La clericalizzazione della Serbia

Il ministro dell’Istruzione Dejan Vuk Stanković ha annunciato la scorsa settimana alcune modifiche, ovvero l’adozione di una nuova Legge sull’istruzione superiore, la cui novità principale sarebbe l’apertura del mercato universitario serbo all’arrivo di “rinomati atenei stranieri”.

La comunità accademica è insorta, sostenendo che questa mossa crei un “clima di scontro politico” con le facoltà statali, con l’obiettivo di svilirne la reputazione riconosciuta a livello internazionale attraverso la creazione di una concorrenza sleale.

Un giudizio analogo viene espresso riguardo all’idea di fondare l’Università ortodossa serba San Sava, resa nota l’8 maggio attraverso la firma di un Memorandum d’intesa tra il Governo della Serbia e la Chiesa ortodossa serba. Sebbene di questa futura istituzione si sappia solo che “erediterà l’amore per la patria come uno dei suoi valori più alti”, secondo l’osservazione del presidente Aleksandar Vučić, molti dettagli di gran lunga più importanti rimangono tuttora sconosciuti.

Molte incognite

Di conseguenza, le parti interessate si chiedono quali istituti di istruzione superiore andrebbero a comporre questa università “patriottica”, chi vi insegnerebbe, chi la frequenterebbe, come verrebbe accreditata e finanziata e, cosa forse più importante, se per essa varrebbero i principi di autonomia accademica che le altre università (presumibilmente) possiedono.

L’unico elemento su cui il pubblico può basarsi al momento è l’ipotesi che il perno di questa istituzione sia la Facoltà di teologia ortodossa (PBF), attualmente membro dell’Università di Belgrado. Tuttavia, la realtà dei fatti smentisce questa tesi. La scorsa settimana si è tenuto l’esame di ammissione per l’iscrizione alla PBF, il che dimostra la mancanza di intenzione da parte della dirigenza di cambiare alcunché nei prossimi cinque anni, periodo in cui rimangono validi i programmi di ricerca scientifica adottati circa un mese fa, come fa notare il teologo Blagoje Pantelić.

“Tuttavia, potrebbe facilmente accadere che le matricole della PBF cambino ateneo dall’oggi al domani, a giudicare dall’intervento del metropolita Irinej Bulović, il quale ha dichiarato esplicitamente durante il Sinodo di maggio che l’Università San Sava inizierà le attività a settembre. A quanto mi risulta, il patriarca Porfirije non ha smentito queste affermazioni”, osserva Pantelić.

Nel precisare che il Memorandum non vincola nessuno, Sua Santità ha poi accennato ad alcune delle possibili modalità di finanziamento dell’università: attraverso donazioni di “ricchi serbi” e tramite “l’acquisto di facoltà private che operano in attivo”. Il presidente della Repubblica Aleksandar Vučić, presente alla firma dell’atto, è stato un po’ più “preciso”, rivelando che “la formazione teologica dei futuri sacerdoti avverrà fianco a fianco con gli studi di medicina, giurisprudenza, scienze naturali e tecniche, e arti”. Chi siano questi “ricchi serbi” disposti a investire in questo controverso progetto, e quali facoltà siano aperte alla vendita, rimane ancora un mistero.

“L’annuncio dell’acquisto di ‘facoltà private redditizie’ non è la prova di una seria ambizione educativa da parte del governo secolare uscente. Al contrario, rivela che si tratta di un’indecente combinazione tra una politica dell’istruzione irresponsabile e interessi commerciali. Per questo motivo non risolverà nessuno dei problemi reali dell’istruzione superiore in Serbia, anzi li aggraverà. Al posto dell’autonomia offre il controllo, al posto della conoscenza il dogma, al posto della qualità la fedeltà e, al posto del bene pubblico, un ulteriore meccanismo di arricchimento per pochi a scapito dei cittadini e dello Stato”, afferma Aleksandar Baucal, professore ordinario presso la Facoltà di Filosofia di Belgrado e uno dei principali esperti nazionali di politiche educative e qualità dell’istruzione superiore.

“Questa non sarebbe l’Università San Sava, bensì l’Università del santo interesse personale”, osserva l’esperto.

