Chi investirebbe in un paese che negli ultimi cinque anni ha visto aumentare l’energia elettrica industriale anche del 120%, che ha registrato un’inflazione reale del 100% su molti beni di largo consumo, nel quale il salario minimo è cresciuto dell’80% e che ha visto incrementarsi fino al 40% il costo a metro quadrato per i capannoni industriali?
Eppure, a fine 2024 la Serbia sfiorerà la soglia dei 5 miliardi di euro in investimenti diretti esteri, miglior dato storico dopo gli eccellenti risultati del 2023 (4,6 miliardi) e del 2022 (4,4 miliardi). Per il paese che per anni (e ancora oggi, a leggere le presentazioni dell’Agenzia di Sviluppo della Serbia) si è proposto di attrarre investimenti puntando sui suoi bassi costi operativi sembrerebbe un paradosso, e invece si tratta di ben altro: un cambiamento dello scenario di investimento che va studiato e che fa paura solo a chi rimpiange i tempi quando in Serbia ci si arricchiva portando produzioni povere in un paese impoverito da guerre, embarghi e privatizzazioni selvagge.
La corsa dei salari
Appena cinque anni fa sarebbe stato difficile immaginare che il salario minimo in Serbia, sventolato per anni da molti
politici locali come principale fattore di attrazione per gli investitori, sarebbe cresciuto di quasi l’80% nel lustro successivo. E sarebbe stato ancora più arduo immaginare che anche nelle zone meno sviluppate del paese questo salario netto, equivalente oggi a 442 euro, sarebbe stato ritenuto un ingaggio del tutto insufficiente. Lo stesso salario medio netto mensile ha registrato in cinque anni un balzo del 62%, arrivando a fine novembre a quasi 830 euro. Comparato ai 703 euro della Bosnia Erzegovina, i 680 euro del Nord Macedonia, gli 838 euro del Montenegro, i 575 euro dell’Albania o i 460 euro del Kosovo, appare chiaro che il costo del lavoro non è l’elemento che spiega il crescente flusso di investimenti esteri nel paese, pari a circa la metà del totale indirizzato nella regione.
La dinamica salariale a Belgrado ha poi caratteristiche ancora più estremizzate, dovute alla prevalenza del settore terziario. Oltre al celebrato settore dell’informatica, anche un settore a bassa innovazione come l’assistenza clienti in remoto ha visto in quattro anni almeno raddoppiare i salari dei suoi addetti. Oltre a salari e i prezzi più alti di tutti i paesi dell’area fuori dall’Unione europea, la capitale serba si caratterizza anche per la polarizzazione salariale che la contrappone al resto del paese e che la avvicina ad altre capitali della parte orientale dell’Europa a 27, nonostante il Prodotto Interno Lordo della Serbia sia ancora distante da quello di molti paesi dell’area. Se a Sofia (PIL nazionale 101 miliardi di dollari) il salario medio netto registrato nel 2024 è di circa 1.000 euro, a Budapest (PIL a 212 miliardi) sta a 1.071 euro, a Bratislava (PIL 132 miliardi) 1.092 euro, a Zagabria (PIL 82,6 miliardi) di 1.525 euro, la media di Belgrado tocca i 1.000 euro, ma con 4 municipalità (Stari Grad, Savski Venac, Novi Beograd, Vracar) che ricomprendono 350.000 abitanti dove il salario netto supera nettamente i 1300 euro netti al mese. Di converso si noterà dunque la differenza ancora più marcata dei salari della capitale con il resto del paese, dove non si va oltre i 600 euro. La polarizzazione dei redditi che si sta verificando nel paese è un problema di ordine sociale e politico quanto economico: la conurbazione che si sta sviluppando sull’asse Belgrado-Novi Sad-Indjija sviluppa quasi il 60% del PIL del paese sia in termini industriali che commerciali e assume dinamiche di sviluppo economico ben diverse da quelle del resto del paese. Dall’altra parte, proprio l’attrattività di quest’area finisce per svuotare i centri medi e piccoli del paese, dove gli stipendi sarebbero più bassi, se solo si trovassero abbastanza lavoratori. In un paese che tra il 2011 e 2022 ha perso il 7% della popolazione e altri 264mila tra il 2022 e il 2024, crescono solo gli abitanti della capitale, di un 1% nel periodo considerato ma, di un realistico 10% solo negli ultimi due anni grazie all’arrivo di nuovi emigrati, dalla Russia principalmente, ma sempre più anche da paesi asiatici e africani. Eccetto Subotica, tutte le città del paese con oltre 100.000 abitanti registrano una contrazione della popolazione.
