Intervista a James Ker-Lindsay (LSE): “La Serbia in Unione europea: uno scambio di valori, non una formula burocratica”

Le elezioni anticipate del prossimo aprile sono state giustificate dal primo ministro Aleksandar Vucic come uno snodo essenziale per imprimere velocità e qualità al processo di adesione della Serbia all’Unione europea e per raggiungere in questo modo parametri economici, sociali e istituzionali comparabili con quelli degli altri paesi dell’Europa a 28. D’altra parte c’è chi ritiene che il tema dell’adesione all’Unione sia stata e sia tutt’oggi una grande retorica promossa da vari politici serbi al mero fine di legittimarsi agli occhi dei partner europei e di nascondere agli occhi dell’opinione pubblica il sostanziale fallimento delle loro politiche.

Su questi argomenti il Serbian Monitor ha intervistato James Ker-Lindsay, Senior Research Fellow sulla politica dell’Europa sud-orientale alla London School of Economics e tra i massimi esperti continentali di moderni conflitti di secessione e successivi processi negoziali, che ha ragionato con noi sulla sincerità della svolta europeista dei vertici politici del paese, sull’inevitabile accettazione dell’indipendenza del Kosovo e sulla comprensione dei valori europei da parte della Serbia. 

In un articolo recente (Pre-accession Europeanization’: the case of Serbia and Kosovo‘), lei ha sostenuto che la radicale trasformazione della politica della Serbia sulla questione Kosovo si basa su opportunismo politico e interessi materiali (ovvero: trovare una via d’uscita a una profonda crisi economica), invece di una sostanziale convergenza sul sistema dei valori europei. In sintesi, più un approccio pragmatico del governo attuale che una testimonianza di un vero e proprio processo di europeizzazione del paese e delle sue istituzioni. Può spiegare ai nostri lettori il suo punto di vista?

Molto spesso gli osservatori ritengono che le modifiche alla politica estera siano una sorta di prova che un paese stia diventando sempre più europeo, che stia adottando le norme fondamentali e i valori dell’Unione europea. Abbiamo visto tali pretese nel caso della Serbia per quanto riguarda il suo atteggiamento nei confronti del Kosovo. Tuttavia, nell’articolo menzionato, di cui sono co-autore con il mio collega della LSE, il dottor Spyros Economides, contestiamo questo punto di vista. Noi invece sosteniamo che la posizione attuale adottata dal governo serbo può essere di gran lunga meglio compresa se la si considera come una decisione razionale che punta a far progredire il processo di eurointegrazione, garantendosi in tal modo il sostegno finanziario dell’UE in un momento economico difficile. Questo potrebbe sembrare una critica al governo serbo e sostenere che i suoi sforzi non siano sinceri. Affatto no. Stiamo semplicemente cercando di spiegare cosa sta accadendo in termini neutri dal punto di vista valoriale. Per come la vediamo noi, l’idea che ci sia stata una sorta di improvvisa trasformazione in Serbia e che abbia improvvisamente capito e accettato il ‘modo europeo’ di affrontare conflitti difficili è prematura. Tuttavia, non si può negare che Belgrado abbia fatto progressi molto significativi nel modo in cui tratta i rapporti col Kosovo.


Quali sono i rischi per la posizione della Serbia nel processo di integrazione, se il suo impegno sarà visto solo come un mero ottemperare alle condizioni per l’adesione stabilite dall’Unione europea?

C’è sempre il pericolo che vedendo in maniera riduttiva l’integrazione europea come una serie di compiti da completare e liste delle cose da fare da spuntare, i principi e i valori fondamentali dell’Unione europea non vengano interiorizzati. Un paese potrebbe soddisfare le condizioni per operare all’interno del mercato unico, tuttavia, non aver davvero compreso e non comportarsi in modo europeo. Aderire all’Unione europea non è solo accettare le regole. Si tratta di accettare la filosofia di fondo che è alla base delle regole. Questo vuol dire che si accettano i valori democratici liberali e si considera che, non importa quanto grave sia una disputa, i membri della UE non ricorreranno mai alla minaccia, tanto meno all’uso della forza per risolvere le loro divergenze. Tuttavia, ci vuole tempo affinché questo sia veramente compreso. La mia opinione è che alla fine i paesi fanno propri questi principi, ma che non accade da un giorno all’altro.


Pensa che gli altri paesi dei Balcani già membri dell’Unione Europea, come la Romania, la Bulgaria e la Croazia, abbiano un più alto livello di europeizzazione maggiore della Serbia?

