Eric Gobetti: “Anche la Serbia cerca, affannosamente, una nuova identità”

Dopo il successo e le violenti polemiche scatenate dal suo libro “E allora le foibe?”, Eric Gobetti è diventato uno degli storici più conosciuti e dibattuti degli ultimi anni in Italia. In questa intervista originale con il Serbian Monitor, Gobetti ci offre importanti considerazioni sul tema della rappresentazione del passato, più o meno prossimo, in funzione degli obiettivi dei leader politici emersi nella regione dopo il collasso della Jugoslavia, come anche sulle relazioni, a volte drammatiche altre volte idealizzate, tra Italia e Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale.

Partiamo dalla recente condanna in appello comminata a Ratko Mladic e il conseguente, integrale negazionismo su gran parte dei media serbi. Come lo interpreti, atteso che l’agenda di queste testate è fortemente filogovernativa?

La reazione è di solito motivata dal fatto che il tribunale dell’Aia sembra aver punito solo i serbi. C’è del vero in questo e nasce dall’ambiguità di una guerra persa nei fatti anche se non ufficialmente. Ma è anche vero che la società serba è sempre più incapace di confrontarsi con i crimini commessi 25 anni fa. Paradossalmente c’era più opposizione politica al nazionalismo durante la guerra che dopo.

La Serbia ha indubbiamente usato la pandemia, la grande disponibilità di vaccini e il successo della campagna vaccinale, non solo per migliorare la sua immagine sui media internazionali, ma anche per acquisire un maggior peso nella regione, sia in termini di soft power che in termini economici. Cosa può implicare per la regione una Serbia economicamente più forte e con un’immagine meno compromessa rispetto al passato? 

Sicuramente è stato un grande successo d’immagine, che, come per tante altre iniziative di Vucic, mette in scena un tentativo di ricoprire quello che è stato nel passato il ruolo della Jugoslavia di Tito, come paese mediano tra i due blocchi contrapposti. Anche in questo caso la Serbia si è mostrata all’Occidente come l’unico paese capace di fornire con successo vaccini provenienti da Est e da Ovest, dalla Russia e dall’Unione Europa.

La figura di Josip Broz Tito è al centro di una particolare dicotomia: cancellata da quasi tutte le piazze e le strade dei paesi dell’ex Jugoslavia, ricordata con rispetto se non con affetto dai vari popoli di queste nazioni. Come lo spieghi? 

La jugonostalgia è sempre più forte, anche tra le nuove generazioni. Sembra che si sta diffondendo una sorta di mito di un’epoca felice, in cui c’era solidarietà e benessere, ma anche nella quale i popoli jugoslavi erano conosciuti e rispettati in tutto il mondo. Il confronto con la realtà di tutti i paesi post-jugoslavi di oggi è stridente.

Marta Jovanovic, Pionirka, 2011

L’esperienza storica jugoslava è oggetto oggi non solo di memoria da parte dei più anziani, ma anche di riscoperta da parte dei più giovani. Si tratta di un fenomeno ben diverso dalla vecchia jugonostalgija, perché i giovani giudicano il presente a partire non da un’utopia da realizzare nel futuro, ma in base a una reale esperienza storica che hanno vissuto i loro nonni. Può questa tendenza portare a una maggiore democratizzazione delle società post-jugoslave oppure vedi altri sbocchi?

La richiesta di maggior welfare e solidarietà sociale sulla base dell’esperienza storica precedente è senza dubbio molto diffusa. Ho dei dubbi che ciò riguardi la democrazia, almeno non nel senso della democrazia liberale. Ci sono due sbocchi che immagino possibili a breve e medio termine: uno è quello percorso da altri paesi dell’Est, ovvero la ricerca di un uomo forte, sul modello di Tito (ma ovviamente oggi il riferimento è Putin), che possa portare i rispettivi paesi a giocare un ruolo più significativo a livello internazionale; l’altra è la ricerca di maggiore integrazione fra i paesi dell’area post jugoslava, sulla base della comune esperienza storica e appartenenza culturale. Io mi auspico la seconda, ma temo la prima

Fitzroy McLean, nel suo libro di memorie “Eastern Approaches” ricorda quando, al seguito delle truppe di Tito, entrarono in Vojvodina e si chiese come avrebbero fatto a imporre il comunismo a questi agricoltori ben pasciuti, a differenza dei montanari bosniaci, i quali avevano ben poco da cedere al collettivismo. Perché, al di là anche delle imposizioni violente, che pure ci furono, il modello socio-economico jugoslavo non venne sentito come un regime oppressivo da cui fuggire, come accadeva ai paesi del COMECON?

Nei paesi dell’Est Europa i sistemi socialisti vengono di fatto imposti dall’Armata Rossa alla fine della guerra. Così non succede in Jugoslavia, che si libera da sola, con il proprio esercito partigiano. Il sistema politico dunque è autoctono, il risultato di una lotta di Liberazione condotta e supportata dalla maggior parte della popolazione. Certo anche quell’esperienza storica ha avuto contraddizioni e aspetti meno positivi (pensiamo alla resa dei conti a fine guerra), ma il governo di Tito è stato il risultato di una vera e propria rivoluzione sociale sostenuta da uno straordinario consenso.

Il monumento ad Alessandro Magno nell’omonima piazza a Skoplije

Hai approfondito molto il tema dei falsi miti fondativi. Ce ne indichi alcuni che caratterizzano gli stati nati dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia?

