Disfunzionalità nei Balcani secondo Less: prove di manipolazione geopolitica

Foreign Affairs, una rispettata rivista statunitense di politica estera, ha pubblicato nel dicembre 2016 un articolo dal titolo Disfunzionalità nei Balcani, a firma di Timothy Less.

Nell’articolo Less offre la sua consulenza alla nuova amministrazione americana, suggerendo di abbandonare la politica di sostegno all’integrità territoriale degli Stati nati dal processo di dissoluzione della ex Jugoslavia.

Timothy Less sostiene la necessità di una riprogettazione totale dei confini statali esistenti nei Balcani, sulla base della dubbia ipotesi secondo la quale gli Stati multietnici nei Balcani (come la Bosnia-Erzegovina e la Macedonia) dovrebbero essere considerati intrinsecamente disfunzionali, mentre stati etnicamente omogenei (come Serbia, Albania e Croazia) andrebbero considerati modelli di successo.

Inoltre, secondo l’autore, i popoli dei Balcani, avendo perso ogni entusiasmo per lo status quo multietnico, si sforzano prevalentemente di realizzare gli immaginati grandi progetti statali mono-etnici (le cosiddette Grande Serbia, Grande Croazia e Grande Albania).

Secondo il disegno di Less, l’immaginata Grande Serbia abbraccerebbe l’entità serba esistente in Bosnia-Erzegovina (vale a dire, il 49% del territorio bosniaco), ma anche l’intera Repubblica riconosciuto a livello internazionale del Montenegro; la Grande Croazia dovrebbe abbracciare una futura entità croata in Bosnia-Erzegovina; mentre la Grande Albania comprenderebbe sia il Kosovo che la parte occidentale della Macedonia. Tutte queste riconfigurazioni territoriali, afferma Less, contribuirebbero a portare una pace duratura e stabilità nella regione.

Sebbene l’autore finga di agire come un osservatore neutrale che promuove unicamente un approccio razionale e di buon senso ad zona descritta come una fonte di irrazionalità, il buon senso ci conduce innanzitutto ad indagare i suoi legami personali con i Balcani, il cui riassetto geopolitico egli sostiene con zelo. Secondo le sue biografie ufficiali, Timothy Less è stato a capo dell’Ufficio diplomatico britannico presso Banja Luka, capitale dell’entità serba in Bosnia-Erzegovina. E’ stato anche segretario politico presso l’Ambasciata britannica a Sofia, Macedonia. Dunque, ha prestato servizio come diplomatico proprio nei due Stati che sono, secondo la sua proposta, i candidati più probabili allo smembramento.

La prima domanda da porsi è quindi se tale diplomatico, dopo aver lavorato a Banja Luka e Skopje, sia stato direttamente coinvolto nel fornire supporto a quelle forze molto politiche, come ad esempio i separatisti serbi e albanesi, che risultano essere i sostenitori più attivi dello smembramento potenziale della Bosnia-Erzegovina e della Macedonia e della realizzazione di progetti statali maggiori. Less ora gestisce una società di consulenza chiamata Nuova Europa, che sostiene, nella sua home page, di “aiutare gli investitori e le organizzazioni internazionali a capire l’impatto della politica sui loro interessi in Europa centrale, i Balcani ed ex Unione Sovietica”. Allora, permetteteci di dare un’occhiata a ciò che questa agenzia di consulenza offre come consiglio ai potenziali clienti interessati ad investire in Europa orientale.

Sotto il titolo “Rischi politici in Europa orientale”, Nuova Europa fornisce il seguente elenco di rischi:

  1. Il crollo dell’Unione europea: esiste il rischio crescente che il processo di integrazione europea vada in fumo, con implicazioni di vasta portata per la stabilità economica e politica in Europa orientale;
  2. La nuova Guerra Fredda: la Russia e l’Occidente sono impegnati in un conflitto multidimensionale sui propri confini che sta destabilizzando la politica regionale e causando significativi danni economici;
  3. La crisi dei migranti: un’ondata di immigrazione dall’Africa e dall’Asia verso l’Europa orientale rappresenta un rischio significativo per l’ordine civile, la stabilità governativa e l’integrità delle linee di rifornimento;
  4. Patriottismo economico: si osserva una tendenza crescente dei governi alla riaffermazione del controllo nazionale nei settori strategici perché sia rispettata la conformità con i loro obiettivi politici;
  5. Corruzione: l’Europa orientale ha un problema serio con la corruzione dello stato da parte delle élite oligarchiche, che determina rischi per la redditività degli investimenti e per la stabilità politica;
  6. Malcontento civile: esiste un elevato rischio di scioperi e manifestazioni che portano alla paralisi istituzionale e al rallentamento dell’attività economica;
  7. Terrorismo: è plausibile un aumento del pericolo di attacchi terroristici legati all’ascesa e caduta dello Stato islamico;
  8. Disintegrazione dello Stato: esiste un rischio crescente che uno degli stati multietnici nei Balcani occidentale si disintegri, riaccendendo il conflitto nella regione;
  9. Il fallimento dello stato in Ucraina: il più grande paese dell’Europa orientale è sotto grave stress politico ed economico, con conseguenze negative per gran parte della regione;
  10. L’arrivo della Cina: la Cina sta diventando un importante investitore diretto in Europa orientale, diluendo l’influenza politica dell’UE e degli Stati Uniti nella regione, ed esponendo la regione ad una varietà di rischi economici a lungo termine.

