Per la prima volta nella storia dell’Indice mondiale della libertà di stampa dell’organizzazione Reporter senza frontiere (RSF), oltre la metà dei Paesi del mondo rientra ora nelle categorie “difficile” o “molto grave”. In 25 anni, il punteggio medio dei 180 Paesi e territori inclusi nella classifica non è mai stato così basso, si legge nel rapporto dell’RSF. Tra i Paesi della regione, la Serbia è quella con il peggior posizionamento: si trova al 104° posto – con un calo di otto posizioni rispetto al rapporto precedente – ed è classificata tra i Paesi in cui la situazione è “difficile”.
Si rileva che, ad eccezione del Kosovo (84° su 180 nell’Indice, in aumento di 15 posizioni rispetto al 2025), che ha registrato un miglioramento pur restando uno dei Paesi peggio classificati in Europa, la libertà di stampa nei Balcani occidentali è in generale in peggioramento. “Sebbene Albania (83° posto, in calo di tre posizioni), Bosnia ed Erzegovina (90° posto, in calo di quattro posizioni) e Serbia (104° posto, in calo di otto posizioni) aspirino ad aderire all’Unione europea (UE), tutti e tre i Paesi sono ostili al giornalismo e vulnerabili alla propaganda”, sottolinea RSF. La Moldavia (31° posto) resta l’unico Paese dell’Europa orientale classificato nella categoria della libertà di stampa “soddisfacente”. Tra gli altri Paesi della regione, la Slovenia è quella meglio posizionata (36° posto) ed è anch’essa classificata come “soddisfacente”, così come il Montenegro, che si trova al 41° posto. La Macedonia del Nord è al 45° posto e rientra nel gruppo dei Paesi con una “situazione problematica”, così come la Croazia, che occupa il 53° posto.
Criminalizzazione del giornalismo
“Dal 2001, la diffusione di quadri normativi sempre più restrittivi, in particolare quelli legati alle politiche di sicurezza nazionale, erode costantemente il diritto all’informazione, anche nei Paesi democratici”, si legge nel rapporto.
Tra i cinque indicatori utilizzati per valutare la libertà di stampa a livello globale – che analizzano il contesto economico, giuridico, della sicurezza, politico e sociale del giornalismo – l’indicatore giuridico ha registrato il calo più significativo quest’anno, segnale evidente che il giornalismo è sempre più criminalizzato a livello globale, evidenzia RSF.
Dove la situazione dei media è buona
Oltre alla Norvegia, solo in altri sei Paesi la libertà dei media è valutata come “buona”: Paesi Bassi, Estonia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Irlanda.
“Offrendo una retrospettiva degli ultimi 25 anni, RSF non si limita a guardare al passato. Questa organizzazione non governativa guarda direttamente al futuro, con una domanda semplice: per quanto tempo tollereremo ancora il soffocamento del giornalismo, l’ostruzione sistematica dei giornalisti e la continua distruzione della libertà di stampa? Sebbene gli attacchi al diritto all’informazione siano sempre più diversificati e sofisticati, i loro responsabili sono sempre più visibili. Stati autoritari, forze politiche complici o incapaci, attori economici predatori e piattaforme insufficientemente regolamentate sono direttamente e in larga misura responsabili del declino globale della libertà di stampa. In questo contesto, l’inazione è una forma di complicità. Limitarsi ad affermare i principi non è più sufficiente. Sono necessarie misure efficaci di protezione dei giornalisti, che devono essere considerate un catalizzatore di cambiamento, a partire dalla fine della criminalizzazione del giornalismo: dall’abuso delle leggi sulla sicurezza nazionale, alle cause SLAPP, fino all’ostruzione sistematica di coloro che indagano, denunciano e fanno nomi. Gli attuali meccanismi di protezione non sono abbastanza forti, il diritto internazionale viene eroso e l’impunità è diffusa. Servono garanzie solide e sanzioni significative. La palla è nel campo delle democrazie e dei loro cittadini: spetta a loro fermare chi vuole mettere a tacere la stampa. L’espansione dell’autoritarismo non è inevitabile”, ha dichiarato la direttrice editoriale dell’RSF, Anne Bocandé.
La mappa dell’Indice sempre più rossa
Da quando RSF ha iniziato a pubblicare l’Indice mondiale della libertà di stampa 25 anni fa, la libertà di stampa è progressivamente peggiorata, sottolinea il rapporto. Si aggiunge che questo declino è visibile sulla mappa dell’Indice, che ogni anno diventa sempre più rossa. I giornalisti continuano a essere uccisi e incarcerati per il loro lavoro, mentre le tattiche che minano la libertà di stampa si evolvono. Nel 2002, il 20% della popolazione mondiale viveva in un Paese in cui la libertà di stampa era classificata come “buona”. Venticinque anni dopo, meno dell’1% della popolazione mondiale vive in un Paese che rientra in questa categoria.
In alcuni Paesi, come Iraq, Sudan e Yemen, i conflitti armati ricorrenti rappresentano la principale causa di questo declino della libertà di stampa. I conflitti in corso hanno avuto un forte impatto anche quest’anno, in particolare in Palestina, dove il governo di Benjamin Netanyahu (Israele è sceso di quattro posizioni, al 116° posto) continua a condurre la guerra. Dall’ottobre 2023, l’esercito israeliano ha ucciso a Gaza oltre 220 giornalisti, tra cui almeno 70 mentre svolgevano il proprio lavoro. Lo stesso vale per il Sudan (in calo di cinque posizioni, al 161° posto) e il Sud Sudan (in calo di nove posizioni, al 118° posto).
(N1, 30.04.2026)
https://n1info.rs/svet/reporteri-bez-granica-indeks-slobode-medija-2026/
