La Serbia mai così lontana dall’Unione europea

Nella vita come in politica, viene un momento in cui comprendere e accettare che un ciclo è finito. Si può trattare di un’esperienza lavorativa, di una relazione, come anche del percorso politico che si è intrapreso e interpretato. 

È quello che non è riuscito a fare Boris Tadic, presidente della Repubblica per due mandati, dal 2004 al 2012, che alle elezioni di domenica 3 aprile ha raggranellato un malinconico 1,67%. E non sembri straniante agli elettori più superficiali che si inizi scrivendo di Tadic, perché il brizzolato ex presidente ha rappresentato nei suoi anni al potere la massima espansione del sentimento filo-europeo nel paese, quando la prospettiva di raggiungere nell’arco di una generazione gli standard di vita occidentali premiava nel 2008 il Partito Democratico, guidato da Tadic con lo slogan “Per una Serbia europea”, con il 38% dei voti, che aggiunto ai voti dei liberaldemocratici di Cedomir Jovanovic e altri partiti minori definiva un bacino di consenso filoeuropeo pari ad almeno il 45% dei votanti. Invece in quindici anni, nell’arco di meno di una generazione, l’esplicito consenso elettorale per l’opzione europeista si è ridotto a meno della metà, forse appena un terzo. 

Questo dovrebbero comprendere a Brussels, come a Berlino, Parigi e Roma: che tatticismi, incertezze e inadeguatezze negoziali prima e la guerra in Ucraina oggi hanno fatto fiorire in Serbia tante destre nazionaliste e un sentimento di affinità con la Russia mai così forte. 

Anche grazie al naturale orientamento dell’elettorato a non promuovere cambiamenti quando aumentano i fattori di insicurezza, Aleksandar Vucic ha potuto raggiungere un successo che trenta giorni fa sembrava insperabile nelle dimensioni assunte, vincendo una tripla scommessa: quella sulla sua longevità politica, quella su una crescita economica non vincolata alla prospettiva europeista, quella su una azione diplomatica multipolare che subirà, quest’ultima, fortissime pressioni a partire già da questa settimana.  

Anche se il suo partito arretra rispetto alle ultime elezioni comparabili, quelle del 2016 (dal 48,3 al 42,9%), Vucic deve ritenersi estremamente soddisfatto per aver retto l’onda di destra, fatto questo che farà pesare nei suoi colloqui con americani ed europei: “Dietro di me monta una destra sciovinista, tradizionalista, sovranista, omofoba, russofila, che solo io posso tenere a bada”, dirà più o meno, in un gioco parlamentare che si riapre dopo la precedente legislatura dell’unanimismo (249 deputati per il governo su 250). 

Milica Djurdjevic Stamenkovski regalò a Serghej Lavrov una foto delle truppe russe che collaborarono alla liberazione di Belgrado nel 1945.

Le destre serbe siederanno ovunque nell’emiciclo assembleare. Destra dichiaratamente sovranista, antieuropea e putiniana è quella rappresentata dalla volitiva Milica Djurdevic Stamenovski, che, partita dalle file del partito radicale, ha costruito la visibilità del suo Partito serbo dei Patroni (Srpska Stranka Zavetnika, 3,74% dei voti) sulle reti televisive filogovernative. Bisogna pur dire cosa significa nella cultura serba il termine “zavetnik”. Gli “Zavetnici” sono i patroni della famiglia serba arcaica e del suo podere, assimilabili ai lari e penati dei latini, alla cui protezione i militari si affidavano quando partivano per la guerra. Appare dunque chiara la connotazione tradizionalista del termine e i sentimenti che suscita nell’animo serbo. La Djurdjevic Stamenovski, figlia di un reporter di guerra amico di Vojislav Seselj, è stata invitata alla Duma ed è riuscita a farsi fotografare con il ministro degli esteri russo Lavrov. È risultato così facile incassare parte del dividendo elettorale dell’ondata filorussa che ha attraversato il paese dal 24 febbraio. 

La destra dio, patria e famiglia di Dveri (3,83% dei voti) è stata forse penalizzata da una certa estremizzazione e violenza verbale da sempre marchio di fabbrica del suo leader Bosko Obradovic. Si tratta di una tecnica di cui è stato maestro Vojislav Seselj ma che oggi non funziona più: il paese si è radicalizzato di nuovo ma senza intemperanze verbali. Dveri è un termine slavo arcaico che indica propriamente non la generica “porta”, ma i portali delle chiese e dei monasteri, i portali metafore della conoscenza e dell’esperienza religiosa. Per questo il programma politico è potremmo dire di stampo salazariano, un clerico-fascismo basato sul sostegno e sull’espansione della famiglia tradizionale, su un ritorno ai valori arcaici e contadini distrutti dalla modernizzazione e dalla globalizzazione, su forme di autarchia economica e incentivando gli imprenditori serbi e non quelli stranieri. 

Milos Jovanovic, ritratto qui nel saluto nazionalista delle “tre dita”, ha già garantito l’appoggio ad Alessandra Vucic sia a livello nazionale che a Belgrado.

