Per entrare in Europa la Serbia si affiderà all’ex ipernazionalista Aleksandar Vucic

di Biagio Carrano, direttore del Serbian Monitor

Un serbo, emigrato durante anni Novanta, se tornasse solo oggi nel suo paese stenterebbe a credere che il prossimo premier sarà il ministro dell’informazione del governo Milosevic-Seselj degli anni 1998-2000, famigerato in Europa per aver chiuso all’epoca, accusandoli di disfattismo, varie testate che non si allineavano a quell’originale nazionalismo rosso-bruno.

Fatto sta che da anni Aleksandar Vucic non è più sulla black list delle persone non accettate nei paesi dell’Unione Europea. Anzi, dopo la creazione del Partito del Progresso Serbo (SNS, Srpska Napredna Stranka) e l’inevitabile rottura politica e umana con il padrino dei suoi figli Vojislav Seselj, Vucic è diventato piano piano l’interlocutore privilegiato di molti poteri europei e atlantici, che hanno di certo aiutato la sua ascesa al vertice della nazione.

Vucic GiulianiGià due anni fa stupì molti la scelta di farsi accompagnare sui manifesti elettorali dall’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani: cosa potevano avere in comune un ex nazionalista da poco riconvertito ai valori democratici dell’Unione Europea e il “sindaco d’America” del post 11 settembre? Invece si trattava del lasciapassare morale per una nuova tela di rapporti internazionali, un messaggio visivo rivolto più al mondo che ai serbi, un’apertura di credito che azzerava lo svantaggio di credibilità che gli ex seguaci di Seselj scontavano verso il partito democratico.

Così, nei successivi tre mesi, la sconfitta del presidente uscente democratico Boris Tadic contro il leader del partito del progresso serbo Tomislav Nikolic e l’arrivo al governo da una posizione di forza di un partito che quattro anni prima nemmeno esisteva, si aprì una nuova fase nella storia della Serbia e nella vita di Aleksandar Vucic, da numero due o tre di partiti magari elettoralmente forti ma politicamente marginali a dominus pressoché incontrastato del paese.

obilicevvenac2Nella solare Belgrado alla vigilia delle elezioni politiche di domenica prossima la domanda che si ricorre tra i tavolini dei caffé non è chi vincerà ma chi farà opposizione. Il Partito Liberal-Democratico, alfiere dei diritti civili e dei serbi più filoccidentali, ha annunciato di essere pronto a un accordo con il conservatore Vucic; dal partito democratico accusano il loro ex leader Tadic di aver già messo a disposizione di Vucic i voti che prenderà il suo Nuovo Partito Democratico; i socialisti del primo ministro uscente Ivica Dacic si propongono come contrappeso politico ai loro alleati progressivi; non sono nemmeno mancati in passato gli ammiccamenti tra Dragan Djilas, ex sindaco di Belgrado e leader di un Partito Democratico in profonda crisi di consensi, e lo stesso Vucic. Rimarrebbe a far da opposizione il Partito Democratico di Serbia dell’ex presidente della Repubblica Vojislav Kostunica, il quale, accusato di aver, se non ispirato, di certo non sventato l’assalto all’ambasciata americana del febbraio 2008, vive un isolamento nazionale e internazionale che lo rende del tutto marginale.

Da nuovo principe della politica serba, Vucic ha dunque molti pretendenti che sperano di essere suoi partner di minoranza nel suo prossimo governo. Tuttavia, un ultimo sondaggio telefonico dà il partito del progresso serbo addirittura sopra il 50% dei consensi tra coloro che hanno già deciso se e chi votare e, con la legge elettorale proporzionale che ripartisce i 250 seggi del Parlamento col metodo D’Hondt, anche solo il 42-43% dei voti basterebbe a Vucic per governare da solo.

aleksandar-vucic-CNNL’agenda di governo di Vucic vuole essere più rapida e ambiziosa di quella di Matteo Renzi, a differenza del quale però il leader serbo ha preteso l’investitura popolare. Dai manifesti promette di indirizzare il paese “a tutta forza” verso le riforme e nuovi posti di lavoro con una ricetta che miscela liberismo e tutela dei ceti deboli: licenziamenti per decine di migliaia di impiegati pubblici sugli oltre 700.000 attuali, liberalizzazione (almeno parziale) del mercato del lavoro, privatizzazione forzata di 153 imprese statali, velocizzazione del processo di adesione all’UE, definitiva stabilizzazione dei rapporti con il Kosovo, lotta alla corruzione, riordino degli incentivi agli investimenti, riforma delle pensioni, sviluppo definitivo del mercato energetico, sostegno all’imprenditoria e, come conseguenza del tutto, miglioramento degli standard di vita dei serbi che oggi devono sopravvivere con uno stipendio medio netto di 325 euro al mese.

Cambiamenti profondi per un paese finora sospeso tra assistenzialismo e disillusione che Vucic ha dichiarato più volte di voler modernizzare non solo negli assetti economici ma anche in quelli sociali: “Dobbiamo imparare a lavorare di più, con più impegno. E se non ce la faremo a restare in piedi non saremo la prima nazione che è fallita. Se per questo qualcuno non sarà più al potere ciò non rappresenta alcun problema” ha detto Vucic in un’intervista al settimanale Nedeljnik dell’ottobre scorso, criticando esplicitamente “l’attitudine negativa, il cinismo, il sarcasmo, l’essere sempre contro qualcosa” che caratterizza i serbi.

Lo stesso Vucic si presenta sulla scena politica con atteggiamenti e concetti radicalmente diversi dal passato: la retorica nazionalista è stata sostituita da quella filoeuropea, i comizi concitati di un tempo hanno lasciato il campo a un compitare dai toni quasi sommessi, la gestualità è passata dal saluto nazionalista delle “tre dita” al gesto di Auramoth che lo accomuna ad Angela Merkel.

Basteranno una trasformazione radicale dell’immagine e del vocabolario, un consenso diffuso, i fondi europei  e i grandi investimenti in Serbia promessi dal suo amico principe di Abu Dhabi Muhammad Al Zayed a permettere a Vucic di cambiare il destino di un paese che resta il più deindustrializzato dell’Europa dell’est?

Il “principe” Vucic se ne dice convinto e i serbi non hanno altra scelta che crederci o sperarci.

Biagio riscalataBiagio Carrano, ideatore e direttore del Serbian Monitor, vive a Belgrado, dove da anni si occupa di internazionalizzazione e comunicazione d’impresa con la sua società eastCOM Consulting.

Dal 2004 è formatore in molti master della business school de Il Sole 24 ORE dedicati a media relations,  comunicazione e  marketing internazionale.
Email: [email protected]

 

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