Il riconoscimento del Kosovo attraverso la cooperazione economica

Per Donald Trump gli interessi economici sono l’essenza della politica e firmare accordi di normalizzazione economica implica anche la normalizzazione politica delle parti coinvolte.

Gli accordi di Washington del 4 settembre tra Serbia e Kosovo rappresentano dunque il riconoscimento politico reciproco dei due paesi. Dopo oltre due decenni di felpate ambiguità e costanti incertezze europee, è arrivata la pax americana. Con una sola mossa l’amministrazione Trump ha messo all’angolo Unione europea, Germania, Russia, Cina e Turchia, svuotando e delegittimando accordi e impegni che questi paesi avevano pazientemente costruito negli anni scorsi. Così, gli USA, che una certa vulgata liberal credeva si sarebbero ripiegati in se stessi durante l’era Trump, si sono ripresi il controllo totale dei Balcani occidentali.

Un atto di forza e di autorità da parte degli americani che hanno spinto Serbia e Kosovo ad accettare impegni e imposizioni che per decenni avevano evitato. E tutto questo a fronte di impegni economici generici: non si sa quando la costruzione delle infrastrutture da costruire tra i due paesi partirà, quante risorse impegnerà la DFC, il braccio di sviluppo economico degli USA per i paesi a basso e medio reddito, quante imprese a stelle e striscie decideranno di investire in questa parte d’Europa. L’approfondimento di alcuni punti dell’accordo è stato lasciato all’Unione europea dove lunedi 7 le delegazioni dei due paesi si incontreranno con Josef Borrell: un ruolo per l’Unione quasi solo di partner tecnico. Se questa non è un’umiliazione diplomatica, dopo oltre vent’anni di gestione diretta Ue della questione Kosovo, poco ci manca.

A livello politico il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte della Serbia è poco meno nella forma, quanto completo nella sostanza. La gestione comune del valico di frontiera di Merdare, il riconoscimento reciproco dei titoli di studio, la gestione del lago di Gazivoda, lo scambio di informazioni tra essi e con gli USA per la tracciatura, anche elettronica e biometrica, di tutte le persone che passeranno in Serbia e Kosovo: non sono questi accordi tra uno stato e una sua provincia ribelle, ma tra due stati indipendenti. Inoltre, così come strutturato, questo accordo chiude definitivamente anche ogni prospettiva di scambio di territori tra Serbia e Kosovo.

La Cina subisce uno smacco decisivo con la Serbia che sarà costretta a rinunciare al 5G sviluppato dalla Huawei, svuotando di fatto tutti gli sviluppi più pregnanti in termini di controllo e analisi dei dati degli accordi firmati sul tema da Xi Jinping nella sua visita in Serbia del giugno 2016.

La Russia si ritrova spiazzata rispetto alla sua strategia geopolitica nei Balcani da una sola frase dell’accordo: “le parti diversificheranno le loro fonti di energia”, ovvero non dovranno basarsi sul TurkStream, il cui braccio balcanico, l’oleodotto non a caso denominato Tesla, doveva portare il gas russo dalla Grecia in Nord Macedonia, Serbia e Ungheria giungendo fino in Austria. Su questo Robert Grenell, inviato speciale di Trump per la pace tra Serbia e Kosovo, era già stato categorico con Vucic in precedenti incontri.

La Turchia, storico sponsor dei kosovari e degli irredentisti albanesi, deve accettare l’apertura delle relazioni diplomatiche tra Kosovo e Israele, mentre alla Serbia è stato imposto di andare oltre e di spostare la rappresentanza diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme, indebolendo la posizione europea dei “due popoli, due stati”, rinunciando definitivamente alla storica affinità con la causa palestinese e allineandosi ancora di più con gli Emirati Arabi Uniti, che appena una settimana fa hanno firmato l’accordo di pace con Israele.

Il governo Netanyahu sembra quasi la quarta parte di questi accordi, poiché non solo incassa il riconoscimento da parte del Kosovo, la sede diplomatica serba a Gerusalemme, la restituzione delle proprietà degli ebrei sottratte durante l’Olocausto, ma addirittura un intero punto viene dedicato all’impegno che Serbia e Kosovo devono dimostrare contro Hezbollah per non fare operare l’organizzazione sciita nei loro territori.

Per tanti versi si tratta di un capolavoro diplomatico, se per diplomazia intendiamo una forma di uso e imposizione del potere nei rapporti internazionali e non un levigato rinvio dei problemi attraverso generiche dichiarazioni.

Richard Grenell, il vero artefice dell’accordo, il quale ha voluto inserire anche un impegno contro la discrimazione delle persone omosessuali da parte dei due paesi, si appresta a diventare per i repubblicani una figura di riferimento globale come è stato Richard Holbrooke per i democratici. Non è neanche azzardato immaginare per lui il ruolo di Segretario di Stato se Mike Pompeo venisse sostituito. Grenell ha giocato duro, rivendicando anche una strategia di vere e proprie imposizioni alle parti: “Le sorprese sono un fatto positivo perché spingono le parti a fare di più. Avevamo in serbo alcune sorprese, ma non penso che le parti nons e le aspettassero. Esse cercano davanti ai media di mostrarsi sopreesi più di quanto non lo siano stati”, ha dichiarato alla televisione Newsmax Adria.

Naturalmente, un minuto dopo la firma dell’accordo è partito il balletto delle dichiarazioni da parte dei politici serbi e kosovari per cercare di ridurne la portata storica. Da parte sua, Grenell è stato molto sagace nel dare ad Aleksandar Vucic la possibilità di rifiutare di firmare il punto 10 che esplicitamente imponeva il riconoscimento del Kosovo: il presidente serbo ha così potuto rivendicare davanti al suo popolo questo rifiuto, ma ha poi dovuto accettare quasi tutto. Era chiaro agli americani che il punto 10 non sarebbe stato mai accettato, ma inserirlo ha dimostrato una grande abilità negoziale da parte degli americani. Certo, vi saranno in Serbia scontri e proteste, ma oggi Vucic è l’unico che può garatire la tenuta di questi accordi: magari si proverà a indebolirlo, ma nessuno dei paesi toccati da questa intesa ha interesse ad abbatterlo.

Questo accordo, come quello tra Israele ed Emirati e come altri che verosimilmente arriveranno nelle settimane prossime, porterà Trump a vincere le presidenziali di novembre, nonostante la devastazione umana provocata dalla sua gestione della pandemia COVID-19. E questo non tanto perché in alcuni stati USA le componenti serbe o albanesi possono essere elettoralmente dirimenti, ma soprattutto in funzione del quadro di poteri globali che egli sta attivando in funzione della sua rielezione grazie a questi accordi di pace.

Molti tendono a sminuire, se non a denigrare, i successi di chi non apprezzano. E’ un tipico bias cognitivo che li fa così cadere in due errori: non imparare dall’abilità altrui e rimanere impigliati nel bias cognitivo che li porterà ad ulteriori incomprensioni o sconfitte. Dovremmo tutti ricordare con Machiavelli che le leggi della morale sono ben diverse dalle leggi della politica: accusare Donald Trump di essere “amorale” sarebbe un insulto in qualsiasi salotto, ma è riconoscergli, volenti o meno, di possedere il prerequisito per acquisire, detenere e imporre il potere. Che poi un immobiliarista chiacchierato sia riuscito dove hanno fallito esperti diplomatici e politici di grande finezza intellettuale è tipico della feroce ironia della storia.

Biagio Carrano

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