Di Aleksandar Stošić, giornalista di lunga data e magistrato in Scienze Politiche
La questione dell’adesione della Serbia all’Unione Europea ha smesso da tempo di essere una mera scelta di politica estera; è diventata parte di una lotta politica interna in cui ai cittadini viene spesso proposta una falsa alternativa.
Questo dilemma viene alimentato da una narrazione secondo cui l’integrazione europea sarebbe presuntamente contraria agli interessi nazionali, ignorando al contempo il fatto che le maggiori resistenze ai principi europei provengono spesso da strutture la cui sopravvivenza si basa sull’attuale sistema di privilegi politici ed economici.
Dell’Unione Europea si può discutere a molti livelli: la crisi delle istituzioni democratiche, la lentezza del suo imponente apparato burocratico, la sua posizione nelle dinamiche politiche globali, i modelli culturali e, più in generale, i temi con cui ci confrontiamo quotidianamente nello spazio pubblico. Ciascuno di questi argomenti merita di essere trattato in modo pluralistico all’interno di un dibattito democratico. Ognuno di essi presenta indiscutibilmente pro e contro, proprio come quasi ogni aspetto della vita di ciascun individuo e di ogni società.
Ciò che colpisce nel dibattito pubblico interno è che questi due aspetti vengono spesso erroneamente posti sullo stesso piano, laddove discussioni legittime sulle sfide di un’unione politica, giuridica ed economica vengono usate come argomentazione contro la stessa idea di adesione all’Unione Europea.
All’inizio di questo secolo, l’integrazione europea era fortemente legata al processo di democratizzazione della società e alla ripresa economica della Serbia. L’Unione Europea era il partner principale nelle riforme economiche, legislative e politiche. Nel periodo successivo ai cambiamenti democratici del 2000, il sostegno dei cittadini all’integrazione europea aveva raggiunto il 72%, toccando il suo massimo storico.
Nella seconda metà di quel decennio, a causa del confronto con la complessa eredità politica degli anni ’90, della collaborazione con il Tribunale dell’Aia e del processo di trasformazione dello Stato seguito alla dissoluzione dell’unione statale, il consenso è sceso a circa il 57%. Pur rappresentando un calo, si trattava comunque di un livello tipico per i Paesi candidati impegnati in processi di adesione complessi e prolungati. Tuttavia, tale livello di sostegno era inferiore rispetto a quello della maggior parte dei Paesi dell’Europa centrale e orientale nell’imminenza del loro ingresso nell’Unione Europea.
Questo trend è proseguito dopo l’arrivo al potere del Partito Progressivo Serbo nel 2012, fino ad arrivare a oggi, a più di vent’anni dal picco storico, in cui la Serbia ha raggiunto quello che si può definire un minimo storico, con un favorevole all’adesione all’UE che si attesta intorno al 40%.
Un simile risultato va interpretato nel contesto di un lungo indebolimento delle istituzioni e di un discorso politico continuo che descrive spesso l’integrazione europea come una minaccia anziché come una cornice di sviluppo. Un tale processo non poteva rimanere privo di conseguenze, neanche tra quei cittadini che in passato si identificavano chiaramente con l’idea europea, portando a una perdita di fiducia nell’UE come partner politico e come attore in grado di contribuire al futuro del Paese.
Il problema non risiede più soltanto nel numero di cittadini che sostengono o rifiutano l’adesione formale, ma nel fatto che si è indebolita l’idea stessa di integrazione europea come progetto che per decenni ha rappresentato una fonte essenziale di sostegno istituzionale, economico e di sviluppo per la Serbia. Questa perdita di fiducia appare particolarmente paradossale se si considera l’entità degli aiuti e del sostegno che l’Unione Europea ha garantito alla Serbia in vari settori, dalle infrastrutture all’istruzione, fino al rafforzamento delle istituzioni e alla modernizzazione della società. Risulta ancora più paradossale se vista nel più ampio contesto europeo, tenendo conto delle esperienze degli Stati che, attraverso l’integrazione europea, hanno costruito istituzioni più solide, economie più stabili e un tenore di vita più elevato.
Oggi poco più di un quarto dei cittadini serbi vede l’Unione Europea come un partner affidabile. Una percentuale ancora minore crede che l’Unione Europea desideri davvero la Serbia come futuro Stato membro. Ciò dimostra che la questione non riguarda più solo quanti cittadini desiderino o meno l’adesione formale, ma il fatto che si sia indebolito il concetto stesso di integrazione europea come progetto che un tempo simboleggiava il cambiamento, la modernizzazione e l’uscita dall’isolamento.
