Donne e lavoro: intervista alla ricercatrice Marija Radoman

Quando si parla di occupazione, in Serbia la differenza tra donne e uomini è molto forte. Il tema viene sempre più trattato e nascono iniziative per risolvere il problema, ma le conseguenze più negative della politica di rigore e della nuova legge sul lavoro promosse dal Governo potrebbero ricadere principalmente proprio sul gentil sesso.

I dati di tutte le statistiche di questi ultimi anni confermano il gap tra i due sessi e le difficoltà che le donne devono affrontare nel cosiddetto mercato del lavoro: stando alle risposte date dal Governo serbo nel 2012 alle domande poste dalla UE, l’occupazione maschile è più alta di quella femminile del 14%; secondo una ricerca sempre del 2012 riguardante i diritti che riguardano lavoro ed economia, il 61% delle donne è discriminato in questi ambiti; dati precedenti – risalenti al 2010 – riportavano una differenza del 17% tra il compenso degli uomini e quello delle donne; i numeri forniti dalla Banca Mondiale e riportati dal quotidiano Vecernje Novosti a giugno parlavano di sette donne su dieci che lavorerebbero senza contratto a tempo indeterminato. Dati più recenti per adesso non ce ne sono: si attendono i risultati dell’indagine organizzata dalle Nazioni Unite e dall’Istituto nazionale per le statistiche a febbraio, per sapere come è evoluta la situazione in questi anni.

Sebbene la sensazione sia che i datori di lavoro continuano a dare la precedenza agli uomini, a poco a poco la sensibilità sul tema sembra crescere. Nei giorni scorsi l’Associazione delle donne lavoratrici serbe (Udruzenje poslovnih zena Srbije) ha annunciato che ben 49 aziende del Paese (su 700 in tutto il mondo) hanno firmato una dichiarazione in cui vengono incoraggiate la formazione e l’occupazione femminili. Il percorso che le donne devono affrontare per vedere riconosciuti a pieno i propri diritti è però ancora lungo. Il Centro per le politiche dell’integrazione ha intervistato ad aprile Marija Radoman, ricercatrice della Facoltà di Filosofia dell’Università di Belgrado, la quale sta svolgendo un’indagine dal titolo “Donne e lavoro in Serbia”: la studiosa, partendo da una panoramica generale della situazione femminile riguardante l’occupazione, ha illustrato le difficoltà e rivelato le insidie che si celano dietro alla riforma della legge sul lavoro approvata in Parlamento proprio nei giorni scorsi.

Emancipazione? Non nel mondo del lavoro

Nonostante la convinzione che nelle società attuali le donne siano sempre più emancipate, la Radoman sostiene che tale riscatto non è riscontrabile nella sfera professionale: “Dal 2005, cioè da quando in Serbia esistono statistiche di genere, vengono costantemente seguite le differenze tra uomini e donne sul mercato del lavoro. Per quanto riguarda il reddito, in Serbia – come anche nella UE – si riscontrano differenze nei guadagni dei due sessi: stando ai dati dell’Istituto nazionale per le ricerche, da noi le donne laureate hanno uno stipendio lordo che è fino a 200 euro inferiore rispetto a quello degli uomini. Le donne sono più numerose nei posti di lavoro malpagati (come quelli amministrativi), in settori industriali in difficoltà (come il tessile) o fanno parte di ambiti che sono sempre più soggetti a tagli e licenziamenti, come la sanità, i servizi sociali e il comparto educativo ai suoi livelli più bassi.

Situazione degradata a partire dagli anni Novanta

“I problemi, soprattutto quando parliamo di donne di mezza età e di età più avanzata, affondano le radici nell’impoverimento degli anni Novanta, nelle privatizzazioni, nell’inflazione, nelle sanzioni, nell’arrivo dei profughi, ecc. Questi sono tutti fattori che hanno riportato la donna nella sfera privata, alla tradizionale funzione domestica in cui la donna assumeva la maggior parte delle preoccupazioni dell’economia familiare. Le donne che allora lavoravano – e che oggi hanno 40 o 50 anni e che provano a trovare lavoro – sono in condizioni molto critiche, visto che non soddisfano i criteri richiesti dal mercato; d’altra parte, il devastato sistema sanitario e la carenza di sostegno sociale non permettono loro di conformarsi ai ritmi del lavoro flessibile e della mobilità continua. C’è poi da aggiungere che i criteri per l’assunzione sono molto più rigorosi per le donne e, in sostanza, misogini”.

