Intervista a Milica Batričević (Centro culturale BeFem): “In uno Stato in ostaggio, la donna lo è ancor di più”

Di Emilija Rozgić

La condizione delle donne in Serbia oggi si sviluppa all’interno di un contesto complesso e contraddittorio, in cui il divario tra diritti formalmente riconosciuti e la loro reale applicazione nella vita quotidiana resta evidente. Accanto a progressi normativi e a una maggiore presenza di questi temi nel dibattito pubblico, persistono dinamiche strutturali che continuano a limitare una piena uguaglianza di genere.

In questo quadro, le organizzazioni femministe e gli attori della società civile assumono un ruolo sempre più centrale: non solo portano avanti iniziative e programmi, ma spesso intervengono là dove le istituzioni risultano assenti o insufficienti, mantenendo vive questioni fondamentali come la violenza di genere, la partecipazione delle donne alla sfera pubblica e il riconoscimento concreto dei loro diritti.

Milica Batričević, responsabile dei programmi di comunità e formazione presso il Centro culturale femminista BeFem

Per approfondire questi temi, abbiamo parlato con Milica Batričević, responsabile dei programmi di comunità e formazione presso il Centro culturale femminista BeFem.

Come valuta oggi la posizione delle iniziative e delle organizzazioni femministe in Serbia?
“La posizione delle organizzazioni femminili in Serbia oggi è, a mio avviso, estremamente difficile. Si tratta di organizzazioni attive in ambiti diversi, ma accomunate dall’obiettivo di migliorare la qualità della vita delle donne e sviluppare politiche pubbliche basate su principi femministi. Nella pratica, tuttavia, spesso sembra che queste organizzazioni funzionino come una vera e propria unità di crisi permanente, con risorse molto limitate. Molte delle attività che svolgono dovrebbero in realtà essere di competenza dello Stato, come il sostegno sistemico e di qualità alle donne sopravvissute alla violenza. Allo stesso tempo, lo spazio nei media si sta progressivamente riducendo, e così le organizzazioni femministe e le attiviste cercano, attraverso campagne e contenuti diversi, di aprire temi che dovrebbero far parte dell’informazione pubblica ordinaria. In un certo senso, il loro lavoro consiste spesso nel colmare i vuoti del sistema: laddove le istituzioni o i media non svolgono il proprio ruolo, le organizzazioni femministe cercano di mantenere visibili queste questioni. In un simile contesto, il loro lavoro è al tempo stesso estremamente importante e molto impegnativo, poiché si basa spesso sull’entusiasmo, la solidarietà e la lunga esperienza delle persone che vi operano.”

Il Centro Culturale Femminista BeFem è stato fondato nel 2009 con l’obiettivo di promuovere e affermare le politiche femministe attraverso la cultura e l’arte tramite diversi programmi: festival femministi, produzione multimediale e formazione (specialmente sui media), con particolare attenzione alla solidarietà e alla costruzione di alleanze tra diverse generazioni, movimenti sociali e regioni della Serbia.

Dal 2017 BeFem organizza il premio Bring The Noize a donne e iniziative le cui lotte hanno segnato l’anno precedente. Poiché i risultati ottenuti dalle donne e dal femminismo rimangono spesso invisibili, ilpremio intende porre rimedio a questa ingiustizia e riconoscere coloro che ogni giorno si impegnano per una società più equa.

Per approfondire le iniziative e partecipare alle attività: https://www.befem.org/

Cosa dovrebbe essere meglio compreso nello spazio pubblico in Serbia riguardo al femminismo?
“Ritengo che nello spazio pubblico si dovrebbe comprendere molto meglio la storia delle lotte delle donne e il modo in cui molti diritti che oggi diamo per scontati siano stati conquistati attraverso anni di attivismo.