Un elenco talmente esaustivo di potenziali catastrofi è stato ovviamente scritto da un tipico profeta del giorno del giudizio intento a incoraggiare, ma non dissuadere, ogni possibile investimento, costruendo un’atmosfera complessiva di paranoia intorno alla regione e al suo interno. Una carenza di investimenti causata artificialmente potrebbe provocare destabilizzazione. A questo proposito, gli sforzi post-diplomatici di Less si pongono al servizio dell’induzione orchestrata di angoscia, prendendo di mira in particolare l’area dell’Europa orientale e le società multietniche e multi-religiose al suo interno, così come è probabile che la sua attività diplomatica sia stata tesa al medesimo scopo nelle società multietniche della Bosnia-Erzegovina e Macedonia.

Naturalmente, è facile affermare che Timothy Less è ormai solo un libero professionista la cui attività non ha nulla a che fare con le politiche dei suoi ex datori di lavoro. Tuttavia, il problema è che certi ambienti radicali all’interno della politica estera britannica, e le numerose iniziative intraprese dal 1990 in poi, hanno più volte sostenuto le stesse idee che animano il suo articolo, come ad esempio la creazione dei grandi stati mono-etnici quale fattore di stabilità duratura nei Balcani, con la scomparsa della Bosnia e della Macedonia quale danno collaterale.

Inoltre, i libri di storia sono pieni di riferimenti secondo cui questi circoli, dal momento della formulazione della loro dottrina geopolitica fondamentale, The Geographical Pivot of History di Halford Mackinderil, percepiscono la destabilizzazione della cintura territoriale tra Germania e Russia come uno dei loro obiettivi geopolitici primari, che è esattamente il territorio (compresi i Balcani), la cui destabilizzazione la Nuova Europa cerca di indurre. Pertanto, sembra che il signor Less non abbia mai interrotto la sua carriera diplomatica, avendo costantemente servito gli stessi ambienti diplomatici radicali, sia come agente che come portavoce.

Proprio come le precedenti iniziative basate sull’idea dei grandi stati, la sua iniziativa si basa sul presupposto che gli Stati multietnici costituiscono i principali ostacoli alla stabilità nei Balcani.

Tale affermazione è radicata nel presupposto che, finché i grandi progetti statali nazionalisti esistenti rimarranno incompiuti, il risentimento nazionalista genererà una sempre crescente instabilità. Tuttavia, la storia ha chiaramente dimostrato, sia nei Balcani che in altre parti del mondo, che un tale presupposto non è altro che un semplice errore. Il concetto di stati etno-nazionali è un concetto che ha sempre portato verso l’instabilità perpetua ovunque applicato, perché tali territori etno-nazionali non possono essere creati senza l’esercizio di un’estrema coercizione e violenza su particolari popolazioni ritenute “inappropriate”. La logica di “risolvere i problemi nazionali” attraverso la creazione di grandi stati etnicamente ripuliti ha sempre determinato instabilità permanente, mai stabilità a lungo termine.

Ciò che è particolarmente interessante quando si tratta di “risolvere i problemi nazionali” nei Balcani è la flessibilità (vale a dire l’arbitrarietà) delle “soluzioni” proposte e realizzate. I vincitori della Prima Guerra Mondiale, tra i quali i suddetti circoli radicali all’interno della politica estera britannica hanno svolto un ruolo importante, sostenendo la creazione dello stato nazionale comune degli Slavi del Sud (successivamente denominato Jugoslavia) alla Conferenza di Pace di Versailles.

Successivamente, più di settanta anni dopo, un membro di spicco di questi circoli, Lord Carrington, tenne un’altra conferenza internazionale, a L’Aja, dove supervisionò la partizione di quello stesso Stato in nome della “soluzione dei problemi nazionali” tra gli stati etnonazionali che lo costituivano.

