Governo Brnabic II: diciotto mesi per dire sì a Kosovo e NATO

In diciotto mesi il nuovo governo di Serbia dovrà compiere cambiamenti radicali delle posizioni geopolitiche ribadite negli ultimi due decenni. 

Quando mercoledì 28 Sergej Lavrov atterrerà a Belgrado, troverà ad attenderlo lo stesso primo ministro, Ana Brnabic, ma un governo nettamente più distante dagli interessi geopolitici russi.

Il partito socialista, da sempre vicino a Mosca, nonostante la buona prova alle elezioni di giugno ha dovuto accettare di gestire un solo dicastero con portafoglio, e anche di secondo piano, come quello dell’istruzione. Ma, soprattutto, ha dovuto rinunciare al ministero dell’energia per cederlo a Zorana Mihajlovic, che nel 2014 dovette lasciare quella poltrona proprio dopo le pressioni di Mosca, accusata di essere troppo filoamericana.

Il leader dei socialisti Ivica Dacic, nel suo discorso di insediamento come presidente del Parlamento, ha già alluso a quanto potrebbe accadere: “Vedo che in questa sala c’è un buon riscaldamento e speriamo che ci possa sempre essere il riscaldamento in Serbia grazie a Srbijagas”, al cui vertice siede Dusan Bajatovic, il socialista più potente in termini di peso economico, forte di questo grazie all’amicizia personale con Sergej Miller, capo di Gazprom.

Ma dopo gli accordi di Washington del 4 settembre sembra che le scelte di Aleksandar Vucic si orientino nettamente verso gli USA. Il governo Brnabic II a scadenza, con le elezioni dell’aprile 2022 già virtualmente fissate, potrà contare su un Parlamento senza opposizione, meno monolitico forse solo di quello della Corea del Nord, per portare a compimento due scelte strategiche che revocheranno tanti storici proclami e principi della politica estera serba: il riconoscimento de facto del Kosovo e una sorta di pre-adesione alla NATO.

Mentre ammirerà i mosaici realizzati nel tempio di San Sava dagli artisti russi con i fondi della Gazprom, Sergej Lavrov si chiederà chi dei presenti alla celebrazione della conclusione dei lavori della più grande chiesa ortodossa dei Balcani potrà ancora essere considerato un referente della Federazione Russa. Non troverà più nessuno. Il nuovo ministro degli Esteri Nikola Selakovic ha ottimi rapporti con Mosca, ma è innanzitutto l’uomo forse più fidato di Vucic. Il nuovo ministro della Difesa Nebojsa Stefanovic si allontanerà di certo dalla retorica bellicista e panslavista del suo predecessore Aleksandar Vulin, che si ritrova ministro degli Interni grazie al classico promoveatur ut amoveatur. Il patriarca serbo ortodosso Irinej sembra aver accettato l’ineluttabilità di quanto stabilito il 4 settembre. Aleksandar Vucic ha fatto le sue scelte, insediando per la seconda volta al ministero dell’Energia la Mihajlovic, nonostante i rapporti spesso non idilliaci tra i due.  E Ivica Dacic non poteva essere l’interprete di questa nuova e sorprendente fase della politica estera serba. 

Fatto sta che, a dispetto di chi pensava che gli Accordi di Washington fossero una specie di reality show in funzione elettorale, l’amministrazione Trump sta dimostrando di voler implementare di corsa i presupposti geopolitici di quell’accordo, facendo arretrare in due mesi Turchia, Cina e addirittura la Russia dalle posizioni che avevano guadagnato nei Balcani in anni o decenni di paziente lavoro diplomatico.

Meno attento alle sollecitazioni dell’Unione europea si è dimostrato il Presidente Vucic. Tutti i ministri che sono stati coinvolti in vari scandali e/o accuse di corruzione (Mali, Vulin, Stefanovic, Udovicic) restano saldamente al governo, con buona pace di Bruxelles e dei media sostenuti o finanziati dai paesi della Ue. La scelta di una funzionaria preparata, ma dallo scarso peso politico, come Maja Popovic al Ministero della Giustizia indica che i temi dello stato di diritto saranno meno sentiti rispetto all’adeguamento agli standard ambientali dell’Unione e la gestione dei relativi fondi, che verrano seguiti da una politica molto stimata da Vucic quale Irena Vujovic.  

Molto più importante è la scelta di Gordana Comic come ministro delle minoranze e del dialogo sociale: a lei, fino a maggio deputata del partito democratico, è affidato il difficile dialogo con le opposizioni per arrivare ad avere ad aprile 2022 elezioni politiche senza boicottaggi e dunque un Parlamento più rappresentativo. Che il lungo corteggiamento della Comic abbia avuto successo è anche un’ulteriore indicazione dello spappolamento di una opposizione che non ha né leader credibili, né una piattaforma comune, né idee trainanti da proporre agli insoddisfatti del predominio SNS.

Certo, il nuovo governo è quello più al femminile della storia del paese, ma l’equilibrio di genere non condiziona in automatico l’orientamento politico di un paese. Dei ministri di prima fascia (Economia, Finanze, Esteri, Interni e Difesa), solo l’Economia è appannaggio di una donna, Anđelka Atanasković, direttrice generale dell’azianda bellica Prva Petoletka-Nameska.  

Sulle qualità dell’industria bellica serba risiede una parte considerevole dell’importanza geopolitica del paese. Tantissimi paesi, soprattutto medioorientali hanno trovato nell’ultimo decennio nella Serbia un fornitore di armi affidabile, discreto e a costi contenuti.

Tuttavia la Atanasković non è una politica, ma una manager pura, la cui esperienza lavorativa si è svolta tutta e solamente nel complesso industriale di Trstnenik. Una donna che porta al governo il prestigio dei risultati raggiunti in un’unica impresa, ma che è cresciuta fisicamente e culturalmente distante da tanti altri settori trainanti l’economia del paese, dall’agricoltura all’informatica. La Atanackovic ministra rappresenta il tentativo del governo di offrire una sponda al mondo delle imprese. Così il nuovo ministro delle infrastrutture e delle costruzioni, Tomislav Momirovic, celebre per le ricette iperliberiste che diffonde via Twitter in maniera ben poco argomentata (che 250 euro netti di salario minimo sono troppi e che i lavoratori dovrebbero solo ringraziare chi li paga), sarà più un messaggio di attenzione nei confronti degli imprenditori che un qualche cambio di indirizzo rispetto a quanto impostato finora dalla Mihajlovic.

Vi è da dire che Vucic, e ancor di più la Brnabic, avrebbero desiderato coinvolgere al governo qualche imprenditore di successo dei settori più dinamici e innovativi del paese, soprattutto dell’Information & Communication Technology, anche come ambasciatori di un’altra idea dello sviluppo del paese.

Ma le difficili scelte politiche che questo governo a scadenza sarà chiamato ad affrontare non consentono esperimenti con persone non pienamente controllabili.

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