Spesso ricordo un fatto che oggi può sembrare quasi incredibile: poco più di vent’anni fa, in Serbia la violenza domestica non era riconosciuta come reato specifico. Oggi può sembrare qualcosa che è sempre esistito nelle leggi, ma non è così. Tali cambiamenti sono il risultato di anni di lavoro delle organizzazioni femministe e delle attiviste, che hanno costantemente segnalato il problema e richiesto una protezione sistemica per le donne. Per questo è importante non dimenticare questa storia. Quando si dimentica come certi diritti sono stati conquistati, si crea facilmente l’impressione che siano sempre esistiti e che siano garantiti per sempre. In realtà, sono il risultato di una lunga lotta e di cambiamenti sociali guidati proprio dalle donne e dal movimento femminista.”

Nell’opinione pubblica il femminismo è spesso associato a stereotipi. Qual è il più grande equivoco che incontrate più frequentemente?
“Uno dei più grandi equivoci sul femminismo è l’idea che si tratti di qualcosa di nuovo o radicale. In realtà, il femminismo rappresenta la storia delle lotte che hanno reso possibili molte delle libertà che oggi consideriamo normali. Per questo mi piace spesso dire: “Siamo in debito con quelle che ci hanno preceduto.” È proprio questo il messaggio del film di BeFem, che ricorda le lotte delle donne che oggi dovrebbero far parte dei manuali di storia.”

Se dovesse descrivere la situazione della (dis)uguaglianza di genere in Serbia in una sola frase, quale sarebbe?

“In uno Stato in ostaggio, la donna la donna lo è ancor di più”

Nel corso degli anni ha sicuramente osservato cambiamenti nella società. C’è stato un momento o un progetto in cui ha sentito che il suo lavoro faceva davvero la differenza?
“Ho avuto la fortuna, negli anni, di collaborare, come parte di BeFem, con donne e organizzazioni davvero stimolanti che operano a diversi livelli, da quello nazionale a quello locale, per migliorare la posizione delle donne e, più in generale, della comunità. Per me è sempre particolarmente importante vedere come, nonostante le resistenze e le risorse spesso molto limitate, i cambiamenti avvengano comunque nelle comunità locali. Questi cambiamenti spesso non restano confinati alle organizzazioni che li avviano: partono da piccole iniziative, ma col tempo coinvolgono anche la comunità più ampia, comprese persone che prima non riflettevano su questi temi.

Una storia che mi piace particolarmente condividere proviene dal Centro culturale rurale di Markovac. In quella comunità, per anni, non è esistita una biblioteca né uno spazio dove accedere ai libri. Grazie all’impegno delle donne del centro e al loro lavoro costante, è stata aperta una biblioteca di villaggio, per di più attenta alla parità di genere. Può sembrare un piccolo passo, ma in una comunità priva da decenni di tale infrastruttura rappresenta un cambiamento enorme, non solo per le donne che hanno promosso l’iniziativa, ma per l’intera comunità.

Queste storie ci ricordano che i cambiamenti sociali nascono spesso da iniziative locali e dalla determinazione delle donne che credono di poter rendere la propria comunità un luogo migliore.”

Sullo striscione: Senza di noi il mondo/tutto si ferma”.

Molte ricerche contemporanee indicano cambiamenti nei rapporti di coppia: le donne stabiliscono sempre più spesso standard diversi e accettano meno modelli che le generazioni precedenti tolleravano. Come interpreta questi cambiamenti e in che modo è possibile incoraggiare anche gli uomini a mettere in discussione i ruoli tradizionali e le aspettative?
“I cambiamenti nei rapporti di coppia di cui parlano le ricerche contemporanee fanno parte di un fenomeno molto più ampio, spesso definito come divario di genere tra generazioni. Questo divario è oggi particolarmente visibile tra i giovani e non si riflette solo nelle relazioni di coppia, ma anche nel modo in cui i giovani pensano al lavoro, alla politica, alla famiglia e ai ruoli sociali.

Negli ultimi decenni, grazie all’istruzione, all’emancipazione economica e al lavoro di lungo periodo del movimento femminista, le donne hanno iniziato a stabilire standard e aspettative diversi nelle relazioni. Come ha detto una volta un’attivista, le donne hanno iniziato ad aspettarsi l’uguaglianza come qualcosa che spetta loro naturalmente.

