Europride e processioni, teppisti e celerini: la Serbia trapezista in bilico sulle sue contraddizioni

Vivere in Serbia ha questo di bello: che a seconda del giorno (e a volta addirittura dell’ora del giorno) non sai se vivi nel 2022, nel 1982, nel 2052 o nel 1322. 

Un sabato affollato e confuso, quello di oggi a Belgrado. In mattinata il centro città è diventato un mini circuito automobilistico per ospitare la Oracle Red Bull Racing, manifestazione promozionale che ha fatto accalcare migliaia di spettatori, straordinario diversivo rispetto alle tensioni che si addensavano da giorni. Mentre anche l’ex campione di Formula 1 David Coultard sgommava sulla monoposto tra Terazije e piazza degli studenti, a poche centinaia di metri, davanti al Parlamento, si era appena conclusa la cerimonia del giuramento di 126 cadetti dell’accademia militare. Nel suo discorso ai cadetti il presidente Vucic non si è fatto sfuggire l’occasione, dopo il dibattito parlamentare che in settimana ha, negli auspici di USA e Ue, aperto la strada al riconoscimento del Kosovo, di rivangare la retorica nazionalista: “coloro che oggi minacciano la Serbia e il nostro popolo non hanno mai compreso la nostra forza, la nostra determinazione e la nostra determinazione a proteggere ciò che è nostro. Vogliamo solo essere nostri, ed è per questo che non daremo il Kosovo e Metohija, o qualsiasi altra parte, nemmeno un centimetro della nostra terra, la nostra patria, a nessuno“. 

Contraddizioni, si dirà. Prestidigitazioni di parole. Contorcimenti geopolitici, anche.

E così la parata europea dell’orgoglio omosessuale, prima cancellata da Vucic dopo le manifestazioni degli ultratradizionalisti, si è trasformata in una passeggiata di 200 metri tra le Poste Centrali e il parco Tasmajdan, ufficialmente autorizzata poche ore prima. E’ così, dopo essere stata pesantemente contestata due giorni fa in maniera plateale a Belgrado per non essersi esposta sul tema Europride (e in generale, in tutti i suoi anni di governo, sui diritti civili), la prima ministra ha concordato che alla passeggiata si presentasse la sua compagna. E così, prima della passeggiata la polizia è stata attaccata dai soliti teppisti under 20, ma questa volta gli scontri si sono limitati a due o tre punti della città, con scontri davvero violenti solo in un caso, con la pioggia a raffreddare gli animi e anche grate ben presidiate ad evitare ogni possibile infiltrazione dei facinorosi.

Alla fine della giornata la Brnabic ha dichiarato quasi soddisfatta che si son contati 64 arresti e dieci agenti feriti a fronte di uno schieramento di 5200 poliziotti e decine e decine di mezzi e blindati. Soddisfatta di potere, ancora una volta, poter dire di aver rispettato gli impegni un po’ con tutti.

Un paese in bilico

Nel circo globale della politica, gli attuali governanti serbi sono forse i migliori funamboli, acrobati, equilibristi, contorsionisti, saltinbanchi, trapezisti, giocolieri, trasformisti e domatori (di leoni, ma più spesso di pulci) disponibili su piazza, degni di uno spettacolo del Cirque du Soleil, quali, per restare in tema, i mitici Delirium o Bazzar. Quel che era un’arte diplomatica coltivata già nell’ex Jugoslavia e rivendicata come una propria specificità, dal 24 febbraio è diventata una complicata necessità per non farsi stritolare da uno scontro globale in cui la Serbia rischia di diventare uno dei fronti.

Non a caso in prima fila a sfilare con la bandiera arcobaleno oggi pomeriggio c’erano gli ambasciatori dell’Unione europea e degli USA, mentre la settimana scorsa la manifestazione dei tradizionalisti ha fatto sfilare per il centro della capitale serba un lunghissimo drappo con il tricolore russo. Ma i maggiorenti serbi ben sanno che per sopravvivere in questa fase devono dar prova di realismo, il che significa accettare i diktat di chi sta vincendo e di chi geograficamente è più vicino. Eppure decenni di retorica nazionalista hanno inciso profondamente nel sentire della popolazione. La promozione di una visione tradizionale dei rapporti sociali e l’accento sulla crisi demografica hanno ristretto lo spazio di tolleranza e accettazione degli orientamenti sessuali eterodossi. Il rafforzamento economico e sociale della chiesa ortodossa serba, di nuovo considerata come fondamento della legittimità di chi sta al potere al pari del mandato popolare, ha diffuso un sentimento antioccidentale, implicitamente anticattolico e xenofobico, che è una componente significativa del conservatorismo serbo. La crescita economica degli ultimi anni, la crisi dell’Unione europea unita all’uscita di scena di Angela Merkel ha sviluppato in molti serbi l’ambizione di poter svincolarsi dall’impegno all’adesione europea e di proporsi quasi come un porto franco per persone e capitali da tante parti del pianeta. In questo quadro l’idealizzazione della Russia non nasce solo da un’azione di lobby del Cremlino, che pure esiste. Semmai certe fascinanzioni sono antiche, di lunga durata, e la Russia zarista di Putin è molto più simile a quella idealizzata in Serbia rispetto alla repubblica che condivideva con la Jugoslavia l’aggettivo socialista. Eppure sbaglia chi pensa che la Serbia sia quasi un satellite della Russia e che dunque la sfida sia rompere quel legame e così, quasi per inerzia, la Serbia si avvicinerà ai valori acquisiti dell’Europa occidentale. A un livello più profondo delle affinità di politica internazionale, vi è un sostrato prevalente conservatore, identitario, nazionalista,  tradizionalista e dunque omofobo che allinea la Serbia ad altri paesi dell’Europa orientale dove le parate dell’orgoglio omosessuale sono fortemente sgradite alla maggioranza della popolazione.

La grande contraddizione in cui si dibattono oggi gli artisti circensi della politica serba è che essi magari sono anche pronti a fare contorsioni politiche per riconoscere i rapporti di forza e lanciarsi verso le realtà politiche sul terreno, ma la la loro base elettorale in cui hanno instillato una retriva cultura politica durante questi anni non è pronta a seguirli. Di qui la loro condizione attuale, come di un trapezista pronto a saltare senza rete ma che dubita fortemente che il suo collega gli lancerà il trapezio nel tempo giusto per agguantarlo. E così il trapezista resta fermo, sull’orlo del trampolino, mentre di sotto l’orchestrina continua il rullo di tamburi.

Biagio Carrano

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One Reply to “Europride e processioni, teppisti e celerini: la Serbia trapezista in bilico sulle sue contraddizioni”

  1. Gianni ha detto:

    Interessante come sempre, Biagio. Quella dei non allineati sembra essere ancora la posizione più ricercata da quelle parti. La differenza con i tempi di Tito è che ora è più difficile capire da che cosa esattamente ci si possa disallineare.

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