L’esempio più clamoroso è forse quello della Macedonia del Nord, ovvero il tentativo (che ora pare abortito) di costruire un mito fondativo del paese sulla base della figura di Alessandro Magno, macedone di nome ma che non aveva nulla a che spartire né col territorio dell’attuale paese, né con le origini culturali degli attuali abitanti di quel territorio. Questo è un caso particolarmente estremo, ma in ogni paese ex jugoslavo questa ricerca affannosa di nuove identità sulla base di un passato immaginario comporta veri e propri corto circuiti. Penso in questo caso alla dicotomia creata in Montenegro, sostanzialmente a tavolino, fra identità serba e montenegrina. Ciò ha provocato uno scontro che ha avuto aspetti sociali, geografici, economici più che realmente identitari, e in definitiva ha portato alla fine del lungo potere di Djukanovic.

Il monumento al re serbo medioevale Stefan Nemanja eretto a Belgrado nel 2020 e costato oltre 9 milioni di euro.

In Italia abbiamo fin troppe volte ascoltato in questi anni i retorici appelli alla memoria condivisa. Ma una memoria, proprio in quanto esperienza soggettiva, non può essere condivisa, ed è il compito dello storico ricavare un racconto che chiarisca le dinamiche dei fatti e i ruoli dei vari soggetti, al di là dei singoli torti. Secondo te, perché anche sul tema foibe una certa sinistra è caduta nella retorica della “memoria condivisa” mettendo anche in discussione i fondamenti della Repubblica?

Come chiarisco nel mio recente libro “E allora le foibe?” si è trattato di una scelta politica consapevole, da parte della sinistra moderata, volta a crearsi una nuova identità politica dopo la crisi dell’ideologia comunista che l’aveva caratterizzata nei decenni precedenti. Era necessario, per gli allora DS, prendere le distanze dal comunismo e presentarsi come un partito realmente nazionale. La vicenda delle foibe andava benissimo, perché si poteva condannare un crimine comunista (i partigiani jugoslavi erano guidati dal partito comunista) e commesso apparentemente contro la nazione italiana (insistendo sugli aspetti nazionali della vicenda, che pure esistono ma che all’epoca erano certamente meno rilevanti di quelli politico-ideologici). Non ci si è resi conti però che, accogliendo acriticamente una costruzione simbolica fatta su queste vicende dalla destra neofascista, si finiva per mettere in discussione gli stessi principi fondamentali della nostra democrazia, in pratica condannando senza appello i partigiani e indicando nei fascisti le vittime che stavano dalla parte giusta, quella della nazione.

Angelo Del Boca con “Italiani, brava gente?” e Gianni Oliva con “Si ammazza troppo poco” hanno tra i primi fatto divulgazione storica sui crimini degli italiani nelle imprese coloniali come nelle due guerre mondiali. Perché il nostro paese fa fatica a fare i conti con le atrocità che ha commesso, in Africa come nei Balcani?

Non c’è mai stato un vero riconoscimento dei crimini fascisti, o meglio dei crimini italiani in epoca fascista. Sicuramente ciò è il frutto di una precisa volontà politica nel dopoguerra: quella di far ripartire il paese dopo i drammi della guerra dando un’immagine edulcorata del passato, sia ai propri cittadini che all’estero. Oggi che sono passati ormai molti decenni, sarebbe il caso di assumersi le proprie responsabilità storiche, come fanno i paesi più avanzati (penso alla Francia o alla Germania, che ha recentemente riconosciuto il genocidio degli Herero in ambito coloniale), senza timore di compromettere la propria immagine. Anzi, io credo che oggi riconoscere gli sbagli del passato sia proprio un esempio di maturità e serietà che non può che essere accolto positivamente soprattutto da quei popoli che hanno subito i crimini italiani, tra cui quelli jugoslavi.

Il tuo libro sulle foibe ha riproposto anche una riflessione sulla relazione tra Jugoslavia e gli italiani che decisero di vivere nella Federazione. Ce ne puoi parlare?

Si tratta di due categorie distinte: italiani del confine orientale, soprattutto istriani, che hanno scelto di restare in Jugoslavia per adesione ideologica, identitaria o socio-economica. E poi c’è il famoso “controesodo”, ovvero le circa 3000 persone che si sono trasferite in Jugoslavia dall’Italia per ragioni puramente ideologiche, ovvero per contribuire alla nuova società comunista. Questi ultimi in particolare hanno spesso vissuto un doppio trauma: il primo incontrando una realtà meno idilliaca di quanto sperassero; il secondo dopo la rottura tra Tito e Stalin nel 1948, quando vennero considerati nemici politici a causa della scelta filosovietica del PCI. Si tratta dunque di storie non sempre a lieto fine, ma che hanno contribuito a mantenere viva una comunità italiana tuttora esistente e attiva in quelle terre.

Eric Gobetti è uno storico del fascismo, della resistenza e della Jugoslavia. Dopo la laurea in Storia dell’Europa orientale ottenuta nel 1999 all’Università degli Studi di Torino, Gobetti ha portato a termine due dottorati, uno a Torino con Marco Buttino e l’altro con Luciano Canfora, presso la Scuola superiore di studi storici di San Marino. Negli anni seguenti ha condotto ricerche sull’attentato di Sarajevo, sul movimento nazionalista croato degli ustascia negli anni 1930, sulle stragi nazifasciste in Piemonte, sulle raccolte audiovisive a tema resistenziale in Piemonte, sui crimini di guerra italiani nei Balcani, sulla presenza italiana in Jugoslavia nella seconda guerra mondiale e su molti altri temi. Tra i suoi ultimi libri: Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943), Roma-Bari, Laterza, 2013; Sarajevo rewind. Cent’anni d’Europa, Torino, Miraggi, 2017; La Resistenza dimenticata. Partigiani italiani in Montenegro, Salerno, 2018; E allora le foibe?, Bari-Roma, Laterza, 2021. 

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