Il Partito Personale Serbo alla ricerca di un nuovo plebiscito

Per quanto adusi alle verifiche dei risultati di bilancio ogni anno e finanche al ritmo sincopato delle trimestrali, investitori, manager, imprenditori e professionisti stranieri sovente manifestano il loro sconcerto verso il ripetuto ricorso alle urne che caratterizza la politica serba.

Richiesta paradossale, dopotutto: proprio il mondo accelerato dell’economia e dell’imprenditoria, di cui Schumpeter esaltava la distruzione creatrice, pretende poi stabilità dalla politica, la quale in gran parte del mondo non sa più come garantirla. Ecco allora che il Presidente della Serbia si presenta negli spot elettorali per il rinnovo del Parlamento (cui, ovviamente, non è candidato) come un bravo pilota di un’auto capace di schivare i pericoli che si manifestano sulla strada. Metafora ovvia, promessa anche banale: sicurezza all’interno, stabilità all’esterno.

L’Ambasciatore americano Hill con il Presidente serbo Vucic

Molti paesi occidentali torcono il naso, richiedono media liberi, giudici indipendenti, un Parlamento autonomo, e ricordano la separazione dei poteri di Montesquieu: “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. E la stabilità che quegli stessi paesi (e le loro imprese) pretendono a ogni costo dalla Serbia, cosa comporta? Richiede, appunto, un potere stabilmente nelle mani del medesimo, invariato interlocutore. E allora niente ricambio: “la stabilità assoluta corrompe assolutamente”, potremmo chiosare.

E così per far fronte a queste richieste contraddittorie dei paesi occidentali (in sintesi: principi democratici sì, ma senza alternanza al potere) la democrazia serba “à la Vucić” ha elaborato un precipuo modello di democrazia, che potremmo definire plebiscitaria: caso unico in Europa e forse al mondo, a partire dal 2014 tra elezioni parlamentarie e presidenziali i serbi sono stati chiamati in media una volta ogni sedici mesi a ribadire in sostanza il sostegno all’attuale Presidente della Repubblica e al suo SNS, il Partito del Progresso Serbo, trasformato in Partito Personale Serbo. E ogni volta, grazie a un controllo dei media e dello Stato evidente quanto i risultati macroeconomici dell’ultimo decennio, viene ribadito, con percentuali superiori al 40% al partito e superiori al 60% alla persona, l’attuale assetto di potere perché, in un paese dalle istituzioni fragili e porose come la Serbia, un partito al potere tende inevitabilmente a farsi Stato.

Certo, quando è stato pianificato, negli auspici dei suoi promotori tedeschi il Partito del Progresso Serbo doveva essere una specie di CDU-CSU serba, ovvero un partito conservatore, fondato sull’identità nazionale e religiosa, moderatamente patriottico, aperto al libero mercato e all’integrazione europea tanto da riuscire a risolvere la questione Kosovo. Nei fatti l’SNS si è trasformato negli anni in un partito personale, non solo affrancandosi rapidamente dal protettorato tedesco, ma guardando con sempre più simpatia e affinità ad altri modelli “personal-sovranisti” (se si vuole usare questa parola in voga) come quello turco di Erdogan e quello ungherese di Orban (oh, Frau Merkel, quanti errori di valutazione!).

Ezio Cartotto, il politologo che ha “inventato” Forza Italia per Silvio Berlusconi, in un’intervista del 2001 (Fonte: YouTube)

Il concetto di partito personale è oramai diffusamente studiato e ampiamente diffuso, elaborato in Italia e rappresentato nella sua forma prototipale da Forza Italia in un contesto, gli anni Novanta, dove i partiti storici si dissolvevano, ma altri poteri statuali restavano ben saldi, a cominciare dalla magistratura, e facevano da contraltare al primo ministro. Al contrario, in Serbia nel decennio successivo alla caduta di Milosevic si è assistito a un indebolimento dello Stato e al predominio dei tajkuni, arricchitisi con affari illeciti e privatizzazioni predatorie, sulla politica. Non a caso all’inizio l’SNS si presentò come un partito moralizzatore, capace almeno di punire chi si era arricchito svendendo il patrimonio industriale statale, con l’apoteosi del consenso quando fu messo in galera, con tanti saluti allo stato di diritto, il fino ad allora intoccabile Miroslav Miskovic, la quintessenza dei tajkuni serbi.

Riprendendo la lezione di Leibholtz, per tanti versi l’SNS ha riempito una debolezza, costruendo un partito finanziariamente e politicamente capace di essere egemone nel paese rispetto ad altri soggetti socio-economici, i quali alla fine non hanno scelta che adeguarsi o contrapporsi, subendo discriminazioni e boicottaggi.