No, per niente. Se ci guardiamo attorno, possiamo vedere che ciascuno dei paesi della regione continuano a confrontarsi con notevoli problemi, anche se in diverse aree. Per esempio, in termini di sviluppo economico complessivo, molti romeni hanno ammesso che sanno che la Serbia è più avanzata in base a una serie di indicatori. Se si guarda il caso della Bulgaria, ci sono ancora enormi problemi di corruzione e criminalità organizzata che non sono stati adeguatamente affrontati, anche dopo quasi un decennio dall’adesione all’UE. Nel frattempo, in Croazia, si è visto il modo in cui essa ha troppo voltato le spalle ad alcuni liberali ai quali si ispira l’UE, come per esempio, la campagna per limitare i diritti linguistici delle minoranze. Certo, la Serbia deve affrontare i propri problemi. Comunque, io di certo non credo che sia inerentemente o intrinsecamente meno europea, o meno in grado di europeizzarsi, rispetto ad altri paesi della regione.

obraz-nasi-beta-9-mart-2014

L’opposizione nazionalista e antieuropea cresce nei consensi e dovrebbe riuscire a far eleggere suoi rappresentanti nel prossimo Parlamento.

Detto questo, dove credo che ci sia un problema è in termini di atteggiamenti di molta gente comune serba  verso l’UE. Ho la sensazione che ci sia un maggior grado di euroscetticismo in Serbia che nel resto della regione. Lo si nota dai dati riguardo il sostegno all’adesione all’UE. Penso che molte persone in Serbia siano sospettose verso l’UE, o la vedono contro i loro interessi. Contrariamente a quanto molti in Serbia possono pensare, non vi è nell’Unione una linea di pensiero che in qualche modo ritiene la Serbia inadatta all’adesione. In effetti, la maggior parte dei funzionari con i quali ho parlato sottolineano proprio quanto sia importante integrare la Serbia. La cosa triste è che, se non vi fossero stati i conflitti nel 1990, la maggior parte degli osservatori esterni ritiene che la Jugoslavia, come uno stato singolo o come un insieme di stati che si erano separati in pace, sarebbe stata probabilmente in cima della lista per l’adesione all’UE. Se non fosse stato per il percorso disastroso che la Serbia intraprese, essa avrebbe potuto benissimo essere un membro già nel 2004, se non prima.

Vucic at LSEIl 27 ottobre 2014 Aleksandar Vucic ha tenuto una conferenza alla London School of Economics dove ha parlato anche delle prospettive europee della Serbia.

A questo link l’intervista concessa in quella occasione.

Il cambiamento dell’atteggiamento di Tomislav Nikolić e Aleksandar Vucic in merito all’integrazione europea e all’implicito riconoscimento del Kosovo è abbastanza impressionante. Secondo Lei quali sono i motivi di questo cambiamento radicale della loro posizione politica?

Credo che ci sia una serie dei motivi per questo cambiamento. In gran parte, come già notato, è basato sul pragmatismo. Prima di tutto, vorrei sottolineare che comprendo perfettamente il senso della rabbia e di tradimento che molti in Serbia hanno sentito per il modo in cui la questione del Kosovo è stata trattata e gestita da molti paesi membri dell’UE. Mi ricordo, seguendo il processo da vicino (e ho scritto un libro su di questo), che ero molto critico del modo in cui la questione è stata gestita dall’UE. Tuttavia, credo che la maggior parte della gente ormai capisca che il Kosovo è perso. Per quanto doloroso questo possa essere, in un certo senso ho impressione che la maggior parte delle persone sanno che questa è la soluzione migliore. Il Kosovo era un depauperamento politicoeconomico della Serbia. In seguito al riconoscimento unilaterale di indipendenza del Kosovo, la Serbia ha fatto tutto quello che poteva per difendere i propri diritti in Kosovo. Tuttavia, col passare del tempo, penso che una decisione coraggiosa sia stata presa anche dal governo, ovvero di concentrarsi sulle cose che veramente contano: la crescita economica e l’occupazione. Il modo migliore per garantire questo è l’adesione all’UE. Se questo richiede la normalizzazione delle relazioni con il Kosovo, allora così dovrà essere. In questo senso, non ho mai visto la volontà serba di impegnarsi in un processo di normalizzazione con Pristina come qualcosa di antipatriottico. Piuttosto, credo che i leader del paese abbiano riconosciuto ciò che è meglio per gli interessi della Serbia e hanno agito così.

EU Vucic Mogherini

I negoziati tra Belgrado e Pristina sono coordinati dall’Alto rappresentante della politica estera dell’UE Federica Mogherini.


In ogni caso, questo approccio pragmatico del governo serbo,
basato sui costi-benefici, relativo all’integrazione europea potrebbe essere la base per promuovere una reale interiorizzazionedei principi europei da parte delle istituzioni serbe e dei responsabili?

