Incontro con Goran Stojcetovic, fondatore di Art Brut Serbia

L’espressione “Art Brut” fu coniata da Jean Dubuffet nel 1948 per indicare un tipo di arte basata sulla pura sensazione, libera dai vincoli dell’educazione, vicina alle forme espressive dei cubisti e dadaisti degli inizi del secolo. Abbraccia i lavori dei gruppi cosiddetti “marginali”, carcerati, pazienti psichiatrici, bambini, autori non scolarizzati, creativi al di fuori del sistema e le donne, alla periferia del pubblico per un lungo periodo di tempo.

“E’ più una filosofia che un movimento artistico”, spiega Goran Stojcetovic, il fondatore dell’Associazione Art Brut Serbia e del portale Internet artbrut-inside.org.

Rispetto al suo predecessore, che ha portato quest’arte “grezza” alla luce, Stojcetovic non solo presenta le opere dei membri del gruppo, ma espone anche con loro, nonostante si sia laureato presso la Facoltà di Lettere e costruito, nella sua “precedente vita”, una certa fama. Lo fa convinto di poter apprendere, talvolta, molto di più dai suoi “anonimi” colleghi che dall’accademia. Può imparare come lasciar andare la mano, come mettere da parte la razionalità e creare esclusivamente lasciandosi trasportare dall’intuito e naturalmente senza direttive accademiche, senza alcuna regola o mito della cultura ufficiale.

Mentre iniziamo l’intervista, sta “apprendendo la lezione di Joskin Siljan,” di cui una notevole collezione è esposta presso il padiglione Cvijeta Zuzoric. Allo stesso tempo, mi fa da guida attraverso il mondo delle “immagini selvagge”.

“Il solo pensiero di dipingere come Joskin mi ha attratto così tante volte, ma poi l’educazione mi ha istruito a definire il mio disegno, per renderlo più scolastico”, racconta Stojcetovic, manifestando ammirazione per il coraggio e l’arte di Siljan. Il vivave stile espressivo di Siljan caratterizza anche le sue immagini, a volte sulla scia di Dubuffet, a volte su quella di Klee o Baskiat. Echi di questi geni creativi si ritrovano nelle opere che coprono le pareti dei due piani del padiglione, accompagnati da titoli inusuali come “Voglio essere una persona”, o “Lui non è mio, ma è piuttosto carino”.

“Questa è di gran lunga la miglior mostra in città, e non solo al momento, ma per un tempo molto lungo”, afferma Goran lodando l’autore, ma esprimendo anche una critica ai media che non hanno coperto adeguatamente l’evento. 

Chi visita regolarmente mostre d’arte nella capitale e conosce i protagonisti del palcoscenico delle arti visive troverà piuttosto insolito l’atteggiamento di un artista intento a tessere in questo modo le lodi di un collega e manifestare un così genuino interesse per la sua creazione.

“Quando incontro uno spirito artistico gemello mi sento meno solo”, spiega Stojcetovic. Perché, per quanto possa essere stravagante e strano, un artista brama sempre la comunicazione. “Il mondo di un artista non appartiene mai appartiene solo a lui, appartiene a tutti noi, perché sia condiviso”, aggiunge.

Goran ci ricorda che la libertà che artisti contemporanei possiedono, da Marcel Duchamp e simili, ai baffi apposti alla Gioconda agli orinatoi come manufatti, è stata acquisita dopo secoli di lavoro al servizio della Chiesa prima e dell’aristocrazia e di clienti facoltosi successivamente. Accademicamente parlando, Art Brut è l’unico germoglio duraturo del Romanticismo basata sull’uguaglianza. E’ sopravvissuto solo perché “nascosto” nelle opere di fuori dell’attenzione ufficiale e lontano dal “colonialismo” dei curatori.