Se volgiamo lo sguardo alle cittadine più piccole, in 10 anni la città di Sombor è passata da 85.000 a 73.000 abitanti, Kikinda da 59mila a 50mila, Sremska Mitrovica da 79.940 a 73.822, Jagodina da 71.852 a 66.529: non vi è cittadina, pur interessata da investimenti industriali anche consistenti, che non abbia sofferto il combinato disposto del calo di natalità e dell’emigrazione verso Belgrado, Novi Sad o l’estero. Ulteriore fattore, questo, di spinta verso l’alto dei salari. E non sarà l’importazione di manodopera dai paesi asiatici o africani a invertire la tendenza, perché i numeri mostrati sopra sono ben oltre la capacità attuale del paese di gestire i flussi migratori per lavoro.
La corsa dei prezzi
Struttura del paniere medio dei consumi in Serbia: 41,37% cibo e bevande analcoliche; 8,57% bevande alcoliche e tabacco; 20,14% affitti, mutui, servizi comunali; 6,8% trasporti; 5,61% calzature e abbigliamento; 4,09% arredamento e beni per la casa; 13,42% salute, comunicazioni, svago e cultura, formazione, ristoranti e alberghi, altri beni e servizi.Di certo, un fattore che orienta la scelta degli investitori esteri non sono neanche i prezzi che trovano nel paese. Nonostante le rassicurazioni della Banca di Serbia sul calo dell’inflazione (che tra il 2020 e il 2024 è ufficialmente cresciuta del 51% in termini composti), i prezzi dei generi alimentari, che naturalmente impattano di più sul bilancio delle famiglie a reddito medio e basso, hanno tutt’al più rallentato la loro dinamica, che ha raggiunto punte estreme del 22,1% mensile a ottobre 2021. Se le importazioni dall’estero di carne hanno mantenuto i prezzi relativamente stabili, la filiera del latte (inclusi dunque jogurt e formaggi) ha registrato aumenti anche del 100%, mentre i prodotti più acquistati dai serbi hanno quasi o più raddoppiato i loro prezzi in rapporto al 2021: 300 grammi di biscotti Jaffa sono passati da 80 a 220 dinari*; il combo di biscotti Plazma da 150 grammi assieme a 300 grammi di granulato è balzato da 250 dinari a 470; 100 grammi di caffé instantaneo Bonito da 84 a 150 dinari; un chilo di formaggio morbido da taglio Javor da 480 a 1.100 dinari; un litro di succo di mela Nektar da 80 a 124 dinari; 400 grammi di jogurt Grekos da 100 a 130 dinari; uova di categoria L da 14 a 22 dinari l’uno, ovvero un aumento del 57% in 3 anni: generi basilari o di acquisto abituale in ogni famiglia serba. Se ci aggiungiamo che tra i beni importati l’olio extravergine di oliva è aumentato anche del 150% e il riso italiano non meno del 100%, ci rendiamo conto di come i bilanci familiari siano stati falcidiati dai consumi alimentari di base. Con il paniere statistico dei consumi di base che in Serbia pesa i generi alimentari per il 41% del totale, è chiaro che in questi anni l’inflazione alimentare è stata sottorappresentata dai dati ufficiali.
Il fatto è che tra il 2021 e il 2024 la Serbia ha sperimentato la combinazione di tre tipi diversi di inflazione. L’inflazione da domanda è stata sostenuta da chi ha beneficiato dal boom del settore delle immobiliare e delle costruzioni (imprenditori e professionisti della filiera, intermediari commerciali) e dell’information technology, che ha allargato, per numerosità e disponibilità di spesa, i ranghi della popolazione a maggior reddito, ai quali si sono aggiunti i tanti della diaspora russa nel paese, non meno di 200.000 persone, molti dei quali con una capacità di spesa superiore a quella serba non solo grazie ai loro redditi da lavoro, spesso nel settore ITC, ma anche perché hanno trasferito nel paese le disponibilità contanti ottenute dalla vendita delle loro proprietà immobiliari in Russia. Questa situazione ha creato una crescita dei prezzi di vendita delle case come anche degli affitti, soprattutto a Belgrado e Novi Sad. Nell’arco di un anno le due principali città del paese hanno visto un incremento dei loro residenti di quasi il 10%, per lo più con un reddito medio alto secondo gli standard del paese, che ha impennato la domanda di beni ordinari come di consumi durevoli o affluenti, come, automobili, arredamento di fascia alta, uscite in bar e ristoranti.