Il partito personale non va visto come contrapposto al partito-organizzazione: al contrario esso ha un’organizzazione ben radicata, è la versione attuale del partito di massa, ma fondato non su una ideologia, ma innanzitutto sulla fedeltà al capo. Si è creata così nel paese una doppia fedeltà: una debole, verso lo Stato, da cui non aspettarsi più istruzione di qualità, servizi sanitari accettabili, certezza del diritto, sicurezza diffusa ed equanime; e una forte, verso il partito al potere e il suo leader. Sbaglia però chi pensa a una contrapposizione: il partito al potere e lo Stato serbo sono coessenziali e paradossalmente il partito personale intende proporsi come la struttura capace di far funzionare lo Stato, pur piegandolo ai suoi obiettivi di potere.

Il partito personale per sua natura non può avere una sua collegialità: ufficialmente il presidente del Partito Serbo del Progresso è Milos Vucicevic: fatto conosciuto a una minoranza di serbi perché è il Presidente della Repubblica che appare sui cartelloni e negli spot a fare campagna elettorale per il suo partito. Chiaro che a livello istituzionale salta la terzietà tipica della funzione del Presidente della Repubblica: chi conquista quel ruolo finisce per essere un sovrano elettivo, senza nemmeno troppi vincoli costituzionali, che nomina e revoca un primo ministro alle sue dipendenze. I partiti personali spingono inevitabilmente per trasformare gli assetti costituzionali dei paesi dove sono presenti da repubbliche parlamentari a repubbliche presidenziali. Per quanto la Serbia sia ancora nominalmente una repubblica parlamentare, de facto è diventata una repubblica presidenziale, non per via di una quale riforma costituzionale, ma da quando il capo del partito personale più forte è anche Presidente della Repubblica.

Il partito personale deve avere una sua autonoma forza finanziaria: se il prototipo italiano di Forza Italia si fondava sulle risorse di Silvio Berlusconi dopo la quotazione in Borsa di Fininvest (poi Mediaset), i partiti personali attuali si fondano su una rete di finanziatori e di imprese, spesso  direttamente controllate, capaci di fornire le risorse per far fronte ai costi della struttura organizzativa, ai costi della propaganda, alle necessità estemporanee. In questo, non si distanziano molto dalle strutture economiche che gravitavano attorno ai partiti di massa del secondo Novecento. La differenza sta nell’uso delle leve di potere dello Stato per favorire alcune intraprese o imprese collegate al partito personale.

Il partito personale serbo è anche un partito di massa: gli ultimi dati rilevano che l’SNS dichiara ufficialmente 800.000 iscritti, dunque quasi un serbo adulto su sei aderirebbe al partito dominante nel paese. Questi numeri indicano una volontà di radicamente reale, non solo di mobilitazione in occasione delle scadenze elettorali.

SCHEDA – Il partito personale sulla scena politica serba

Il quadrante che presentiamo di seguito può consentire di capire meglio cosa significa per un paese avere al potere un partito personale.

Elaborazione di Luigi Di Gregorio, tratta dal libro “Il partito personale” di Mauro Calise, Laterza, 2010, pag. 141.

L’asse orizzontale individua le scelte di voto che vanno dal voto di appartenenza al voto di adesione a un leader. L’asse verticale definisce le scelte di voto trainate da considerazioni individuali, da cittadini informati, o da scelte di gruppo, da sostenitori che mutualmente si confermano nelle loro scelte per qualche comune appartenenza. I quattro campi di attributi che vengono costruiti individuano quattro tipologie di voto: il voto di appartenenza ideologica, dove gruppi si riconoscono in un partito (pensiamo a un sindacato di area); il voto di opinione, dove i cittadini informati scelgono determinate policies, opzioni di governo su determinate questioni; il voto di scambio, il patronage, dove il leader e il singolo cittadino si accordano per favorire un interesse del cittadino (posto di lavoro, licenza commerciale o edilizia, ecc); il voto carismatico, dove il leader viene scelto e sostenuto per la sua figura, grazie a un rapporto quasi prelogico con l’elettorato basato su bisogni ancestrali, quali sicurezza, senso di appartenenza, trasfert di sentimenti positivi di affetto o di idolatria del capo.

Se dovessimo posizionare su questi quadranti i partiti serbi, vedremmo come l’SNS vincerebbe a mani basse non solo il quadrante del voto carismatico, ma anche quello di “patronage”, si posizionerebbe molto bene nella competizione ideologica, mentre negli ultimi giorni ha messo in campo molti volti della cosiddetta “società civile” per essere un’opzione possibile anche nel voto d’opinione.