“La cultura è la cosa più artificiale che ci sia”, Stojcetovic ha una posizione ben precisa su quello che ci viene imposto come “valore”. Riguarda soprattutto la nostra cultura, sempre asservita allo stimato patrocinio “francese”, anche se in ritardo rispetto a Parigi. In queste condizioni, secondo Stojcetovic, come si può non desiderare essere parte del margine, che rappresenta l’unico luogo di profondità? E’ nel margine che si può coltivare l’unica onesta forma di creatività, senza aspirazioni di ottenere apprezzamento.

Per di più, Stojcetovic, soprannominato Goksi, fa un notevole sforzo per non essere “usato” dai curatori: lavora su materiali decomponibili, non con gli strumenti dell’arte classica, ma con ramoscelli, unghie e dita. Realizza sculture utilizzando alimenti, crea installazioni di maiali arrosto, e pone sacchetti di rifiuti sulla sua testa durante le sue performance.

“La gente spesso mi chiede il motivo per cui parlo delle opere degli altri piuttosto che delle mie”, ma la sua modestia ed umiltà è determinata dall’entusiasmo che nutre nei confronti del movimento dell’arte “grezza”.

Sono passati secoli da quando ne ha avuto abbastanza di questo “io”, da quando ha anche fondato un’associazione di vari rappresentanti di Art Brut e anche uno strumento di divulgazione pubblica, un portale internet.

Una storia non semplice da raccontare in pochi tratti, quella personale e artistica di Goran, ricca e prolifica di esperienze significative che sono culminate nell’illuminazione dell’art brut.

Dalla giovinezza trascorsa a Uroševac, in Kosovo, sempre oscillando tra la passione per lo studio del disegno e della musica ed il rifiuto delle norme sociali e dell’autorità, Goran approda all’Accademia d’arte di  Pristina e, a partire dal 1997, un forte interesse nei confronti di un’approfondita analisi psicologica dell’espressione artistica muta il carattere della sua ispirazione e la forma del suo lavoro. In seguito ai bombardamenti del 1999, Goran abbandona il Kosovo ed acquisisce lo status di rifugiato, in un periodo che definisce come il più produttivo della propria vita, per via del desiderio di “rinascita” ad esso connesso.

Dedito allo studio della psicologia junghiana e delle teorie di Klee, Goran reincontra Danijel Savović, un soldato belgradese che aveva conosciuto durante i bombardamenti, ex allievo dell’Accademia d’arte di Belgrado: ne nasce un sodalizio artistico che porta i due ad esporre i propri lavori in un’esibizione dal titolo Project Zero, ospitata presso il Belgrade Institute for Cultural Development nel 2002. Due anni dopo, Goran viene invitato dall’Accademia di Belle Arti di Belgrado a tenere un laboratorio per bambini senza sostegno familiare presso Sremska Kamenica,e, più tardi, l’artista continuerà a tenere laboratori simili coinvolgendo giovani con disabilità a Belgrado. Nel frattempo la sua sperimentazione formale si spinge oltre i limiti dell’arte classica, arrivando ad includere fluidi corporei come materiali, e le sue precedenti esperienze trovano sistematizzazione in uno studio dal titolo On Deep Psychological and Associative Analysis in Art Expression.

La collaborazione con il Priština People’s Theater in Kosovska Mitrovica lo porta a maturare un interesse per il disegno performativo, che sfocia in due performance presso il Centro culturale studentesco di Belgrado, durante le quali è l’atto stesso del disegnare ad essere drammatizzato. Intanto, la musica diventa sempre più elemento costitutivo del suo processo creativo: le sue performance lo vedono realizzare “i disegni più veloci del mondo” in una sorta di scambio creativo in progress con musicisti presenti sulla scena. Nel gennaio 2013, volgendo le spalle ai problemi personali della dipendenza da alcol, Goran decide di dare una svolta alla sua vita fondando il gruppo Art Brut Serbia. La fondazione del Gruppo assume, nella sua storia personale e creativa, il ruolo di reazione, da parte di un’energia inconscia accumulata nel corso del tempo, alla sua “insensatezza biologica”: quell’energia, dunque, attraverso l’Art Brut, si materializza quale missione concreta e campo infinito di espressione creativa e sviluppo personale.