Tuttavia, questi cambiamenti non sono sempre stati accompagnati da trasformazioni analoghe nella socializzazione degli uomini. Mentre le generazioni di donne hanno attraversato processi di emancipazione e di ridefinizione dei propri diritti, gli uomini spesso non hanno avuto spazi simili per mettere in discussione i modelli tradizionali. Per questo oggi, in molte società, compresa la nostra, emerge un certo disallineamento tra aspettative e modelli di comportamento consolidati.”

Qual è la situazione della violenza di genere in Serbia? Com’è il quadro giuridico oggi e qual è la realtà in termini di denunce e numero di vittime?

“Non voglio lo spray al peperoncino, voglio che mi proteggano la polizia e la legge”


“Quando si parla di violenza di genere in Serbia, è importante sottolineare che, sebbene esista un quadro giuridico, nella pratica permane un ampio divario tra la legge e la sua applicazione. Uno dei problemi è anche l’assenza di un registro unico e completo dei femminicidi, il che rende difficile avere un quadro preciso della portata del fenomeno.

In larga misura, sono proprio le organizzazioni della società civile a raccogliere dati, documentare i casi e individuare i modelli di violenza, anche se questo dovrebbe essere innanzitutto compito delle istituzioni. Ciò dimostra quanto il sistema si affidi spesso al lavoro di organizzazioni che operano con risorse limitate, ma con grande impegno.

Allo stesso tempo, viviamo in una società in cui la violenza contro le donne viene ancora troppo spesso considerata come un episodio isolato, e non come un problema sistemico che richiede una risposta coordinata da parte delle istituzioni.”

Quanto sono oggi libere le donne in Serbia di decidere del proprio corpo, del proprio futuro e della propria carriera? Quali cambiamenti avete osservato negli ultimi anni, positivi o negativi?
“Il grado di libertà delle donne nel decidere del proprio corpo, della propria vita e della propria carriera dipende in larga misura da quale prospettiva osserviamo e analizziamo la società. Se guardiamo al contesto globale, vediamo che i diritti delle donne non si sviluppano in modo lineare. Negli Stati Uniti, ad esempio, in molti Stati esistono divieti o forti limitazioni al diritto all’aborto, mentre nell’Unione europea il diritto alla libertà riproduttiva esiste formalmente, ma non in modo uniforme, come dimostra il caso della Polonia, nonostante recenti iniziative come “My Voice My Choice”. D’altra parte, parlando della Serbia, è necessario considerare il più ampio contesto politico e istituzionale. Viviamo in uno Stato in cui le istituzioni sono spesso condizionate da interessi politici, e ciò si riflette inevitabilmente anche sulla posizione delle donne. Quando le istituzioni non funzionano pienamente e non garantiscono i diritti in modo equo, le donne restano intrappolate tra diritti formali e ostacoli reali. Per questo, la libertà delle donne non è solo una questione di scelta individuale, ma anche di funzionamento delle istituzioni, responsabilità politica e valori sociali.”

Può presentarci i temi trattati nel corso del Centro di studi di genere e spiegare come le persone interessate possano partecipare?
“Gli studi di genere nascono innanzitutto come risposta al fatto che l’educazione sulla parità di genere e sulla storia del movimento delle donne è ancora poco presente nel sistema educativo formale. Solo negli ultimi anni alcuni manuali di storia hanno iniziato a includere contenuti legati al contributo delle donne, ma in modo ancora frammentario e spesso contestato da una parte dell’opinione pubblica. Allo stesso tempo, nella maggior parte dei programmi educativi non esiste quasi nessuno spazio per affrontare in modo sistematico la storia del movimento femminista, la parità di genere o le questioni sociali contemporanee legate alla condizione delle donne. Per questo è fondamentale che esistano iniziative che creino tali spazi di apprendimento e di scambio.