La seconda dinamica inflazionistica è dipesa, come in tutta Europa post-pandemica, dall’incremento dei costi dell’energia, che ha impattato sia sulla produzione industriale sia sui prezzi dei servizi ai cittadini, come il riscaldamento e l’energia elettrica. Solo tra il primo settembre 2022 e il primo novembre 2023 il prezzo dell’energia elettrica è aumentato di quattro volte, per un incremento complessivo pari al 34,2%. Il costo dei servizi comunali agli immobili, raggruppati nella bolletta “Infostan”, cresciuti poi del 30% in 3 anni. Per quanto la tendenza del prezzo dell’energia elettrica industriale in Serbia sia calante nel breve periodo, la scarsa competitività rispetto ai paesi dell’area e anche dell’Europa a 27 risulta evidente dal grafico riportato.
La terza componente riguarda l’assenza di meccanismi reali di sorveglianza del mercato e di sanzioni per le strategie di cartello tra gli operatori commerciali. È un fatto che gli incrementi più alti della crescita del valore aggiunto negli ultimi trimestri sono stati fatti registrare dal settore del commercio. DATI
L’ex Ministro Momirovic e altri funzionari del Ministero del Commercio hanno più volte e in più occasioni pubbliche negato che i prezzi in Serbia fossero più alti che in altri paesi europei. Resta un mistero perché, invece di approfondire gli eventuali accordi di cartello tra le catene della grande distribuzione o gli extramargini degli importatori, il ministro abbiamo esaltato i vantaggi per i consumatori serbi di una parca dieta basata su uova e insaccati di bassa qualità, l’ormai mitologico Parizer, prelibatezza serba il cui prezzo, forse proprio grazie all’insperata pubblicità istituzionale, in un anno è aumentato di oltre il 15%.
Eppure, a differenza di quello che tanti manager e imprenditori vanno ripetendo, la spirale prezzi-salari non ha reso meno competitivo il paese, se non per certe produzioni. Il costo impresa di un salario minimo serbo sarà nel 2025 pari a 8300 euro, mentre in un paese dell’Unione con salari bassi come l’Italia il costo impresa di un operaio con tredicesima e busta paga mensile netta di 1.100 euro è pari a poco meno di 31.000 euro, ovvero poco meno che 4 volte il minimo serbo. Se è vero che questo non è più un parametro negoziale significativo, anche se passiamo al salario medio nazionale, ovvero circa 96,000 dinari netti per un costo impresa annuale di 15.750 euro, esso resta comunque poco più che un terzo del costo aziendale annuale di un operaio italiano a 1.500 euro netti al mese.
L’incremento dei salari e la scarsità di personale, risultato combinato dell’emigrazione e della crisi demografica del paese, hanno spinto molte imprese a ricorrere ai lavoratori stranieri, portando la Serbia dopo decenni a diventare un paese dove l’ingresso di lavoratori sorpassa il numero di chi decide di andare all’estero. Da febbraio a ottobre 2024 sono stati rilasciati oltre 34.000 permessi di soggiorno e lavoro integrato, superando dunque la media di 32.000 persone che ogni anno decidono di lasciare il paese. Questa tendenza sarà in ulteriore crescita nei prossimi anni, ma molto probabilmente non implicherà un freno alla crescita dei salari. I capi azienda che sperano in un salto indietro del paese alle condizioni del costo dei fattori produttivi di dieci anni fa e auspicano un’azione del governo in tal senso, oltre a mostrare di non voler capire le tendenze del paese e gli obiettivi del governo, finiscono per fare anche un cattivo servizio alle imprese che guidano, che si impantanano in iniziative da retroguardia industriale da anni Cinquanta: pressioni sui dipendenti su pause e malattie, minacce di visite fiscali, lamentele verso i Sindaci per la presunta indisciplina dei lavoratori sottopagati, pretese che gli adolescenti del luogo si indirizzino felici e sorridenti verso un lavoro ripetitivo e poco qualificante.
Semmai le imprese sono chiamate a interpretare correttamente il cambiamento di scenario per trovare le modalità per evolvere assieme a questo nuovo ambiente socio-economico, giudicato dalle agenzie internazionali capace di crescere al ritmo del 4% all’anno nel prossimo triennio.
La delocalizzazione produttiva in Serbia alla ricerca di un basso costo del lavoro, di sovvenzioni pubbliche, di agevolazioni fiscali e di una normativa ambientale più lasca non è più di per sé un fattore di crescita competitiva. E questo perché un’impresa che intende operare sui mercati internazionali e ambire a servire quelli più ricchi non può pensare di reggere la competizione o velocizzare la sua crescita attraverso i fattori citati, che tenderanno sempre più ad allinearsi alla media continentale o a soccombere nel confronto con i paesi dove queste condizioni sono più estremizzate.
