Esportazione di munizioni dalla Serbia: sedersi scomodamente su due sedie

Dopo una collaborazione molto redditizia lo scorso anno, la Serbia ha deciso, alla luce delle nuove circostanze, di interrompere l’esportazione di munizioni verso Israele. Tale decisione è stata annunciata lunedì dal Presidente serbo Aleksandar Vučić, al termine della riunione del collegio allargato del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito serbo.

Vučić non ha fornito spiegazioni per la decisione, lasciando aperto il dubbio se i motivi siano diplomatici, di sicurezza o di principio. Poche ore dopo, nello stesso giorno, il Ministero della Difesa ha comunicato la sospensione dell’esportazione di armi ed equipaggiamenti militari prodotti in Serbia.

La politica diplomatica del “sedersi su due sedie”, dottrina della politica estera seguita dalla Serbia da due decenni, si rivela particolarmente difficile nei momenti di conflitto che scuotono il mondo negli ultimi anni. Quando a questa equazione si aggiunge anche l’interesse commerciale derivante dalla vendita di munizioni e armamenti, la posizione di neutralità del Paese diventa ancora più problematica.

La Serbia lo ha sperimentato in prima persona quando, a fine maggio, il Servizio d’intelligence estero della Russia ha accusato Belgrado di trarre profitto dal sangue dei popoli slavi fratelli continuando a esportare munizioni in Ucraina. L’accusa è stata ribadita lunedì 23 giugno, affermando che la Serbia invia quantità sempre maggiori di prodotti militari all’Ucraina — tramite intermediari — e definendo “triste” il fatto che “le tradizioni di amicizia e reciproco aiuto vengano cancellate dalla sete di profitto e dal codardo multivettorialismo”.

Con lo scoppio della guerra tra Israele e Iran, si è aperta un’altra possibilità che la Serbia venisse accusata di trarre profitto dal sangue di un popolo amico, ma questa volta il Paese ha deciso di prevenire tale esito. “Adesso abbiamo fermato tutto. Serviranno decisioni speciali se qualcosa dovrà essere esportato. Le munizioni vengono inviate ai nostri depositi e alle nostre caserme”, ha dichiarato Vučić dopo la riunione del collegio allargato del Capo di Stato Maggiore.

Parlando della cooperazione con Israele, il presidente ha spiegato che una cosa è ciò che si è esportato dopo il 7 ottobre 2023, cioè dopo l’attacco terroristico di Hamas contro Israele, mentre oggi la situazione è cambiata. “Abbiamo fermato letteralmente tutto e inviamo solo al nostro esercito”, ha detto Vučić, aggiungendo che la Serbia non ha mai esportato armi, ma solo munizioni. Ha sottolineato che da tale esportazione vivono direttamente 24.000 persone e indirettamente circa 150.000. “Io non lascerò 150.000 persone senza pane. Il mio compito è stato quello di aprire loro dei mercati. Ho aperto quasi tutti i mercati asiatici, quello americano”, ha dichiarato Vučić.

Solo lo scorso anno, l’esportazione di munizioni in Israele ha fruttato alla Serbia oltre 40 milioni di euro. Secondo un’indagine congiunta del portale BIRN e del quotidiano israeliano “Haaretz”, il valore dell’esportazione serba di munizioni verso Israele nel 2023 è stato di 1,4 milioni di euro. Tale collaborazione è aumentata nell’anno successivo, dopo che Israele ha lanciato attacchi contro Hamas e Hezbollah, raggiungendo i 42,3 milioni di euro. Si tratta comunque di una cifra lontana dagli 800 milioni di euro che, secondo il “Financial Times” di Londra, la Serbia avrebbe guadagnato dall’esportazione di munizioni verso l’Ucraina negli ultimi tre anni, durante il conflitto. Tale stima è stata confermata dallo stesso presidente serbo in un’intervista a quel quotidiano.

Oltre all’incertezza sull’estensione del moratorio all’esportazione di armi, restano poco chiari anche i motivi alla base di tale scelta.

