic-startups/

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