La protesta bosniaca giungerà in Serbia?

Le violente manifestazioni di questi giorni in varie città della Federazione bosniaca hanno acceso il dibattito sulla possibile estensione delle proteste anche in Serbia.

Le manifestazioni sono iniziate mercoledì a Tuzla, per poi rapidamente estendersi ai maggiori centri del Paese: i momenti più drammatici si sono vissuti venerdì, quando nel centro di Sarajevo sono stati incendiati la sede del Governo cantonale, il palazzo della Presidenza della Federazione e l’Archivio nazionale, che contiene documenti risalenti al periodo della dominazione asburgica (una parte di essi, considerata di valore inestimabile, è andata persa nel rogo). Anche a Tuzla, Mostar, Bihac e Zenica le manifestazioni sono state molto violente e sono stati dati alle fiamme edifici governativi. Oggi le proteste sono continuate, anche se in modo più tranquillo: a Sarajevo una manifestazione di oltre 200 persone ha bloccato il traffico fino alle ore 20 circa, chiedendo le dimissioni dei Governi del Cantone e della Federazione. In queste ore si sta tentando di fare un bilancio della situazione: per quanto riguarda le mere cifre, i feriti sono centinaia (circa 200 nella sola capitale) e i fermi sono decine; oltre a ciò, ci si chiede se le manifestazioni siano il segno di una svolta nel dibattito politico del Paese. Un Paese con un tasso di disoccupazione ufficiale che sfiora il 30%, privatizzazioni contestate e un livello di povertà ormai insostenibile.

In Serbia la situazione viene osservata con un misto di preoccupazione e solidarietà per i manifestanti: anche se non ci sono segnali che possano far pensare ad un (almeno immediato) dilagare delle proteste nel Paese, il malcontento nella popolazione è alto. Nell’opinione pubblica si è aperto il dibattito sugli scenari futuri, in cui vengono ritenute possibili manifestazioni violente in altri Paesi della regione (in un articolo di ieri, l’edizione on line del quotidiano Blic paventava possibili proteste anche in Croazia). In una dichiarazione all’agenzia Tanjug, il Ministro del Commercio e delle Telecomunicazioni Rasim Ljajic ha detto di non ritenere pensabile l’eventualità che lo scenario bosniaco si ripeta in Serbia: “Non credo che possa verificarsi qualcosa di simile. In Serbia c’è stabilità politica, nonostante tutti i problemi che abbiamo. Questa non è né una scusa né un alibi. Anche in Serbia la situazione economica è difficile, perché quando la disoccupazione è al 25%, non esistono parole che giustifichino la situazione e non si può certo dire che da noi le cose vanno bene. E’ certo una situazione dura, ma dal punto di vista economico molto migliore di quella in Bosnia”.

proteste a tuzla

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