Convinto che l’avvicendarsi dei conflitti abbia permanentemente plasmato tanto la sua vita quanto la società intorno a lui, comincia ad indagare sistematicamente la relazione tra individuo, guerra, trauma e società, e ad organizzare laboratori per i ragazzi dei ghetti in Kosovo, così come per i giovani di nazionalità serba ed etnia rom, civili e soldati KFOR, e a raccogliere lavori realizzati da artisti e cittadini comuni influenzati dai bombardamenti NATO del 1999, organizzando mostre e incontri per discutere del ruolo della creatività in tempi di guerra.

Intanto il processo di diffusione dell’Art Brut continua, coinvolgendo il Museum of Naïve and Outsider Art di Jagodina e il centro sperimentale d’arte Matrijaršija di  Zemun. Allo stesso tempo Goran di dedica a performance in cui ha crea sculture zoomorfe utilizzando generi alimentari, materiali da costruzione, e immondizia, realizza una performance sull’esorcismo (PSIHOANELIZE MICHEL) e inizia a lavorare sull’elaborazione digitale di immagini fotografiche raffiguranti motivi banali, duplicando alcune parti della fotografia e rimodellandole in nuovi motivi. Ha chiamato questo processo clone engineering (Klon inženjering – foto di copertina).

Dal febbraio 2015 è alla guida dell’Art Brut Studio presso la Clinica Psichiatrica dell’Accademia Medica Militare di Belgrado, dove continua la sua ricerca sulla relazione tra arte e psicologia. In collaborazione con la Gallery Štab di Belgrado ha organizzato il primo Balkans Art Brut Salon nel 2016.

Così Goran è diventato parte di una storia molto più grande, quasi di una missione, ponendosi al servizio di uno scopo più alto. Accanto alla sezione relativa alle arti visive, sul portale trovano spazio anche scienza, musica e letteratura. Le ultime due sezioni non sono state aggiornate regolarmente perché l’editor è sovraccarico di materiali. Ci sono così tanti brani dai “mercati delle pulci” e altri mercati, così tante canzoni per lenire l’anima, tante lettere d’amore, cartoline, documenti di scuola, tutti raccolti da una singola fonte. “Questa collezione da solo è un artefatto”, Stojcetovic è convinto. La sezione scientifica coinvolge psicologi e psichiatri, che collaborano con l’associazione. In un anno, il sito ha radunato più di 5.000 visitatori regolari, mentre il gruppo di artisti si compone di più di dieci membri.

Stojcetovic collega la sua tendenza verso le performance di gruppo ad uno dei tratti della sua personalità che sempre mostrato fin da quando era bambino. Vale a dire, ha sempre radunato persone, a partire dalla sua città natale Urosevac fino alla sua attuale casa, Belgrado. Tuttavia, tutte queste persone sono sempre state particolari, un’alternativa alla modellata cultura dominante.

“Sono sempre stato considerato un ragazzo positivo con una folle energia, e mi sono sentito come un osservatore alieno eccitato”: questa la sua versione di quello che gli imprenditori definirebbero leadership. Goran si relazione con accademici, ladri e assassini nello stesso modo, cercando il nucleo di bontà, il potenziale di umanità. La sua ricetta è “comprendere il male dall’interno. Solo allora si può andare oltre”: “Se non si presta attenzione alle distorsioni dell’anima, si crea il male… per se stessi e per gli altri”.

Suicidal on the run Kosovo

Ecco perché non c’è da meravigliarsi che sia riuscito a costruire un gruppo così versatile. Il lavoro negli istituti psichiatrici lo aiuta a penetrare gli elementi visivi che emergono da una sfera di profonda sofferenza, confrontandoli con lo stato socio-politico generale del pianeta. Per questo motivo ha visitato l’Art/Brut Center Gugging presso Vienna la scorsa estate.