In altre parole, la prolungata emarginazione dell’idea europea dal dibattito pubblico ha fatto sì che l’Unione Europea perdesse non solo una parte del proprio consenso, ma anche una quota della sua autorità politica e simbolica agli occhi dei cittadini serbi.
Nelle circostanze attuali, in una parte dello spazio pubblico l’Unione Europea è diventata un simbolo di tutto ciò che viene rappresentato come contrario ai presunti interessi nazionali, dalla pressione politica alle minacce all’identità. Viene spesso utilizzata come spiegazione universale per problemi che hanno cause interne ben più complesse.
La misura in cui una società è vulnerabile al populismo si riflette forse al meglio nella sua capacità di distinguere i reali interessi nazionali dai miti politici offerti in sostituzione della responsabilità. Ciò si evince anche dalla disponibilità di una società ad accettare le critiche, a riconoscere i propri errori e a comprendere che la modernizzazione richiede spesso di rinunciare a comode illusioni.
Il populismo, tuttavia, non vive di sole emozioni. Il fenomeno dipende anche dalla capacità degli attori politici di controllare i parametri che definiscono il loro sistema di potere. Al di fuori di un simile sistema – basato sulla concentrazione dell’influenza, sul controllo delle istituzioni e su una debole responsabilità nei confronti dell’opinione pubblica – un modello di governo populista fatica a mantenere la propria piena forza.
Ecco perché il tema dell’adesione della Serbia all’Unione Europea ha cessato di essere oggetto di un serio dibattito democratico. Il futuro di un Paese piccolo, economicamente debole e con un’influenza politica limitata, che da decenni affronta problemi di sviluppo, dovrebbe essere discusso innanzitutto attraverso la lente dei reali interessi dei suoi cittadini, e non attraverso costruzioni ideologiche.
È sufficiente guardare la mappa europea per notare che non esiste quasi più uno Stato europeo che non colleghi il proprio sviluppo strategico allo spazio politico ed economico europeo. Pertanto, una domanda fondamentale per la società serba dovrebbe essere: per quale motivo proprio qui l’integrazione europea viene così spesso presentata come una minaccia e non come un’opportunità?
Il futuro della Serbia nell’Unione Europea non avrebbe mai dovuto essere una questione di scontro identitario, bensì una questione di sviluppo, istituzioni e qualità della vita dei cittadini. Quando il dibattito viene spostato su questo terreno, la risposta “sì/no” all’adesione all’UE si impone da sé. La Serbia è un Paese europeo e la società serba fa parte dello spazio storico, culturale e politico europeo. La domanda non è se la Serbia appartenga all’Europa, ma se sia capace di costruire istituzioni all’altezza degli standard a cui aspira.
Per la Serbia, l’Unione Europea è molto più di una scelta di politica estera. Rappresenta una cornice di sviluppo istituzionale, economico e sociale. È esattamente per questo che la questione dell’integrazione europea è diventata così cruciale: non perché l’Unione Europea sia un progetto politico perfetto, ma perché rappresenta un sistema di regole, istituzioni e standard che pongono un freno al potere arbitrario.
La resistenza ai principi europei non è quindi spesso soltanto il risultato di diverse convinzioni politiche, ma deriva anche dal fatto che istituzioni più forti, una maggiore trasparenza e lo stato di diritto limiterebbero lo spazio per modelli di gestione opachi e per la concentrazione del potere.
L’Unione Europea, naturalmente, non è un’entità perfetta. Specialmente nel contesto attuale, cerca il proprio posto sullo scacchiere geopolitico proprio mentre affronta sfide da ogni parte. In un’epoca di profonda Sfiducia e di formazione di un nuovo ordine internazionale, è illusorio aspettarsi che una qualsiasi organizzazione politica sia priva di debolezze e contraddizioni interne.
L’Unione Europea deve essere criticata. Dei suoi problemi, delle sue sfide democratiche e della sua direzione futura si deve discutere in modo aperto e argomentato. Ma la differenza tra una critica costruttiva e la manipolazione politica sta nel fatto che la prima cerca il miglioramento del sistema, mentre la seconda sfrutta le sue debolezze per mettere in discussione l’idea stessa di integrazione europea.
La prospettiva dell’adesione della Serbia all’Unione Europea non dovrebbe quindi più essere terreno di scontri ideologici, bensì l’oggetto di un serio confronto democratico fondato sugli interessi dei cittadini e sulle conseguenze concrete delle scelte politiche.
Spetta alle future élite politiche e alla classe dirigente farsi carico di questo peso per il bene dei propri cittadini.
(Danas, 05.08.2026)
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