La diversità delle visioni di una società desiderabile nei movimenti di protesta del 1968, 1991, 2000 e 2024

Di Todor Kuljić, sociologo e docente universitario 

Le elezioni si avvicinano e gli attori politici si agitano. È necessario essere sufficientemente riconoscibili e distinti, ma al contempo occorre tenere conto delle inclinazioni consolidate dell’elettorato. Nemmeno la politica più coerente è sempre un equilibrio perfetto tra principi saldi e pragmatismo.

Nel 2000, Milošević avrebbe potuto essere rovesciato senza il pragmatismo dell’eterogenea Opposizione Democratica della Serbia (DOS)? Per quale motivo l’allora maggioritario Partito Democratico incluse nella DOS sia i nazionalisti sia gli autonomisti? Può l’odierna lista studentesca seguire un analogo pragmatismo? E questo pragmatismo deve essere considerato come opportunismo o come un adattamento necessario, seppur riluttante, a un elettorato nazionalmente sensibile?

Quanta difesa dell’interesse nazionale è necessaria nella lotta contro la corruzione statale? E quanto anticapitalismo risulta dannoso se è impossibile presentarsi alle elezioni senza uno sponsor finanziario? Possono i liberali antinazionalisti marciare separati ma colpire uniti insieme alla destra conservatrice, oppure soltanto un fronte unito di forze d’opposizione ideologicamente diverse garantisce la vittoria elettorale?

Dilemmi elettorali di questo tipo avevano già preannunciato crepe nazionali all’interno del movimento di protesta a metà del 2025. L’agitazione ideologica e una parziale conversione della protesta sono diventate visibili dopo la ricorrenza di San Vito (Vidovdan) del 2025, quando gli organizzatori delle proteste hanno invitato ai comizi anche i nazionalisti.

Il presagio delle elezioni richiedeva già allora elasticità, ossia uno spostamento della retorica di protesta per andare incontro ai gusti degli elettori etnocentrici? Va detto subito che non ogni rivendicazione nazionale è nazionalista e non tutti i cambiamenti sono sinonimo di incoerenza.

Le evoluzioni delle rivendicazioni delle proteste studentesche e civili in Serbia nell’ultimo mezzo secolo sono state normali e auspicabili.

«La caducità è vita, ciò che non passa è morto» (Ivo Andrić). I cambiamenti portati dai diversi intrecci generazionali di esperienze e aspettative sono stati ancor più naturali. Per questo è comprensibile la diversità delle visioni di una società desiderabile (dei passati futuri) nei movimenti di protesta del 1968, 1991, 2000 e 2024.

Le visioni delle generazioni ribelli sono sempre state delimitate dai diversi confini della coscienza epocale egemone. Il pluralismo delle proteste menzionate è il pluralismo dei tempi storici, dei diversi rapporti di forza tra le classi e della varietà dello spirito del tempo. Nonostante questa cautela storica, né le nuove performance né le richieste di procedure ed elezioni più corrette possono costituire la cifra storicamente autentica dell’attuale generazione in protesta. Essa può essere soltanto la sintesi tra nuove esperienze e aspettative sociali.

Tuttavia, da questo punto di vista la protesta non differisce molto dal potere in Serbia. L’assenza di una marcata dimensione sociale nella protesta può indurre gli elettori a pensare che non vi siano grandi differenze. È in atto una forte resistenza procedurale, performativa e assembleare alla corruzione, ma non all’insieme socio-economico, ossia al capitalismo.

«Non rincorriamo le poltrone» non è una richiesta pericolosa per il sistema, così come non lo è la resistenza alla politica intesa come mestiere intrinsecamente corrotto. La tutela dell’ambiente non può rappresentare il soffitto delle rivendicazioni sociali, né il blocco di strade e piazze costituisce un ostacolo sufficiente alla circolazione del capitale.

Nel baccano attorno alle procedure, la questione sociale è rimasta inespressa. Non si tratta di un’aspettativa tradita, poiché il capitalismo è stato normalizzato da tempo. Il profitto non è diventato morale, bensì sovramorale. Lo spirito del tempo ha ristretto l’autocoscienza sociale della giovane generazione.

Non si tratta di alcuna ironia della storia, ma del risultato di un nuovo rapporto di forza tra le classi. I ricchi non hanno più paura. La avidità è stata normalizzata. Lo spirito del tempo impone confini a ogni generazione, ma al suo interno le sblocchi di valori universali avvengono in modo disuguale.

Esistono anche generazioni restauratrici. Per stabilire la necessaria distanza dal regime, il programma elettorale della protesta deve essere socialmente radicalizzato. Questo non è facile, poiché la sinistra all’interno della protesta è debole. L’Altro politico è immerso nell’Uno economico. L’Uno economico (il capitalismo onesto come obiettivo di entrambe le parti in conflitto) frena l’Altro politico operante (la lotta alla corruzione).

Come lottare contro la corruzione che è inevitabile in un sistema in cui lo status morale del profitto non è minacciato? Con difficoltà. La protesta non si è occupata di questo e di conseguenza non ha potuto distanziarsi a sufficienza dal regime, nonostante le forti ostilità politiche e i conflitti nelle piazze.

Le forti divergenze politiche non sono state sufficientemente antagonizzate sul piano economico. L’Uno borghese (e non civile) tiene sotto la stessa cupola sia la protesta sia il regime. Le visioni e gli obiettivi del sistema si riversano nelle visioni della protesta. Non c’è uno scontro sociale. Tuttavia, il potere è in vantaggio perché senza uno sponsor finanziario non esiste campagna elettorale di successo.