Alla fine dei conti, sì. Mi piace credere che l’esposizione al funzionamento dell’Unione europea alla fine porta ad una trasformazione fondamentale degli atteggiamenti; anche se la mia fede è stata scossa da quello che stiamo vedendo con l’Ungheria e con la Polonia al momento. Tuttavia, capisco che questo processo di assorbimento dei valori europei richiede un po’ di tempo. Io, davvero non credo che l’europeizzazione possa essere imposta a un paese. Ci vuole un periodo lungo di interazione con l’UE prima che i principi e le norme europee diventino veramente integrati in una cultura nazionale attraverso un processo di apprendimento sociale. Detto questo, credo che questo processo possa essere accelerato. L’utilizzo della condizionalità è molto utile in questo senso. Forzando un paese a comportarsi in un certo modo, anche se non ci crede in quei valori in un primo momento, alla fine porterà a capire perché essi sono importanti. Per questo motivo, sempre quando un paese è disposto a intraprendere le riforme necessarie per l’adesione all’UE, ho sempre sostenuto l’idea di premere il processo dell’integrazione europea – anche se ci sono ragioni per credere che un paese possa “fingere” la sua europeizzazione.

Pensa che il processo negoziale durerà finché non vi saranno prove sostanziali di europeizzazione della società serba e delle sue istituzioni o l’Unione europea accetterà solo un adempimento formale delle condizioni su ciascuno dei 35 capitoli negoziali?

Negli ultimi anni, abbiamo visto una maggiore enfasi relativa al modo in cui i paesi che cercano di entrare nell’UE adottavano i valori europei. Dopo gli errori che sono stati fatti con la Bulgaria e la Romania, che chiaramente non erano pronte per l’adesione, c’è stato una crescente persuasione all’interno dell’Unione europea che tali errori non possono essere ripetuti. Credo che questa persuasione  aumentarà quasi certamente in futuro. Nell’UE ora ci sono 28 membri. Sta diventando sempre più difficile da gestirla. Se alcuni membri non seguono i principi e vogliono giocare secondo le proprie regole, come è il caso con la Polonia e l’Ungheria, ora stiamo iniziando a vedere quanti danni questo può fare all’Unione europea. Per questo motivo, credo che l’Unione europea abbia sempre più voglia di vedere le prove che i nuovi membri saranno buoni partner e che non saranno autodistruttivi. Questo è il contesto in cui la Serbia, insieme agli altri paesi dei Balcani occidentali, ora prosegue verso la sua adesione all’Unione europea. Nel caso della Serbia, una questione particolare che ha un significato speciale è, naturalmente, il Kosovo. I leader dell’UE comprendono i problemi derivati dall’adesione della Cipro divisa nel 2004. Loro sono determinati a non permettere che questo avvenga di nuovo. Per questo motivo, non vedo nessuna speranza che la Serbia possa adire all’UE mentre la questione del Kosovo rimane irrisolta.

Quali sono stati, a Suo parere, la maggior parte degli atti “europei” e le decisioni del governo di Vucic?

La decisione di perseguire verso la normalizzazione delle relazioni con il Kosovo è ampiamente considerato come il più chiaro atto ‘europeo” del governo. Il mantenimento di questo processo sarà fondamentale per assicurare continuità al percorso della Serbia verso l’UE. Tuttavia, in prospettiva, il governo dovrà affrontare una serie di importanti controlli del suo impegno. Forse il più importante di questi sarà il suo approccio globale ai negoziati. Sostanzialmente, occorre comprendere che, nonostante il nome del processo, vi è in realtà molto poco per negoziaziare. L’Unione europea dice che cosa deve essere fatto e il paese aderente lo fa. Potrebbe essere possibile ottenere alcune concessioni per quanto riguarda i tempi di attuazione. Tuttavia, ed esclusi casi molto rari, la questione se o meno approvare una legge specifica non è negoziabile. La cosa migliore che il governo può fare è solo lavorare per far passare le leggi e, ancora più importante, applicarle. Se può fare questo, allora davvero dimostrerà che la Serbia comprende i valori europei ed è adatta all’adesione.

james_ker_lindsayJames Ker-Lindsay è Eurobank EFG Senior Research Fellow sulla politica dell’Europa sud-orientale alla London School of Economics and Political Science.

I suoi studi si focalizzano sulle dinamiche di secessione e di riconoscimento statuale, sulla gestione e risoluzione dei conflitti, sui processi di pace e le problematiche legate all’allargamento dell’Unione europea.

Il suo libro più recente è “The Foreign Policy of Counter Secession – Preventing the recognition of contested states”, pubblicato nel 2015 dalla Oxford University Press, dove Ker-Lindsay sviluppa i casi di studio riguardanti la Serbia, la Georgia e Cipro.

This post is also available in: English

Share this post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

scroll to top