Elezioni 2020: uscita o ritorno agli anni Novanta?

Come ogni democratura che si rispetti, domenica 21 giugno la Serbia andrà alle urne non per scegliere un nuovo leader ma per sapere quanto egli è ancora forte.

Incombono le decisioni sul Kosovo, forse già il 27 giugno a Washington Donald Trump vorrà dimostrare innanzitutto alla Russia di poter ancora decidere gli assetti dei Balcani e all’opinione pubblica interna di saper chiudere una questione quanto mai distante, proprio in termini di cognizione geografica, dal sentire del suo elettorato. Vucic sarà chiamato ad accettare l’indipendenza del Kosovo, probabilmente preso in contropiede dalla brusca accellerazione americana che ha estromesso l’ex primo ministro kosovaro filoeuropeo Albin Kurti, il quale, con il suo formale ostruzionismo, consentiva anche a Vucic di prendere ancora altro tempo. E’ nella natura di Trump una certa brutalità negoziale, ma già si sapeva che quest’anno, con le presidenziali USA di novembre, sarebbe stato l’anno decisivo per la questione Kosovo.

Come arriva Vucic a questo appuntamento storico? Certo, un’osservatore superficiale potrebbe dire che vi arriva nelle condizioni migliori. Il basso impatto del coronavirus in Serbia, con meno di 250 morti ufficiali, la ripresa rapida dell’economia e della vita sociale, l’apprezzamento di imprenditori e investitori esteri per le efficaci misure di sostegno dell’economia sono tutti fattori che dovrebbero portare a un nuovo trionfo elettorale. Che non mancherà. Ma le problematiche che il giorno dopo dovrà affrontare Vucic non saranno di tipo politico e men che meno parlamentare, ma di tipo sociale.

Lo si capisce anche dai messaggi che ha deciso di diffondere in campagna elettorale.

Un campagna “periferica”

Aleksandar Vucic e i suoi consulenti internazionali hanno scelto di condurre una campagna “periferica”, in termini geografici, sociali e demografici.

La campagna dallo slogan “Per i nostri figli” (quasi un’anticipazione delle giustificazioni per le imminenti scelte sul Kosovo), si è focalizzata meno sulla capitale che sulle altre città e cittadine del paese, quali Novi Sad, Smederevo, Novi Pazar, Nis, Stara Pazova e così via. I protagonisti degli spot sono per lo più giovani pressoché alla prima esperienza di voto e anziani o comunque persone che hanno oltrepassato i cinquant’anni; dall’aspetto, dall’abbigliamento, dal lessico e dalla cadenza è chiaro che non rappresentano la parte più socialmente integrata ed economicamente dinamica della popolazione.

E’ chiaro che Vucic ritiene persa o non mobilitabile la fascia centrale della popolazione serba in termini demografici, di istruzione e di evoluzione sociale ed economica. Questa fetta di popolazione, che in Italia potremmo definire di “ceto medio riflessivo”, si trova sospesa tra l’astensionismo e un’offerta politica di un’opposizione frammentata, ideologicamente inconsistente o semplicemente inaccettabile per chi crede in una democrazia di stampo occidentale. Tra attori che gigioneggiano in Tv piuttosto che argomentare idee come Sergej Trifunovic, candidati che vivono ricordando i loro successi sportivi come Aleksandar Sapic o ex tecnocratici che oggi, sulla scorta dei sondaggi, si  propongono da sovranisti antiimmigrati come Sasa Radulovic, ci sarebbe tanto da scrivere una comèdie humaine della contemporaneità serba.

Inoltre la popolazione di Belgrado, maggiormente beneficiata dal boom economico degli ultimi tre anni, è proprio quella che mette al primo posto la tenuta economica del paese ed è meno coinvolta sulla questione Kosovo. Dunque è proprio l’elettorato periferico che va raggiunto, sia per legarlo con il voto alle decisioni storiche che a breve saranno prese, sia per disinnescare la presa su questo elettorato dei partiti di destra.