Di converso, le opposizioni di destra risultano essere forti nel quadrante ideologico, ma deboli nel voto d’opinione, soccombenti nella leadership e chiaramente deficitari nel voto di patronage. La coalizione “Serbia contro la violenza” (“vasto programma”, avrebbe commentato De Gaulle) punta tutto sul voto d’opinione con un’impostazione moraleggiante che esclude il voto di patronage, ma se la leadership di Marinika Tepic ha guadagnato reputazione in questi anni, l’orientamento ideologico della coalizione è alquanto generico e indistinto, con vari appartenenti che hanno a volte espresso opinioni diametralmente opposte.

Se sovrapponiamo a questo quadrante la struttura socio-economico-culturale del paese, vedremo che le persone più colte e benestanti, che dunque hanno verso il voto un approccio razionale e non condizionato da fattori materiali, si concentrano nella capitale, mentre i messaggi populisti, con le dazioni a giovani e pensionati dal bilancio statale, avranno il loro massimo effetto nelle zone e tra le fasce meno ricche del paese, che voteranno in massa il partito la potere.

Con un partito al potere competitivo su tre quadranti su quattro, il risultato delle elezioni appare alquanto prevedibile. Con il voto di opinione che si concentra nella capitale una parte delle opposizioni potranno probabilmente rivendicare un risultato gratificante, ma non sufficiente a innescare un avvicendamento al potere nel Paese. 

Il consenso del partito personale viene coltivato su un doppio binario: un consenso popolare attraverso televisioni e tabloid che modulano l’agenda setting delle reazioni emotive della popolazione meno consapevole, suscitando di volta in volta paura, indignazione, orgoglio nazionale al fine di rafforzare il legame emotivo con il leader. Al vertice, raffinati circoli intellettuali definiscono l’interesse nazionale e le strategie geopolitiche memori che, storicamente, il paese si può rafforzare solo con una guida forte.

Non credo che esista un solo partito personale che non possa essere definito “sovranista” o “patriottico: i partiti personali sono una elaborazione della cultura di destra contemporanea, della volontà di disintermediare i processi statuali per appellarsi direttamente al popolo, ovvero a quelli che vengono ritenuti (o indotti) i suoi bisogni e le sue aspirazioni più profonde. In questo senso il leader è espressione della comunità nazionale, intesa come Gemeinschaft in contrapposizione alla Gesellschaft, ovvero alla società civile. Nel suo classico testo Ferdinand Tönnies propone questa distinzione da cui sorgono due tipologie di leader ben diverse: dai legami di comunità o di patria emerge il leader carismatico, mentre dai legami razionali intersoggettivi emerge il leader logico-razionale, in sostanza il tecnico degli omonimi governi.  

Aleksandar Vucci con il Patriarca serbo-ortodosso Porfirije

Nei paesi di religione ortodossa il partito personale conservatore ben si congegna con il locale Patriarcato: la symphonia di ispirazione bizantina, ovvero la piena concordanza tra religione e Stato, viene ribadita da questa configurazione di potere in cui il capo dello Stato è il capo del partito con maggior consenso popolare, dunque rappresentante e demiurgo dei destini della nazione, in una versione istoriosofica di cui Berdjaev ha dato l’elaborazione più efficace.

Lo slogan dice “La resa non è in discussione”, implicitamente riferito all’indipendenza del Kosovo.

I leader sovranisti attuali non diffondono messaggi bellicosi, o meglio: in un’epoca di incertezza, di ansie e di nuovi veri e propri conflitti armati, si propongono come i primi e gli unici validi difensori del proprio popolo dalle aggressioni o dalle pretese, vere o presunte di altri popoli o istituzioni internazionali: a una popolazione impaurita dai cambiamenti globali, si propongono come il loro scudo, non la spada. Non è un caso che l’animale-totem che appare in alcuni spazi elettorali SNS è il lupo, per eccellenza animale con un capobranco che protegge gli altri.

Dunque si arriva alla questione del Kosovo, vera questione identitaria della Serbia attuale. Dopo decenni di propaganda revanscista, nessun governo serbo reggerebbe al dissenso popolare nel caso di riconoscimento del Kosovo. Torniamo così alla domanda iniziale: i partner europei vogliono davvero la destabilizzazione della Serbia e dell’area? Dei 18 partiti in lizza per le elezioni di domenica 17 dicembre, solo il marginale partito dell’ex presidente della Repubblica Tadic e la piattaforma europeista “La Serbia contro la violenza” si schierano nella maggioranza dei loro componenti per il riconoscimento del Kosovo, e comunque in forma implicita. Tutti gli altri partiti che non rappresentano minoranze etniche accusano semmai Vucic di essere troppo morbido sulla questione Kosovo. Ma in realtà tutti i serbi sanno che domenica non si voterà né per decidere sul Kosovo, né su una futura adesione all’Unione europea, né sui rapporti con la Russia, né sulle politiche sociali o sul modello di sviluppo che deve seguire il paese. Domenica andrà in scena un altro plebiscito a favore o contro Vucic e il suo partito personale.

Biagio Carrano

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