Il risultato è che negli ultimi dieci anni la condizione lavorativa femminile è fortemente degradata, spiega la Radoman: le donne svolgono tra l’80 e il 95% dei lavori di casa, luogo in cui si occupano praticamente di tutto.

Lavori per uomini e lavori per donne

Le politiche neoliberiste degli ultimi anni, in particolare, hanno avuto molteplici conseguenze sul mercato del lavoro e sulle sue prassi: “Processi come la flessibilizzazione del lavoro, il lavoro a turni, il lavoro a tempo determinato, il lavoro attraverso accordi che vengono continuamente prorogati al posto di assunzioni a tempo indeterminato colpiscono sia gli uomini che le donne. Ma alcuni lavori sono particolarmente adatti alla “manodopera femminile”, come ad esempio le pulizie, il comparto dei servizi sociali, oppure le occupazioni scolastiche meno pagate. Il datore di lavoro conta sul fatto che in una situazione di grande disoccupazione la donna sarà disposta a fare i lavori meno appetibili e meno pagati, per “riempire” il bilancio familiare; in una tale situazione le donne si adattano anche al lavoro a turni e alle esigenze del capo, quasi senza possibilità di contrattazione”. La Radoman cita casi di donne che ha intervistato per la propria ricerca universitaria: esse lavorano come addette delle pulizie, svolgendo mezzo orario di lavoro di mattina, per poi tornare a casa e finire la propria giornata lavorativa nel pomeriggio, con una lunga pausa tra le due parti; guadagnano 102 dinari all’ora e l’agenzia non versa loro i contributi. “Suddividere l’orario di lavoro in due parti è legale ed è parificato alla giornata di otto ore. A me sembra che queste donne vivano in un mondo parallelo: se la vostra giornata è organizzata in questo modo, allora non è chiaro cosa potete fare del vostro tempo”.

Gli altri problemi che le donne incontrano sul mercato del lavoro sono, naturalmente, quelli legati a gravidanza, maternità e cura dei figli, che rendono le donne – agli occhi degli imprenditori – “lavoratrici non sicure”.

Donne prime vittime del taglio dello stato sociale

L’altro aspetto delle attuali politiche socio-economiche che danneggia le donne è il progressivo taglio dello stato sociale: “La cura degli anziani e dei malati, i contributi per le medicine: è tutto a carico della famiglia e dei singoli, nonostante la Serbia sia una delle popolazioni con la più alta percentuale di anziani. Questa parte dello stato sociale è stata più o meno lasciata dallo Stato alle famiglie, e ciò è naturalmente ricaduto sulle donne. Nella mia ricerca, le donne che hanno occupazioni con uno stipendio sotto i 30.000 dinari hanno un secondo lavoro per permettere ai figli di studiare (le attuali rette universitarie richiedono anche questo; perfino l’istruzione è a carico delle famiglie). Il problema è che tali lavori sono vari, ma quasi sempre più indicati per le donne (piccolo commercio in nero, piccole attività agricole, pulizie) e la maggior parte delle volte è la donna il genitore che si assume la parte più grande di responsabilità. Esistono dunque delle condizioni che spingono le donne a prendersi maggiori responsabilità, e queste non sono una reazione psicologica dovuta alla maggiore apprensione femminile (anche se la società ha pure questo effetto, poiché caratterizza il ruolo della donna come apprensivo, materno)”.

Nuova legge sul lavoro a discapito dei lavoratori

La Radoman ritiene che ulteriori problemi deriveranno dalla nuova legge sul lavoro, che la studiosa giudica “antidemocratica” (perché costruita e approvata senza confronto pubblico) e “contro i lavoratori” (visto che introduce e legalizza pratiche che portano a sempre maggiori controllo e insicurezza dei lavoratori, alla diminuzione degli stipendi e a una manodopera a basso costo appetibile per le aziende straniere). “Per le donne, in particolare, la nuova legge comporta il peggioramento dello stato professionale generale, più l’impossibilità di far combaciare maternità e lavoro. Inoltre, visto che la legge prevede la diminuzione dei contributi per malattia e ferie, ciò include anche la maternità. Il limite di età femminile per andare in pensione è poi spostato da 60 a 63 anni. Da un punto di vista generale, le donne potrebbero perdere molti dei diritti acquisiti e le loro possibilità di migliorare le proprie condizioni saranno sempre minori: una minore indipendenza economica, infatti, porta sempre a minori diritti”.

La versione integrale del’intervista, in serbo, può essere letta sul sito del Centro per le politiche dell’emancipazione

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