Possono gli studenti, in quanto «parte senza parte», entrare in campagna elettorale senza denaro? O i comizi tenuti finora sono sufficienti, rendendo superfluo uno sponsor?

Ad ogni modo, oggi in Serbia è inefficace sottolineare l’antagonismo tra l’avere e l’essere, tra la mente e il potere, tra l’individuo spirituale e quello economicamente insaziabile.

In Germania e in Francia questa tensione non è stata dimenticata. Da noi non funziona. Non è sufficiente la distruzione morale del potere, bensì una distruzione creativa e operativa di un sistema che è socialismo, ma solo per il capitale che si appoggia sui sussidi del bilancio statale.

Convertire operativamente l’instabilità non progressista in instabilità progressista significa riconoscere in modo nuovo la contemporaneità del non contemporaneo. Non teoricamente, ma praticamente. Non si tratta della coesistenza tra digitalismo e Chiesa, tra smartphone e processioni religiose, bensì dell’abilità di trovare finanziatori per una giustizia sociale alternativa, laica e non etnocentrica.

Se dietro la repubblica del mercato digitale si cela il dispotismo del profitto moralizzato, e dietro datori di lavoro, investitori e imprenditori si nascondono sfruttatori moralmente riabilitati, è possibile tuttavia condurre una campagna elettorale senza l’aiuto di questi ultimi?

È necessaria una diottria bifocale nel riconoscere il male sociale. Oltre all’aspetto procedurale, non bisogna dimenticare quello sociale. Non è facile in un’epoca in cui i ricchi sono impavidi. Possono gli studenti ribelli essere un’avanguardia in grado di attivare anche la resistenza al male sociale, e non solo alla procedura corrotta?

Se non possono cambiare il sistema, possono almeno intaccarlo facendo appello a un elettorato che ritiene il profitto immorale? Forse sì, perché non bisogna sottovalutare ciò che è rimasto inespresso sul piano sociale. Ma come trovare un alleato finanziario che attivi i sentimenti anti-profitto? Esistono capitalisti suicidi?

Non ve ne sono, eppure va detto che è una potente illusione credere che i media liberi risolveranno tutto senza integrare la prospettiva sociale. Non lo faranno. Anche perché, aprendo nuovi stabilimenti esteri per lo sfruttamento della forza lavoro locale, il regime è in grado di neutralizzare le richieste della protesta: «Non volete forse diventare ricchi anche voi?». Il capitalismo onesto (contradictio in adjecto) è il perno morale dell’Uno, l’esclusivo moralismo dell’insieme da cui la protesta non riesce a staccarsi.

In questo contesto non cambia la sostanza il fatto che gli imprenditori locali siano pigmei rispetto ai giganti stranieri nel capitalismo periferico serbo. Sebbene parlare di sindacati alla Linglong sia ridicolo, nella risposta al progetto arabo Beograd na vodi (Belgrado sul fiume) e agli investimenti cinesi la protesta pecca comunque della mancanza di una diversa visione dell’economia sociale. Il precariato non è sceso al fiume.

Per questo occorre tracciare una demarcazione dal regime più chiara sul piano economico e non procedurale: attraverso la socialdemocratizzazione, lo Stato sociale e l’economia sociale, anziché tramite lo Stato di diritto liberale che è in sostanza un capital-parlamentarismo. È evidente che non sia un’economia più onesta, bensì una più sociale a costituire il «filo spinato» tra i due mondi: da un lato il lavoro, i sindacati e l’edilizia sociale ecologica, dall’altro i tycoon e l’urbanistica degli investitori.

Una procedura più onesta non serve a nulla in questo caso, poiché le leggi sono modellate su misura del capitale. Senza contare che non esistono media liberi se è consentito il libero acquisto dei canali televisivi.

Se gli studenti disoccupati non dispongono di capacità mediatiche, come possono trovare uno sponsor elettorale per le loro richieste? Come convincere un finanziatore solvibile che la sovranità dell’accumulazione illimitata non è la garanzia della libertà, bensì il fondamento di quello Stato di diritto in cui il citoyen (cittadino) è un mero elemento decorativo, mentre il bourgeois (il ricco) ne è il reale proprietario? Non c’è alcuna possibilità.

Quanto rimangono accademici tutti i suddetti principi no-profit rispetto alla base finanziaria delle elezioni? Le elezioni non richiedono forse, di conseguenza, slogan concreti differenti? Per attirare gli elettori non basta dire che gli studenti hanno scosso il socio-sciovinismo senza però aver aperto il «cluster» dell’economia sociale.

È più difficile rispondere alla domanda su quale sia la misura ragionevole di difesa dell’interesse nazionale per gli studenti alle elezioni e quale sia il prezzo necessario per il sostegno degli sponsor finanziari nella campagna. Le elezioni richiedono risposte reali, non performance di impatto né teoria astratta. Non bisogna dimenticare che sul polo nazionale c’è affollamento, mentre il campo sociale rimane sguarnito.

(Danas, 26.08.2026)

https://www.danas.rs/dijalog/licni-stavovi/raznolikost-vizija-pozeljnog-drustva-kod-protestnih-pokreta-iz-1968-1991-2000-i-2024-godine/

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