L’analista militare Vlade Radulović si dichiara contrario all’interruzione dell’esportazione di munizioni, ma afferma che lo Stato evidentemente ha le sue ragioni. “L’industria della difesa è un settore economico molto rilevante, decine di migliaia di persone vi lavorano direttamente. Sono convinto che questa decisione sia stata presa sulla base di analisi fondate su dati in possesso delle istituzioni statali. D’altra parte, un aspetto positivo è che tutta quella munizione andrà ora nei nostri depositi, rafforzando così le capacità delle forze armate serbe”, afferma Radulović.

Aggiunge che la continuazione delle esportazioni di munizioni verso Israele potrebbe comportare conseguenze diplomatiche negative per la Serbia, anche se dubita che la decisione sia stata presa per ragioni di sicurezza. “Potremmo certamente ricevere note di protesta da parte dell’Iran o di altri Paesi, o altri tipi di reazioni. Ma si tratta semplicemente di una parte delle relazioni diplomatiche. Tuttavia, escluderei l’aspetto della sicurezza. Non siamo così rilevanti nel contesto globale. Le nostre esportazioni non hanno sostenuto Israele a tal punto, né hanno danneggiato così tanto l’Iran da rappresentare un rischio per la sicurezza. Quindi non vedo una ritorsione come uno scenario realistico”, conclude Radulović.

Guerra tra amici

Da una parte, prima della guerra, la Serbia coltivava buoni rapporti con entrambi i Paesi. Nel settembre dello scorso anno, il Presidente israeliano Isaac Herzog ha visitato la Serbia, e poche settimane dopo il presidente serbo ha incontrato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. In quell’occasione, Netanyahu ha ringraziato per il fermo sostegno e la forte amicizia.

D’altra parte, anche i rapporti con l’Iran erano buoni, in particolare grazie al fatto che Teheran non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. In visita ufficiale in Iran si recò l’allora presidente serbo Tomislav Nikolić nel 2016, mentre tra le visite più recenti va ricordata quella del Ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian a Belgrado nel dicembre 2022. Quando era a capo del Ministero per la famiglia, Darija Kisić ha visitato l’Iran nel 2023, e Aleksandar Vulin, in qualità di vicepresidente del governo, si è recato lì due volte nel 2024.

Dopo il lancio di missili tra Israele e Iran il 13 giugno, la Serbia è rimasta neutrale e i suoi vertici non hanno preso posizione a favore di nessuna delle due parti.

Mirko Dautović, professore di relazioni internazionali presso la Webster University di Tashkent, sottolinea che la decisione di rinunciare all’esportazione di armi mostra che il presidente serbo ha iniziato ad ascoltare critiche costruttive e che continuare con tale pratica, ovvero proseguire con le esportazioni, avrebbe danneggiato la diplomazia serba. “Ciò avrebbe compromesso la posizione della Serbia tra i Paesi cui si presenta come amica, cioè soprattutto quelli appartenenti all’ex Movimento dei Non Allineati. La rinuncia alle esportazioni potrebbe, tra i Paesi a maggioranza musulmana, in Africa e in Sud America, far emergere la percezione che la Serbia abbia riconosciuto il proprio errore ed è pronta a correggerlo”, afferma Dautović.

Aggiunge che la situazione con l’Iran ha mostrato che la diplomazia serba è forte a parole ma scompare nei momenti di crisi. “La Serbia è attualmente molto cauta riguardo alla guerra tra Israele e Iran, e tale politica può essere definita codarda. Sicuramente non è abile, poiché tutto è fatto con l’intento di far passare la propria piccola barca tra Scilla e Cariddi della politica mondiale. La nostra diplomazia non è neppure lontanamente al livello di quella della Jugoslavia socialista, quando eravamo una voce rispettata e ascoltata tra i Paesi del Terzo Mondo. Oggi la priorità del governo è come fare soldi, che sia attraverso la vendita di armi, materie prime o altro. Tutto è subordinato alla crescita del PIL, senza alcuna analisi su quanto e se tale crescita giovi ai cittadini. La crescita del PIL è al di sopra dell’etica, tanto in politica estera quanto in quella interna”, conclude il professor Mirko Dautović.

(Insajder, 24.06.2025)
https://www.insajder.net/teme/srpski-izvoz-municije-neudobno-sedenje-na-dve-stolice

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