La lista “Doing Business” truccata per attrarre più investimenti esteri?

La Banca Mondiale sta attualmente “setacciando” gli ultimi cinque rapporti “Doing Business”, lista molto cara a Vucic che misura la “qualità del contesto imprenditoriale”, in quanto vi sono sospetti che alcuni Paesi abbiano compiuto progressi o subito cadute ingiustificate. La professoressa della Facoltà di Economia di Belgrado, Danica Popović, afferma che nel caso della Serbia la lista è solo uno strumento politico e uno dei meccanismi di sostegno della comunità internazionale al Presidente Aleksandar Vučić.

“Cambiamenti metodologici” è la giustificazione usata dalla Banca Mondiale per spiegare un salto o un calo significativo di una nazione nell’elenco “Doing Business”, che classifica i Paesi in base all’ambiente economico.

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La lista è stata promossa sin dalla sua prima edizione, nel 2002, come una “roadmap” di qualità per gli investitori che valutano in quale Paese investire i propri soldi.

La Serbia è dentro dal 2007, e nel periodo dal 2014 al 2016 il Paese balcanico ha “saltato” ben 44 posizioni, dal 91° al 47° posto, vantandosi allora per un “salto di qualità” nel progresso economico, anche se a causa di un cambiamento nella metodologia in realtà il progresso era stato inferiore.

Nel frattempo, cresciuto il sospetto, come ha scritto di recente il “Financial Times”, che la posizione di Paesi come Cina, Arabia Saudita o Cile fosse aumentata o diminuita per ragioni “non economiche”, la Banca Mondiale ha deciso di rivedere a fondo la metodologia utilizzata.

“Non solo la Serbia, ma tutti i Paesi che hanno a cuore gli investitori stranieri hanno “truccato” il loro posizionamento, nel senso che hanno applicato e implementato superficialmente le riforme nelle aree che la Banca mondiale analizza nella lista “Doing Business”, spiega la professoressa della Facoltà di Economia belgradese Danica Popovic.

Secondo lei, un buon esempio di tale pratica è l’India, che ha fornito i dati solo per la città di Mumbai, ricevendo molti punti per il miglioramento dell’ambiente lavorativo, sebbene il resto del Paese non abbia elettricità per almeno quattro ore al giorno.

Nel caso della Serbia, la Banca Mondiale prende in considerazione solo i dati per Belgrado, anche se è noto che le condizioni commerciali sono molto diverse da città a città nel Paese balcanico.

Il professore Milojko Arsić, ritiene che il punto debole della lista sia proprio il desiderio di essere “accurata e verificabile”.

“Ecco perché è successo che per avere un posto migliore in classifica, in Serbia sia bastato abbreviare il termine per il rilascio dei permessi di costruzione, senza però grandi progressi nel campo dell’edilizia o dell’urbanistica”.

Molti Paesi hanno così migliorato il loro rating, ma non il contesto economico reale, quindi è successo che fossero molto alti in classifica nella “Doing Business”, ma non nelle liste che valutano la qualità dell’amministrazione statale o il livello di corruzione.

“La conseguenza di un simile approccio è che le “riforme forzate” aumentano la corruzione, ma c’è un altro tipo di danno che la Serbia subisce”, avverte Danica Popovic. “Non importa quanta corruzione, scandali o poca crescita ci sia; i funzionari della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale diranno comunque che la Serbia può raggiungere un tasso di crescita del 7% o di più, il che è una cosa assurda”.

Lei crede che la ragione risieda nel fatto che l’intera comunità internazionale sta facendo pressioni al Presidente Aleksandar Vučić nella speranza che risolva favorevolmente la questione del Kosovo.

“Anche se la lista “Doing Business” venisse abolita la Serbia sarebbe comunque classificata molto in alto, qualunque cosa succeda qui quando si tratta di corruzione, mafia, affari illeciti, perché il nostro Paese è diventato partner in un progetto politico che non ha niente a che fare con l’economia”.

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