Situato nel bosco, il Gugging Museum è anche un residence che ospita fino a 12 persone che hanno bisogno di assistenza sociale e medica. Rispettando le espressioni artistiche originali, il centro rende i suoi beneficiari famosi. In questo modo, il significato di quest’arte è aumentata al di fuori del nostro paese. “Le condizioni fornite sono tali da farti desiderare di non uscirne più, sebbene tutto sia adeguato alla creatività dei pazienti”, osserva Goksi con un sorriso. Sorride perché comprende essenzialmente il potere della creazione proveniente da un’anima afflitta, o la rivolta contro l’essere frainteso, cosa con la quale i creatori locali di Art Brut devono confrontarsi.

Se nelle società altamente organizzate coltivare l’arte marginale può essere difficile, qui, dove anche quelli altamente quotati nella gerarchia dell’arte non sono ricchi, ancora di più. Altri, quelli più bassi in grado, difficilmente possono arrivare a fine mese, tanto che, quando non sono alle prese con scultura o pittura, devono adattarsi a fare tutti i tipi di lavoro per far quadrare i conti. 

“Quando c’è volontà, c’è sempre un modo”, Goksi è molto entusiasta. Egli è anche disponibile ad un impegno volontario, che non appare redditizio, ma costruisce amicizie durature. Ecco come si crea la rete di contatti e servizi.

Un futuro luminoso attende la scena art brut locale: Stojcetovic ne è convinto.

Ci saranno momenti in cui sembrerà assurdo cominciare le biografie degli artisti con “ha studiato presso l’Università tali dei tali, con il professor tal dei tali”,  non ci saranno concorsi, gallerie, accademie, sofisticate tecniche di lavorazione, i premi o un sistema. L’arte rivelerà sempre di più il suo potere terapeutico ed emotivo: tutto questo compone il nuovo manifesto dell’arte degli artisti marginali.

Suona utopico, ma come tutte le idee rivoluzionarie, rende euforici e permea tutto l’essere.

“Era inutile inventare un nome per un gruppo di arte e fingere di essere artisti d’avanguardia del XX secolo. Jean Dubuffet aveva già detto tutto quello che doveva essere detto a proposito dell’art brut. Le persone potranno trovare un significato nell’arte solo se avrà un effetto curativo su di loro. Nessun contesto storico d’arte può penetrare future anime vuote”. 

 

Intervista realizzata da Dragana Nikoletić

http://novaekonomija.rs/sr/artikli/neje-moj-al-ne%C5%A1to-mi-sladak

 

 

PSIHOANELIZE MICHEL – Esperimento d’arte di Goran Stojcetovic

Anneliese Michel era una ragazza tedesca che morì nel 1976, all’età di 23 anni, a causa di un esorcismo praticato su di lei per diversi mesi dai suoi genitori e da due sacerdoti (http://sr.wikipedia.org/sr/Anelize_Mihel).

Disegnando su una lavagna luminosa con il movimento inconsapevole della mano, con l’aiuto di luce e ombra, ho scoperto un nuovo contenuto psicologico-visivo che altrimenti non avrei scoperto. Si tratta di un esperimento di un laboratorio in cui ho usato disegni riflessi sul muro mentre continuavo a dipingere, esplorando forme e associazioni.

Disegnando sulla lavagna luminosa ho usato marcatori, chiodi, corde, fili, pillole, partite, una mosca e una farfalla disegnati dalla luce del proiettore. Ho usato i colori bianco e nero, perché volevo scoprire l’arte della totalità concettuale visiva che questi due colori rappresentano. Più tardi, ho acceso un disegno e spegnere il fuoco quando e dove ho trovato appropriato. Alla fine, sono stato raggiunto da mio collega artista Daniel Savovic che ha avuto l’idea di dipingere un arco intorno all’immagine/disegno.

L’intera azione è stata accompagnata dalla registrazione dell’audio originale di Anneliese malato per 80 minuti.

 

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