La manifattura di semi-lavorati e prodotti conto terzi continuerà a soffrire un’erosione dei margini, visto che molto spesso non può ritoccare i prezzi di consegna preventivamente concordati mentre si ritrova a fronteggiare le pressioni sui costi che abbiamo tratteggiato. Senza importanti investimenti in competenze manageriali evolute, macchinari automatizzati e politiche aziendali per l’efficienza energetica difficilmente potranno continuare reggere a questo cambio di scenario.
Al contrario, chi produce prodotti finiti, siano essi materiali o intangibili, ha la possibilità di scaricare sui ricavi l’incremento dei costi., ma soprattutto può affrontare la concorrenza proponendo sul mercato prodotti con margini più alti. I produttori di componentistica con un significativo apporto di tecnologia o di ricerca e sviluppo possono sicuramente far valere il loro differenziale competitivo nei confronti dei clienti, sia in termini di margini che in quelli di stabilizzazione a lungo termine dei contratti di fornitura. Anche la ridislocazione in termini di friendshoring o nearshoring di unità produttive finora ubicate in Asia mostrerà la corda se interpretata senza arricchire le produzioni di valore aggiunto, anche in termini di miglioramento del servizio al cliente grazie alla vicinanza logistica.
La valutazione “investment grade” da parte di Standard&Poors attribuita alla Serbia per la prima volta nella storia lo scorso ottobre apre nuove prospettive di finanziamento alle imprese localizzate in Serbia, che possono diventare attraenti per fondi di investimento, family office, singole imprese interessate ad acquisire realtà avviate. Ma in un contesto come quello che abbiamo tratteggiato varrà ben poco proporre a dei potenziali investitori realtà labor-intensive di mero assemblaggio, prive di management competente e con visione internazionale, senza investimenti in automazione, brevetti, capacità di innovazione.
Per quanto in maniera a volte contraddittoria si sta affermando una politica economica e industriale che punta a incrementare lo stock di capitale fisso ad alta innovazione e di capitale umano ad alta formazione. La trasformazione cui ambiscono le menti con maggior visione del paese è passare da una crescita trainata da investimenti esteri e consumi, come è ancora quella attuale, a una crescita endogena, basata su industrie locali innovative, dove la produttività per addetto deriva dalla qualità dei macchinari e dalle competenze del personale, con un accento sul valore aggiunto dei prodotti finiti e non sul contenimento dei costi della subfornitura.
Perché la Serbia?
Oggi investire in Serbia sottende meno una focalizzazione dei costi e più un indirizzo strategico nel processo di internazionalizzazione capace di individuare i fattori produttivi e i vantaggi di contesto e adattarli agli obiettivi dell’impresa e alle richieste dei clienti. Il facile accesso a competenze informatiche di livello mondiale è fondamentale per qualsiasi azienda che intende produrre un alto valore aggiunto e indirizzarsi verso l’automazione e l’intelligenza artificiale proprio per far fronte alla carenza di personale. Una significativa disponibilità di fondi, linee di credito, sovvenzioni da parte di istituzioni internazionali e statali, come anche di incentivi fiscali da parte dello Stato per favorire la trasformazione digitale ed ecologica delle imprese. Un sistema bancario con vari ritardi, ma capace di gestire transazioni anche con le aree del mondo da cui l’Occidente si sta allontanando, assieme all’accordo di libero scambio entrato in vigore dal primo luglio 2024 con la Cina, consente alle imprese di superare una serie di barriere che sono state poste negli ultimi anni e non verranno eliminate nel breve termine. La volontà politica di fare di Belgrado un hub regionale per i paesi asiatici verso l’Europa e viceversa, come anche un punto di riferimento per molti paesi africani semplifica l’apertura di canali commerciali e di iniziative di collaborazione. Una strategia geopolitica nazionale che, sia pure a fatica, cerca di dialogare con tutti le potenze globali e regionali, oltre che con i paesi emergenti, anche dell’Africa, e favorisce così l’accesso a molti mercati da parte delle imprese serbe. A questo si aggiunge un aeroporto destinato per contratto a diventare tra i più grandi dell’Europa orientale, che in un solo anno tra il 2023 e il 2022 ha aggiunto 2,3 milioni di passeggeri scalando di 15 posizioni la graduatoria europea.
Dunque arrivare o evolversi in Serbia per elaborare innovazione ed efficienze: di prodotto, di processo, di tecnologia, di mercato, di personale, di organizzazione: questa è la prospettiva che appare l’unica realistica per superare le criticità di un paese che, accanto alle varie opportunità che abbiamo citato, mostra tutte le criticità di una fase di trasformazione economica e tutte le tensioni di una società che si sta polarizzando in termini non solo reddituali, ma sociali e politici.
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