Il nostro programma, nell’ambito degli studi di genere, è organizzato in moduli che trattano temi fondamentali per comprendere la posizione delle donne nella società, con particolare attenzione alla sfera mediatica. L’obiettivo è creare uno spazio per il pensiero critico, lo scambio di esperienze e una migliore comprensione della realtà in cui viviamo.”

Come valuta la rappresentazione dei ruoli femminili e dei modelli di riferimento nei media serbi? I media riescono a presentare modelli diversificati e ispiranti?
“Per quanto riguarda la rappresentazione delle donne nei media, è importante notare che, anche quando sono altamente istruite ed esperte nei loro campi, le donne ricevono spesso molto meno spazio per esprimere le proprie opinioni e contribuire al dibattito pubblico. Ciò accade anche in ambiti in cui esiste un numero elevato di donne altamente qualificate, comprese titolari di dottorato di ricerca. Di conseguenza, nello spazio pubblico si ripetono spesso le stesse voci e gli stessi interlocutori, mentre le competenze e le prospettive di molte donne restano insufficientemente riconosciute. Il problema, quindi, inizia proprio dal modo in cui i media selezionano gli interlocutori e costruiscono il discorso pubblico. Se alle donne fosse dato più spazio in qualità di esperte, analiste e produttrici di conoscenza, lo spazio pubblico sarebbe più diversificato e i temi sociali verrebbero analizzati da più prospettive.”

Se dovesse proporre una sola legge urgente per migliorare la posizione delle donne in Serbia, quale sarebbe?
“Se dovessi indicare una delle leggi più urgenti per migliorare la posizione delle donne in Serbia, la risposta sarebbe piuttosto chiara: innanzitutto, sarebbe fondamentale ripristinare la Legge sulla parità di genere. Viviamo in un Paese che, due anni fa, ha di fatto sospeso questa legge, e da allora è stato fatto ben poco per migliorare sistematicamente questo ambito. La legge è stata sospesa dopo forti pressioni, anche da parte di rappresentanti della Chiesa e di altri attori che hanno presentato la questione del linguaggio sensibile al genere come il problema principale. Tuttavia, dietro questo dibattito si nasconde una questione molto più ampia: siamo come società pronti a riconoscere le disuguaglianze di genere e ad affrontarle in modo sistemico?

Il linguaggio sensibile al genere viene spesso rappresentato come una minaccia ideologica, ma in realtà è solo uno degli strumenti per rendere visibile il lavoro, il contributo e la presenza delle donne nella società. Come sono una vicina di casa attiva, così sono anche una sociologa, e da entrambe le prospettive è evidente quanto sia importante che le donne siano visibili sia nel linguaggio sia nelle istituzioni.

Quando le donne non sono visibili nel linguaggio, spesso non lo sono nemmeno nelle istituzioni né nelle politiche.”

Attivista e community bulder, Milica Batričević da oltre un decennio è coordinatrice per lo sviluppo di comunità ed educazione presso BeFem – Centro culturale femminista di Belgrado, organizzazione di riferimento nella promozione dei diritti delle donne, della giustizia sociale e della cultura femminista in Serbia. Attiva nel movimento dal 2011, ha maturato esperienza nella costruzione di infrastrutture per movimenti e organizzazioni della società civile, creando sistemi e spazi in cui comunità, creatività e azione collettiva possano prosperare.

Il suo lavoro connette iniziative di base, sviluppo organizzativo e partecipazione digitale, favorendo la cooperazione tra attori locali e transnazionali. Progetta e supporta ambienti digitali collaborativi orientati alla condivisione delle conoscenze, alla comunicazione coordinata e alla costruzione di reti resilienti, con particolare attenzione ai contesti di polarizzazione sociale e di restringimento dello spazio civico.

Come stratega di comunità e movimenti, accompagna organizzazioni e gruppi territoriali in processi di apprendimento intergenerazionale, leadership condivisa e solidarietà femminista. Basando il proprio approccio sul pensiero sistemico e sulle pratiche femministe della leadership, si concentra sul rafforzamento della resilienza democratica, dei processi di pace e della fiducia a lungo termine in ecosistemi sociali complessi.

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