Il successo superiore alle attese di Milos Jovanovic (5,39% dei voti), il presidente del Partito Democratico di Serbia laureato e dottorato alla Sorbona, è stato frutto di coloro che hanno cercato a destra una proposta politica euroscettica, anti-NATO, tradizionalista, ma senza i toni esagitati o i richiami a un’arcaica età dell’oro che caratterizzano Zavetnici e Dveri. Come per questi ultimi, anche per Jovanovic il Kosovo è parte integrante della Serbia e va tutelato da quello che si ritiene essere un’abusiva sottrazione di territorio orchestrata da USA e altre potenze europee. Per almeno un decennio, Jovanovic è stato nel cerchio dei più stretti collaboratori dell’ex presidente conservatore della Repubblica Vojislav Kostunica, come lo è stato anche più a lungo il candidato sindaco a Belgrado per la coalizione Unione per la vittoria della Serbia (13,57%), il classicista e diplomatico Vladeta Jankovic. L’81enne Jankovic non si è trovato a caso nella coalizione promossa e finanziata dal tycoon Dragan Djilas: quando quest’ultimo era segretario del Partito Democratico dopo aver defenestrato Boris Tadic, Djilas si fece scrivere il programma politico da Goran Vesic, vice sindaco uscente di Belgrado in quota SNS e futuro suo grande nemico politico ma allora ancora nelle file democratiche, che lo invitava a fare una politica moderatamente di centro-sinistra anche se, ammetteva Vesic “si sa che sei profondamente di destra”. Dunque anche la coalizione guidata da Marinika Tepic è un partito sostanzialmente di destra, per quanto filoeuropeo, moraleggiante e tecnocratico, al cui interno si trova il Partito Popolare (Narodna Stranka) dell’ex ministro degli esteri in quota DS Vuk Jeremic, già segretario generale dell’assemblea delle Nazioni Unite quando fece suonare la marcia nazionalista “Mars na Drini” al Capodanno ONU del 2013, suscitando non poche contestazioni. 

Vi è tuttavia una differenza importante: la coalizione della Tepic è un partito politico nettamente contrario ad Aleksandar Vucic, mentre Dveri, Zavetnici e Jovanovic sono considerati essere quinte colonne dello stesso Vucic nel variegato e ampio bacino elettorale della destra serba. 

A Belgrado il futuro sindaco Aleksandar Sapic si coalizzerà con socialisti e Jovanovic.

Non si può di certo considerare di sinistra neanche il Partito Socialista di Ivica Dacic (11,5% dei voti), che rappresenta i centri di potere statale ed economico sopravvissuti alla caduta della Jugoslavia di Milosevic e ancora oggi capace di rigenerarsi ammantandosi di una dose di populismo per vellicare un elettorato nostalgico quanto socialmente marginale. La presenza dei sindacati nelle liste socialiste non tragga poi in inganno: in Serbia i sindacati statali organizzano per lo più gite di svago per gli associati e mercatini negli edifici pubblici dove vendono a rate insaccati, formaggi e vestiario. Certo, è gestione del consenso anche le vendita in sei comode rate del prosciutto per la feste in famiglia e le gite con pernottamento di una notte nei centri termali, ma questo è un po’ distante da una qualche idea di conflitto sociale per migliori condizioni di vita. 

L’SNS di Vucic e tutti i partiti accreditabili pienamente a destra, quindi escludendo comunque Alleanza per la Vittoria della Serbia e Socialisti, hanno dunque superato il 60% dei consensi di questa tornata elettorale. 

La strategia di Vucic di costruirsi dei paracadute a destra nel caso non fosse riuscito a vincere al primo turno, ha creato le condizioni per rafforzare dei partiti che, a parte Milos Jovanovic, già pronto a coalizzarsi ovunque con Vucic, potrebbero guadagnare ulteriore consenso giocando il ruolo di opposizione parlamentare da destra. Se pure Vucic in questo scenario riuscisse ad accreditarsi come l’uomo della moderazione e della stabilità, vi è il rischio che certi discorsi sciovinisti, sovranisti e tout court xenofobi trovino sempre maggiore spazio in parlamento e nel dibattito pubblico serbo. 

Il quarantenne Dobrica Veselinovic ha raggiunto con la lista Moramo il terzo posto a Belgrado, dietro SNS (38,8%) e Alleanza per la Vittoria della Serbia (20,4%)

Non potrà di certo contrastare questa deriva l’unico partito di sinistra ed ecologista che entra in Parlamento: la coalizione Moramo (Dobbiamo, 4,63% dei voti su base nazionale, ma 10,5% a Belgrado), il cui nome assertivo forse ha fatto perdere più che guadagnare voti in un paese libertario se non esplicitamente anomico. Non saranno certo 12 eletti in Parlamento e 14 all’assemblea cittadina di Belgrado a poter contrastare le voci della destra, ma almeno una certa area culturale democratica e radicale ha oggi una rappresentanza politica non ingabbiata nelle logiche di partiti più grandi e acchiappatutto come nel defunto partito democratico. 

In questo scenario i tentativi di Unione Europea e NATO di disciplinare la Serbia e la sua politica estera di preminenza regionale e di diplomazia multipolare potrebbe avere esiti tragici. Vi sono forti interessi a creare un nuovo fronte ai confini diretti dell’Unione europea, un fronte magari non di conflitto esplicitamente militare, ma di tensione continua per alimentare costanti frizioni di destabilizzazione reciproca tra i blocchi che si stanno già confrontando in Ucraina. La Serbia, come spesso le capita, si trova a essere attraversata da queste faglie geopolitiche e a tentare anche ambiziosamente di cavalcarle. 

Il messaggio che ha chiaramente mandato l’elettorato serbo è di allontanamento dalla prospettiva europeista. Se vi saranno ancora trattative di adesione, esse saranno portate avanti con ancora meno entusiasmo e impegno di prima. Ma questo significherà mettersi per lo gran mare aperto di un nuovo ordine multipolare in cui i vascelli piccoli rischiano di essere travolti dalle onde scatenate dalle grandi portaerei globali. 

Biagio Carrano

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