Svuotare di senso l’istruzione superiore

Al contrario, se al governo stesse davvero a cuore una riforma dell’istruzione, si prenderebbero prima in considerazione il numero di studenti in Serbia, le tendenze demografiche e la vulnerabilità di alcune università (come l’Università statale di Novi Pazar e quella di Pristina, con sede “temporanea” a Kosovska Mitrovica, che vengono deliberatamente ostacolate o abbandonate a se stesse). Si analizzerebbe anche dove manchino personale specifico, infrastrutture di ricerca e programmi di studio di qualità, sottolinea Baucal.

Invece, assisteremo a una “vendetta di matrice partitica contro la comunità accademica”, accompagnata da modalità non trasparenti di attuazione di questo progetto congiunto tra Chiesa e Stato. “Sebbene l’attuale Legge firmi la possibilità di co-proprietà delle istituzioni educative, finora lo Stato non era mai entrato in simili partnership”, spiega Ivanka Popović, professoressa emerita presso la Facoltà di Tecnologia e Metallurgia di Belgrado ed ex rettrice dell’Università di Belgrado. Ma c’è una prima volta per tutto, come direbbe il popolo, in nome del cui bene si sta portando avanti una trasformazione dell’istruzione superiore che rischia di svuotarla completamente di significato.

In questo gioco con i destini dei giovani, è del tutto possibile e legalmente fattibile che la PBF esca dall’Università di Belgrado per diventare il fiore all’occhiello dell’ateneo di San Sava. Tuttavia, a causa della specificità del ruolo di questa facoltà, ossia del suo legame mai interrotto con la Chiesa ortodossa serba, “l’unica forma organizzativa sensata sarebbe dichiarare la PBF un istituto di istruzione superiore di importanza nazionale, le cui attività verrebbero definite da normative speciali”, ritiene l’ex rettrice.

In questo modo otterremmo una lex specialis anche nel sistema universitario, e per di più con la (falsa) benedizione di San Sava, “il primo legislatore, scrittore, insegnante e primo diplomatico di rilievo”, come il presidente ha descritto il fondatore della Chiesa ortodossa serba autocefala. “San Sava probabilmente si rivolterebbe nella tomba se un’università di partito, priva di autonomia, di spirito critico e della prontezza di dire ‘no’ ai politici quando agiscono contro i cittadini e la società, portasse il suo nome”, afferma perentorio Baucal.

Per ora, oltre alla PBF, nella spartizione dei ruoli viene menzionata anche la Scuola superiore della Chiesa ortodossa serba per le arti e la conservazione, ribattezzata poche settimane fa Facoltà Despot Stefan Lazarević attraverso un’affiliazione con l’università privata Singidunum. Resta inteso che gli studenti di questa facoltà d’arte si conformerebbero, anche se forzatamente, agli antichi canoni della pittura di affreschi e icone, ma cosa si studierebbe nelle future facoltà di medicina, scienze naturali e tecniche che il Memorandum (tacitamente) prevede, secondo l’interpretazione del presidente?

“Ancor più problematici sarebbero gli studi di giurisprudenza, storia o teologia, dato che viviamo in un Paese in cui un professore di diritto costituzionale e presidente della Corte Costituzionale (Vladan Petrov), in piena consapevolezza e coscienza, dichiara che il nostro problema risiede nel fatto che la magistratura si è sottratta al controllo del potere esecutivo”, afferma Vukašin Milićević, teologo ed ex professore associato presso la PBF. Che cos’è, di fronte a questo, il tentativo di escludere la teoria di Darwin dai programmi scolastici, un’iniziativa avviata dai “patrioti” degli anni Duemila?

In mancanza di informazioni sul progetto imminente, non ci resta che ironizzare sui co-fondatori della futura università. Forse uno dei corsi di studio necessari potrebbe essere dedicato alla tecnologia della produzione vinicola, vista la predilezione per questa bevanda che sembra accomunare alcuni esponenti della Chiesa e dello Stato. Seguendo questa logica, si potrebbe contare anche sulle donazioni degli unici fedeli davvero benestanti.

Sulle spalle dei cittadini

Torniamo a un tono più serio, più consono al tema dell’istituzione di un’università privata (ecclesiastica) che sarà finanziata, almeno in parte, dal bilancio pubblico. Come interpretare altrimenti la promessa del presidente secondo cui l’università di San Sava riceverà “ogni tipo di sostegno e aiuto da parte dello Stato, innanzitutto a beneficio del nostro popolo e delle generazioni future”? Ciò significherebbe che la formazione dei teologi ortodossi e di altro personale “patriottico” verrebbe pagata da tutti i cittadini della Serbia, qualunque sia il loro orientamento religioso.

