La fuga di Geox dalla Serbia: una lezione per tutte le imprese italiane

La chiusura dello stabilimento Geox di Vranje con il conseguente licenziamento di 1.200 operai non è solo un pesantissimo danno socio-economico per una delle aree più remote e meno sviluppate del paese, ma anche un colpo alla credibilità degli imprenditori italiani in Serbia.

La Geox a Vranje pagava stipendi tra i 300 e i 340 euro netti.

Non si tratta questa volta del tentativo del piccolo imprenditore alla ricerca di un’ultima occasione, con macchinari antidiluviani e quattro spiccioli salvati da un precedente fallimento. In questo caso la multinazionale del Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana Mario Moretti Polegato, (diciassettesimo tra gli italiani più ricchi e tra i mille uomini più ricchi al mondo) ha intascato sovvenzioni dallo stato serbo per circa 12 milioni di euro (9,000 euro per ogni dipendente) per pagare poi salari netti tra i 300 e i 340 euro al mese a oltre mille dipendenti, ai quali, come risulta da molte fonti, non veniva riconosciuto neanche il diritto di andare liberamente in bagno. Si tratta di un enorme fallimento imprenditoriale ed etico che dimostra tutti i limiti di un’idea di fare impresa in Serbia basata esclusivamente sulla caccia a sovvenzioni statali e forza lavoro disposta ad accettare salari miseri e trattamenti paraschiavistici.

Se tante imprese del settore calzaturiero e tessile, italiane e non, da anni operano con successo in Serbia e una multinazionale finanziariamente molto più forte di esse non ha retto più di cinque anni, qualche domanda su come e in quali settori investire oggi nel paese andrebbe pur posta, magari accettando il fatto che i modelli produttivi e manageriali che nel 2000 o nel 2010 potevano garantire il successo oggi mostrano la corda.

Di fronte alla variegatezza dei fattori di successo per un’impresa, concentrarsi solo sul costo del lavoro e sugli aiuti statali è indice meno di cinismo quanto di arretratezza culturale e manageriale. Lo stesso costo del lavoro quanto può essere un parametro pregnante? Quando all’importo complessivo del monte salari si aggiunge l’impatto dell’assenteismo, delle malattie e degli infortuni, della bassa efficienza conseguenza della bassa motivazione, dei danni ai macchinari come classica protesta luddistica per le condizioni di lavoro, quanto arriva a costare a tante imprese il cattivo lavoro che, da tutto il mondo, portano in Serbia?

E quanto poi costa presumere di poter replicare nella Serbia del 2021 gli anni Sessanta italiani, anche con i macchinari di quell’epoca, perdendo così gran parte dei risparmi sul costo dell’energia elettrica? E quanto costa la manutenzione di macchine usate e riusate, smontate e rimontate più volte? Quanti sfridi e scarti producono? Quanto si potrebbe risparmiare se, invece di linee produttive vetuste e un approccio ad alta intensità di lavoro, si investisse in automazione, ovvero in capitale fisso piuttosto che assorbire capitale circolante inseguendo masse di operai senza neanche voler investire nella formazione di quadri intermedi? Dove poi trovare oggi tanta manodopera in un paese in cui alla crisi demografica si sovrappone la fuga all’estero (o almeno a Belgrado) di cervelli e braccia?

Non si tratta di interrogativi etici (per i quali la vicenda Geox in Serbia offre comunque ampi spunti), ma di riflettere se non va cambiato l’approccio di molti imprenditori e la narrativa con cui le stesse istituzioni italiane presentano ancora il paese balcanico.

Secondo i più recenti dati della Camera di Commercio di Serbia vi è un solo settore industriale dove l’Italia è al vertice dell’esportazioni dalla Serbia, ed è proprio quello del tessile-calzaturiero (439,8 milioni di euro nei primi due mesi del 2021), settore che mostra la dinamica di crescita meno brillante rispetto a tutti gli altri considerati. Bisognerebbe chiedersi perché, nonostante una presenza antica e radicata, l’Italia primeggi in Serbia solo in un settore maturo, ad alta intensità di manodopera e a bassa innovazione. Dal canto loro istituzioni e rappresentanti dell’imprenditoria italiana si gingillano con la classifica dell’interscambio commerciale, dove l’Italia ancora si ritrova ai primi posti. Ma quanto valore aggiunto e quanta marginalità, quanto contoterzismo e quanta innovazione vi è in quel dato macro estremamente generico? Mancano al riguardo analisi di qualità, al massimo ci si limita a una generica e pomposa conta delle imprese a capitale italiano e a magnificare gli occupati che generano: ecco, iniziamo a togliere 1.200 addetti a questa somma alquanto grossolana.

Il basso costo del lavoro in Serbia è spesso per gli imprenditori italiani una trappola mentale che non li sollecita a investire in impianti all’avanguardia, nella formazione, in personale non direttamente coinvolto nella produzione, nella digitalizzazione, in generale nell’innovazione, tanto di prodotto che di processo. Non si pensa mai che proprio il co

Moretti Polegato visita l’impianto di Vranje accompagnato dai suoi manager locali.

sto minore dei fattori produttivi garantito dalla Serbia potrebbe consentire di sperimentazioni e innovazioni molto meno costose da realizzare che nella casa madre. Certo, per convertirsi a questo approccio bisognerebbe cambiare la rappresentazione che si ha della Serbia. Mentre il paese balcanico punta da anni ad attrarre investimenti in settori innovativi e a sostenere le industrie creative, dopo tanti anni nel paese non so ancora quale è la strategia dell’Italia in merito agli investimenti da indirizzare verso la Serbia. Sempre che esista, ovviamente.

Non stupisce allora che una realtà come quella di Mario Moretti Polegato, la cui holding ha chiuso il 2020 con un utile di 413 milioni di euro, abbia rinunciato a investire per ripensare e rilanciare la sua presenza in Serbia: se l’idea che si ha del paese balcanico è quella del Bangladesh d’Europa con in più ricche sovvenzioni a pioggia, se il cambiamento nelle attese dei politici serbi verso gli imprenditori esteri non viene comunicato, se non si coglie l’evoluzione economica che sta attraversando il paese, la sfida del cambiamento di scenario viene risolta con una fuga dalle responsabilità, una delle forme tipiche dell’inadeguatezza manageriale.

La Serbia, sia pure in mezzo a mille contraddizioni, sta cambiando. Il “sistema Italia”, che tanto si evoca nelle occasioni ufficiali, è pronto per capire e a affrontare questo cambiamento?

Biagio Carrano 

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