Insieme al diplomatico portoghese Jose Cutileiro, Lord Carrington introdusse poi il primo piano pre-guerra per la partizione etnica della Bosnia-Erzegovina (il Piano Carrington-Cutileiro), ancora una volta allo scopo di “risolvere i problemi nazionali” tra i gruppi etnici che vivono in Bosnia-Erzegovina, che venne alla fine siglato, con alcune modifiche minori, in occasione della Conferenza internazionale a Dayton. Ed ora, ecco ancora un altro piano per rendere gli Stati balcanici ancora più frammentati e impotenti, sempre allo stesso scopo. Ciò che è ancora manca è un’altra conferenza internazionale per implementare e verificare un piano del genere, e quindi mettere a soqquadro i Balcani ancora una volta.

Non sorprende quindi che una tale conferenza sui Balcani occidentali, secondo fonti diplomatiche nella regione, sia già stata programmata per il 2018 a Londra.

Data la sua tempistica e i contenuti, il manifesto geopolitico pubblicato su Foreign Affairs appare come un annuncio del programma della conferenza. Eppure, come lo smembramento proposto di Bosnia-Erzegovina e Macedonia, così come l’assorbimento del Montenegro nella Grande Serbia, possono essere fatti politicamente accettabili per la popolazione dei Balcani e tutta la comunità internazionale?

Ciò che è necessario per realizzare un tale compito è uno scenario che renderebbe l’alternativa all’assorbimento e allo smembramento degli stati sovrani ancora meno accettabile. Non è difficile immaginare che solo una guerra, o una minaccia di guerra, rappresenterebbe una tale alternativa. Tuttavia, la sua fattibilità è limitata dal fatto che nessuno Stato nei Balcani ha le capacità e le risorse – militari, finanziarie, o demografiche – di condurre una guerra su vasta scala, e i loro leader sono troppo consapevoli di questo per valutare l’opzione.

L’alternativa è quella di creare un ambiente che simuli la minaccia immediata di una guerra, mantenendo costantemente alto il livello delle tensioni nazionalistiche tra, e all’interno, degli Stati della regione. Naturalmente, tali tensioni esistono dal 1990, ma sarebbe necessario accumularle in una campagna a lungo termine in modo da creare l’illusione dell’imminenza di una guerra regionale.

Significativamente, in contemporanea con la comparsa dell’articolo di Less, le tensioni – prima tra Serbia e Kosovo, poi tra Serbia e Croazia, poi in Bosnia-Erzegovina e Macedonia – hanno cominciato a salire. Questa crescita di tensione difficilmente può essere considerata come accidentale, considerando che i leader balcanici possono facilmente essere messi uno contro l’altro nel caso ricevano un segnale, non importa se falso o vero, relativo all’esame di un nuovo rimpasto geopolitico della regione da parte dei maggiori attori globali. Dal momento che sono già ben abituati a soffiare sulle tensioni inter-statali e intra-statali come un mezzo per la propria sopravvivenza politica, è molto probabile che essi siano in grado di accumulare tali tensioni a un livello tale da generare progressivamente il miraggio di una imminente guerra regionale. Parte di questa campagna è anche la diffusione sistematica di voci, in tutta Europa, che una guerra nei Balcani è inevitabile e che certamente avrà luogo durante il 2017.

In tali circostanze, la riconfigurazione geopolitica radicale dell’intera regione dei Balcani, che includerebbe lo smembramento degli stati esistenti proclamati come disfunzionali e il loro eventuale assorbimento nei grandi stati immaginati, potrebbe apparire politicamente accettabile in tutti gli angoli del mondo.

Tutto ciò che è necessario è giustapporre l’opzione “pacifica” e la prefabbricata proiezione di guerra imminente come le uniche alternative disponibili, ed offrire l’implementazione della prima opzione nel corso di una specifica conferenza, come quella prevista nel 2018 a Londra.

Non importa che l’opzione di una vera e propria guerra su vasta scala non sia disponibile a tutti, a causa dell’incapacità degli stati balcanici a condurla; ciò che è richiesto per l’attuazione del riassetto geopolitico proposto dei Balcani è un piano per diffondere la percezione che l’aumento permanente di conflitti politici nella regione porta inevitabilmente al rinnovamento del conflitto armato. In tale contesto, tutti gli errori nell’articolo di Less acquistano facilmente un grado di legittimità, in modo da essere verificati in occasione della conferenza di Londra 2018 sui Balcani occidentali.

Ovviamente, se ciò accadesse, porterebbe ad un ulteriore risentimento e prolungamento dell’instabilità nella regione e in Europa orientale, e questo non può che portare alla crescente instabilità in tutta Europa.

Resta solo da chiedersi, è questo il risultato finale desiderato per coloro che promuovono il progetto dei grandi stati nei Balcani come necessario al cammino verso la stabilità?

Zlatko Hadžidedić, Professore di Scienze Politiche, Università di Sarajevo

(Eurasia Review, 24.04.2017)

http://www.eurasiareview.com/24042017-who-needs-dysfunction-in-the-balkans-oped/

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