Incamminandosi in queste “riforme” in modo del tutto sprovveduto, l’attuale governo secolare non ha ancora portato a termine nemmeno un progetto precedentemente ideato, tanto che il programma di studi della Facoltà di Studi Serbi presso l’Università di Niš non è ancora accreditato. Circondata da pressioni di ogni genere, la comunità accademica si aggrappa a un’ultima speranza: la lentezza della burocrazia. Questo fattore la aiuterà a ritardare l’apertura dell’università di San Sava, poiché il Memorandum è soltanto una cornice per accordi futuri, “a scapito del pensiero critico, componente chiave di una società libera”, secondo l’opinione di Milićević.

Lo status di un’università privata, o persino ecclesiastica, non è per lui intrinsecamente problematico, dato che “esistono molti esempi positivi che dimostrano come sia possibile coniugare gli interessi del fondatore con la garantita libertà di ricerca scientifica, come nel caso dell’Università di Lovanio in Belgio o di Notre Dame negli Stati Uniti”. Al contrario, questa nostra università “di San Sava” si fonderebbe su una “repressione della libertà in ogni forma immaginabile”, portata avanti congiuntamente da “regimi corrotti nello Stato e nella Chiesa”, dal punto di vista di Milićević.

Questo legame è stato ufficializzato già nel 2021, quando nella Legge sull’istruzione superiore è stato introdotto l’istituto della benedizione, valido esclusivamente per la PBF. “Invece di discutere apertamente la questione all’interno della comunità accademica per giungere a una soluzione che conciliasse le esigenze di quella facoltà salvaguardando al contempo l’autonomia dell’Ateneo, la Chiesa ortodossa serba ha ottenuto dal Governo una soluzione burocratica in linea con i propri interessi”, osserva l’ex rettrice, sotto il cui mandato è stato adottato questo principio non accademico. Il tutto nonostante il forte malcontento dell’élite intellettuale serba, che si vuole schiacciare in ogni modo.

Marketing tra Chiesa e Stato

Parte dello stesso obiettivo è anche l’annuncio del ministro Stanković riguardo all’apertura delle porte alle università straniere attraverso la modifica della legge in materia. “La comunità accademica non è contraria a una sana competizione, ma è necessario che tutte le università, indipendentemente dal fondatore, soddisfino gli stessi requisiti per l’accreditamento e la licenza d’esercizio, anziché privilegiare gli istituti esteri riconoscendo gli accreditamenti dei paesi d’origine senza alcuna verifica interna”, sottolinea Popović.

“Questo potrebbe servire solo a coloro che quelle università le porterebbero nel Paese, e non certo alla Repubblica di Serbia che, in quanto fondatrice di tutte le università statali, è chiamata a rafforzarle, non a demolirle”, dichiara fermamente l’ex rettrice.

L’Università San Sava è tuttavia un altro paio di maniche, poiché può essere fondata nel rispetto delle normative vigenti. È proprio lì che va ricercata la strada verso la totale clericalizzazione della Serbia e la sua trasformazione in uno Stato confessionale, avulso da ogni corrente scientifica.

E cosa succederebbe alla PBF se diventasse interamente di proprietà della Chiesa, visto che già ora licenzia i docenti a piacimento dei vertici ecclesiastici, privi di giurisdizione in materia, ricorrendo a ogni genere di benedizioni? Sarebbe simile, ritiene Milićević, con l’unica differenza che i docenti “non dovrebbero più arrossire durante le sedute dei consigli universitari, cercando invano di nascondere la verità su tutto ciò che accade in quella facoltà”. Il suo collega Pantelić vede il problema in modo diverso, affermando che per coloro che decidono davvero “nemmeno il cielo sarebbe il limite”.

Fortunatamente, un dato indica che non tutti sono caduti nella trappola del marketing tra Chiesa e Stato: durante le iscrizioni di quest’anno a tutti i corsi di laurea disponibili, è emerso che l’interesse per le facoltà statali è in crescita, secondo l’osservazione del professor Baucal.

(Radar, 07.07.2026)

https://radar.nova.rs/drustvo/uticaj-najavljenog-univerziteta-sveti-sava/

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