Un Parlamento debole chiamato a decisioni storiche

Grazie all’abbassamento al 3% della soglia di sbarramento, il Parlamento che emergerà da queste elezioni sarà meno monolitico attorno al partito progressivo di Vucic rispetto al precedente e teoricamente più rappresentantivo. In realtà, il boicottaggio delle elezioni da parte del Partito Libertà e Giustizia (SSP, Stranka Slobode i Prava, in serbo) di Dragan Djilas e Marinika Tepic e da parte di Dveri di Bosko Obradovic, consente a questi partiti amplissimi margini politici di critica e di nuovo radicamento sociale non appena si manifesteranno le due crisi che caratterizzeranno il paese dalla seconda metà dell’anno: le proteste contro l’indipendenza del Kosovo e la crescita della disoccupazione a seguito del rallentamento dell’economia e del rientro in patria, a causa sempre degli effetti del coronavirus, di tanti lavoratori serbi che in questi anni hanno trovato un’occupazione all’estero.

Mentre Dveri, in quanto partito tecnicamente fascista (davvero la traduzione serba del “Dio, patria, famiglia” del fascismo agrario e reazionario), prenderà la guida delle manifestazioni contro l’accordo per il Kosovo, denunciando la non democraticità e la non legittimità costituzionale della scelta di Vucic,  l’SSP di Djilas punterà a denunciare gli effetti della crisi economica e dunque sociale. Facile immaginare in autunno imponenti manifestazioni di massa, con violenti scontri tra manifestanti e polizia fino ad arrivare a vittime da entrambe le parti.

La composizione del governo e la scelta del primo ministro indicheranno come Vucic vorrà affrontare questo scenario. Dei candidati al ruolo di primo ministro, solo Ana Brnabic garantisce oggi un certo ascolto alle istanze dell’Unione europea. Tutti gli altri candidati, dall’attuale ministro dell’agricoltura Nedimovic (oggi principale candidato a quella posizione) al ministro delle finanze Sinisa Mali, sono innazitutto amici fidati di Vucic, che garantirebbero un legame ancora più stretto tra Presidenza della Repubblica e azione del Governo.

La visita di Putin a ottobre consentirebbe di disinnescare almeno parte delle proteste di piazza grazie al suo enorme ascendente sulla destra nazionalista serba. Bisognerà capire quanto costerà a Vucic questo appoggio e cosa Putin chiederà in cambio a Trump.  

Aleksandar Vucic ha tenuto il 15 maggio il primo web meeting via Zoom incontrando in remoto oltre 1500 elettori.

Nel 2020 finiranno gli anni Novanta?

Le elezioni sono un momento emotivo e non razionale. Nel suo oramai classico Homo Deus, Yuval Noah Harari ci ricorda che le elezioni non servono a indicare un governo o a risolvere quesiti intricati ma soprattutto a valutare i sentimenti della popolazione. La domanda cui i serbi risponderanno il 21 giugno riguarda se Vucic è ancora l’uomo cui affidare, paradossalmente per tanti versi, l’uscita definitiva del paese dagli anni Novanta. La questione dell’indipendenza del Kosovo è una bomba ad orologeria la cui esplosione i politici serbi son riusciti a rinviare per oltre venti anni.

Chi dice che tutta una serie di impasse che vive la Serbia si concluderanno con il riconoscimento del Kosovo sbaglia per ingenuità, se non per malafede. E’ invece molto probabile che il riconoscimento del Kosovo apra una fase di instabilità e incertezza nel paese, la cui durata dipenderà da vari fattori. I paesi occidentali accetteranno di dare carta bianca a Vucic in cambio della tutela dalla stabilità, oppure tale instabilità sarà accresciuta anche dall’esterno per arrivare a un cambio di regime, in modalità più o meno democratiche? Quale partita giocheranno i paesi limitrofi, molti dei quali puntano alla destabilizzazione del paese e quale partita l’Unione europea, che si ritrova con spazi di manovra sempre più ridotti? Se finora la crescita economica arrembante sembrava indirizzare il paese verso un compromesso basato sullo scambio tra territorio e benessere materiale, l’epidemia COVID-19 ha radicalmente ridotto la sostenibilità di questo scambio. Il rischio di una nuova spirale in cui impoverimento e nazionalismo si alimentano a vicenda potrebbe essere quasi certo. Sta anche non solo ai diplomatici ma anche agli operatori economici e agli investitori evitare che invece di uscirne la Serbia ritorni agli anni Novanta.

Biagio Carrano

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